nucleare: tanto rumore per nulla?

Agosto 3, 2008 · Filed Under ambiente & ecologia, approfondimenti, economia · Comment 

Centinaia di litri di acqua radioattiva dispersi nell’arco di mesi nell’oceano Pacifico. Secondo quanto riportato dalla “Cnn”, il sottomarino a propulsione nucleare “USS Houston”, appartenente alla “US Navy”, avrebbe disperso un quantitativo imprecisato di acqua radioattiva durante il suo percorso. (2 agosto 2008 - la Repubblica)

a quanto pare i Giapponesi non l’hanno presa bene, soprattutto perché la presenza di basi militari americane sul loro territorio pare sia voluta più dal governo (quale che sia) che dalla popolazione. Difficile non cogliere delle analogie con l’Italia.

Nella notte fra il 7 e l’8 luglio dalla centrale nucleare di Tricastin in Francia finisce nei fiumi Gaffière e Lauzon, immissari del Rodano. Acqua contaminata con 74 chili di uranio. E nei luoghi adiacenti si vive tuttora senz’acqua: vietato bere, irrigare, pescare, nuotare.

C’è uranio perfino nelle falde sotterranee d’acqua a due chilometri dalla centrale di Tricastin. Ma potrebbe dipendere da una perdita proveniente da un deposito di scorie. (luglio 2008 - Blogeko)

non mi sembra che ci sia da essere tranquilli, l’acqua è stata contaminata…

e invece quasi quasi mi tranquillizzo, pare che si stia enfatizzando troppo, si stia esagerando…

“Su questi episodi mi pare ci sia stata un’enfatizzazione eccessiva”. Il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, minimizza gli incidenti verificatisi negli ultimi tempi nelle centrali nucleari francesi.

“tutti questi episodi sono sotto il livello minimo di pericolo”

Parole rinforzate poi nel pomeriggio da Silvio Berlusconi. Se il prezzo del petrolio non scende, ha sostenuto il presidente del Consiglio, “l’occidente dovrà immettersi in una massiccia realizzazione di centrali nucleari” (24 luglio 2008 - la Repubblica)

quasi quasi mi convinco anch’io, voglio una centrale vicino a casa mia, mi conviene, avrò uno sconto sulla bolletta per il “disturbo psicologico”

“Chi subira’ il disturbo psicologico (perche’ solo di questo si tratta) di ospitare una centrale dovra’ essere premiato e non si tratta solo di premiare il Comune o la Provincia che certamente dovranno avere delle royalties”, ha spiegato, “ma dobbiamo andare direttamente sui cittadini che dovranno pagare l’energia molto, molto, meno che negli altri posti, grazie a bollette piu’ leggere”. (28 maggio 2008 - ministro Claudio Scajola)

certamente il ministro è in possesso dei risultati di recentissime scoperte scientifiche, la contaminazione da radioattività non può esserci, al massimo potrei subire “disturbi psicologici”

poi però mi chiedo, se Scajola andasse a raccontare questa sua interessante teoria ai 100 operai contaminati a Tricastin (in Francia, non in Corea del Nord o in un altro paese “canaglia”….) o se la raccontasse ai loro figli, mogli…

ma tranquilli, la contaminazione è lieve, risibile, trascurabile…

100 operai “contaminati leggermente” da cobalto 58, dicono le fonti ufficiali (Ecoblog)

EDF la società che gestisce l’impianto ha dichiarato:

Condurremo delle indagini per determinare la causa di questo evento che non ha alcuna conseguenza né sulla salute delle persone né per l’ambiente . (Ecoblog)

prò adesso comincio ad essere confuso, confuso perchè qualcuno mente, EDF (azienda che guadagna dalla gestione di centrali nucleari) oppure l’associazione Sortir du nucléaire (dal nome mi par di capire che vogliano l’uscita dal nucleare)

infatti ci ricordano che

Contrariamente a quanto sostengono le fonti e cioè che questi incidenti non sono pericolosi, ricordiamo che dal 1990 la Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni (ICRP) ha ammesso che ogni dose di radiazione contiene un rischio cancerogeno e genetico. (Ecoblog)

a questo punto comincio a non capirci più nulla(???)

da un lato mi vogliono tranquillizzare, blandire, coccolare con notizie confortanti, non devo preoccuparmi, i miei disturbi psicologici saranno ripagati, non ci sono pericoli…

però le notizie che leggo mi inducono a pensare il contrario

po però accendo la TV, leggo i giornali e tuti mi dicono che non ci sono problemi, lo dicono anche le autorità francesi…

però il mio effimero castello di certezze fiducia crolla quando getto uno sguardo ai giornali francesi,i quali raccontano una versione totalmente diversa, in cui dicono che la contaminazione c’è ed è ua cosa grave (che si sia contaminata a falda acquifera)

leggo che le autorità francesi ordinano una verifica a tappeto in tutte le centrali di Francia, leggo che la Socatri (la società che gestisce la centrale di Tricastin) ha tardato nelle comunicazioni e minimizzato l’entità dell’incidente, permettendo così l’aggravarsi della situazione

leggo che

la quantità di uranio sversata durante questo incidente (12 g per litro d’acqua, circa 360 kg di uranio secondo Le Monde) sorpassa di 100 volte la quantità massima autorizzata di liquido radioattivo legalmente sversabile dalla Socatri in un anno intero!

leggo anche che

Le Monde nota alcuni “fatti” misteriosi: secondo uno studio tedesco, nei pressi dei siti dove sorgono le centrali nucleari si verificano più leucemie infantili rispetto alla media nazionale. Per l’esattezza i tumori del sangue nei bambini hanno una frequenza più che doppia (2,2 volte) rispetto alla media in un raggio di 5 km dalle centrali nucleari e la frequenza di tali tumori rimane più elevata in un raggio di 50 km intorno alle centrali.

(vedi Incidente nucleare a Tricastin: giornali italiani vs giornali francesi)

allora vuol dire che i giornali e le TV in Italia mi stanno mentendo perché di proprietà di banche e gruppi industriali che hanno interesse a investire nel ritorno del nucleare in italia??

sarà che ancora oggi i bambini nati vicino a Chernobyl vengono in Itala per respirare aria sana

sarà che di nucleare sento parlare tutti tranne che chi ha una qualche conoscenza di come funzioni una centrale nucleare

sarà che mi sto per laureare in fisica e mi sembra che dei olitici nessuno ne capisca un cazzo di nucleare

sarà che il ritorno al nucleare vorrà dire un sacco di finanziamenti statali ai costruttori e gestori di centrali nucleari

sarà che l’uranio nel mondo è concentrato in pochissimi posti (molti meno che i posti da dove estrarre petrolio)

sarà che l’Italia non ha giacimenti di uranio

sarà che l’uranio, con i consumi attuali, rischia di finire entro i prossimi 50 anni

sarà che la Germania ha abbandonato il nucleare e investe nel solare

sarà che noi abbiamo molto più sole della Germania

sarà che forse in Germania allora sono più intelligenti di noi…

o forse più semplicemente da noi parla chiunque abbia fiato e parla su qualsiasi argomento, tanto se si è ignoranti basta ascoltare cosa dice un opinionista e si diventa esperti…

un’ultima cosa: il nucleare non è affatto economico, lo diventa grazie alle incentivazioni statali e ai fondi dei militari, i quali utilizzano le centrali per procurarsi il plutonio con cui costruire le bombe atomiche (su questo non fornisco alcun link, chi vuole può approfondire cercando su internet, o studiando, o leggendo)

chi è causa del suo mal pianga se stesso

Luglio 19, 2008 · Filed Under economia · 2 Comments 

DI SABINA MORANDI
Liberazione

Aprile 2010. Dai paesi arabi arriva un aiuto insperato per arginare la crisi di liquidità che sta trascinando nel baratro l’economia occidentale: la finanza islamica, che per motivi religiosi rifiuta la speculazione ed è quindi rimasta immune dall’infezione dei mutui statunitensi, offre il proprio sostegno in cambio della possibilità di vendere il petrolio in euro per compensare gli effetti della disastrosa svalutazione del dollaro. Le capitali europee hanno accettato entusiasticamente mentre la Casa Bianca, per motivi puramente ideologici, ha preferito cedere importanti assetts alle banche cinesi, ormai principali creditrici di Washington. Così Bruxelles decreta che, d’ora in poi, gli europei celebreranno con i musulmani la festa per la fine del Ramadam per esprimere la propria gratitudine…

Fantascienza? Effettivamente il calendario ci ha preso un po’ la mano. Facciamo allora un passo indietro e torniamo al febbraio 2008 quando, nel pieno della crisi causata dai mutui americani, è stato organizzato un summit dedicato alla finanza islamica nel Bahrain, ricco stato insulare affacciato sul Golfo Persico.

E’ stato proprio in quei giorni che, a sorpresa, il governatore della banca centrale Rasheed Al Maraj ha dichiarato ai giornalisti della Reuters: «Il business della finanza islamica non è stato toccato dalla tempesta subprime. Anzi, la crisi del credito potrebbe favorire l’espansione dei prodotti finanziari compatibili con le leggi islamiche anche al di fuori dei mercati asiatici e dei Paesi del Golfo». E, dopo questo annuncio a effetto, il governatore ha illustrato i dati raccolti dall’istituto bancario Abcb.bh secondo i quali nel 2008 il valore di bond e prestiti compatibili con i dettami del Corano raggiungerà i 5 miliardi di dollari. Le cifre fornite dall’istituto del Bahrain sono più che credibili: diversi analisti prevedono che nel 2010 il giro d’affari dei fondi rispettosi della legge islamica toccherà il trilione di dollari, crescendo ogni anno del 15 per cento. Un business che non è stato compromesso, se non marginalmente, dalla crisi dei mutui. Ai giornalisti stupefatti il governatore della banca centrale del Bahrain ha spiegato paziente:

«La nostra religione vieta i prestiti basati sull’interesse o la commercializzazione dei debiti, ogni prodotto finanziario deve essere trasparente e, in tutto e per tutto, compatibile con i dettami del Corano».

L’investitore musulmano quindi non potrebbe mai acquistare prodotti complessi come le famigerate collaterized debt obligations, astrusi prodotti finanziari, tra le principali cause della tempesta subprime. Nel Bahrain, che ha registrato perdite legate ai subprime, è stato proprio Abcb.bh che nel 2007 ha visto i suoi profitti calare del 38 per cento. Una crisi però che ha interessato solo il comparto tradizionale e non la nuova gamma di prodotti compatibili con le leggi coraniche che Abcb.bh, come molte altre banche della regione, ha messo a disposizione dei suoi clienti.
Insomma, non siamo ancora al tracollo immaginario del 2010 ma la finanza globale continua a perdere colpi mentre il fenomeno della finanza islamica è già abbastanza consistente da attirare l’interesse dell’Occidente. Stiamo parlando di qualcosa come 200 istituzioni finanziarie, con oltre 400 miliardi di dollari di fondi gestiti e un tasso di crescita annuale nell’ultimo triennio maggiore del venti per cento tanto da indurre l’istituzione di appositi indicatori, i Dow Jones Islamic Indexes. E stiamo parlando di un miliardo e mezzo di musulmani sparsi su tutto il pianeta. Il motivo di questo boom inaspettato è dovuto a molteplici fattori: prima ci si è messa l’arabofobia post-11 settembre che ha spinto molti musulmani a sgusciare via dalle banche Usa e investire altrove quei capitali che, con l’aumento del petrolio, sono cresciuti in modo esponenziale. Poi è arrivato il tracollo del dollaro e, infine, la crisi dei mutui americani che ha provocato una fuga di capitali dal mercato immobiliare alla spasmodica ricerca di porti sicuri. E i fondi coranici si sono inaspettatamente rivelati il posto migliore dove posteggiare i propri soldi.

Quel che colpisce è che nei paesi islamici si sia riusciti a fare, attraverso la religione, quel che da noi non si è riusciti a fare con l’etica: costruire sistemi finanziari stabili e fortemente connessi alla realtà produttiva e al riparo dall’infezione dell’economia criminale. Come scrive Loretta Napoleoni in Economia canaglia: «La finanza islamica rifiuta istituzioni quali gli hedge funds e i private equity che si limitano a moltiplicare il denaro spostandolo verso investimenti ad alto rischio e alto reddito. Il denaro è solo un mezzo o uno strumento di produttività, come avevano originariamente immaginato Adam Smith e David Ricardo. Questo principio è cementato nei sukuk, le obbligazioni islamiche, che devono sempre essere legate a investimenti reali, per esempio la costruzione di un’autostrada a pedaggio, e mai destinate a scopi puramente speculativi».
Il rispetto del principio religioso dell’haram, inoltre, non garantisce soltanto che le attività economiche finanziate con i nostri soldi si tengano lontane da cose come la distribuzione/produzione di alcool, tabacco e carne suina, ma riguarda anche altre attività proibite dal Corano come il traffico di armi, la pornografia e il gioco d’azzardo, qualcosa su cui concordano anche i laici (o i fedeli di altre religioni) ma che ben poche banche, in Occidente, sono in grado di garantire.
Com’è noto, fino alla fine del Medioevo, anche il cristianesimo condannava l’usura intesa come qualsiasi pagamento dovuto per un prestito di denaro.

La famosa massima aristotelica - «il denaro non può generare denaro» - venne fatta propria dal Concilio di Lione II che, nel 1274, condannò espressamente la riscossione di interessi a fronte della concessione di un mutuo perché considerata come una vendita di denaro con pagamento differito, i cui interessi non erano giustificabili dalla variante del tempo visto che il tempo era considerato “bene comune”. La condanna non aveva quindi a che fare con l’entità del tasso di interesse richiesto: prestare denaro era considerato peccato, qualsiasi compenso fosse richiesto in cambio.
La condanna aristotelica (ed evangelica) in Occidente venne dimenticata con l’avvento dei mercanti mentre rimase nell’Islam. Nel 1970, con la creazione dell’Organizzazione della conferenza islamica (Oci) per riunire i paesi musulmani, la questione dei precetti economici dell’Islam tornò all’ordine del giorno e gli istituti islamici di ricerca economica cominciarono a proliferare. Il loro compito non era facile: si trattava di adeguare un sistema medievale alla realtà di un’economia globalizzata in rapidissima espansione.
Mentre economisti ed esegeti del Corano spaccavano il capello in quattro, però, il prezzo del petrolio quadruplicava. Così, durante il vertice che si tenne a Lahore nel 1974, l’Oci decise di fondare la Banca islamica di sviluppo. Fu proprio questa istituzione, con sede a Gedda, che gettò le basi di un sistema di aiuto reciproco fondato su principi islamici che sarebbe sfociato nel fenomeno finanziario di oggi. Nel 1975, dopo la fondazione della prima banca privata islamica, la Dubai Islamic Bank, venne costituita un’associazione internazionale con il preciso compito di stabilire le norme e difendere gli interessi comuni. Il Pakistan fu il primo paese a decretare l’islamizzazione di tutto il settore bancario nel 1979, e poi venne seguito a ruota dal Sudan e dall’Iran. A quel punto fu chiaro che i giuristi musulmani dovevano darsi da fare per adattare una tradizione pre-capitalistica ai bisogni della società contemporanea.

Benché la religione si mostrasse molto favorevole al commercio - che era stata la professione esercitata dal profeta Maometto - l’antica condanna aristotelica pendeva sui guadagni generati dalla finanza “pura”. L’Islam proibisce in particolare la riba, parola tradotta generalmente con “usura” che in realtà significa “aumento”. Naturalmente - visto che tutto il mondo è paese - è proprio sull’interpretazione di questa parola che si scatenano da sempre le controversie: secondo alcuni la riba fa riferimento a tutte le forme di “interesse fisso” mentre per altri il termine designa soltanto l’interesse eccessivo. In realtà, senza contestare il principio della remunerazione del denaro dato in prestito, la tradizione islamica rifiuta l’aspetto “fisso e predeterminato” dell’interesse, con tutte le sue implicazioni in materia di equità e di potenziale di sfruttamento del debitore. La finanza islamica propugna piuttosto l’equa spartizione dei rischi e dei guadagni che risale ai primi tempi dell’Islam, quando la forma di finanziamento applicata correntemente consisteva nell’associare chi concede il prestito e chi lo ottiene. I teorici della finanza islamica ritenevano - a ragione - che questo sistema si adattasse meglio sia ai bisogni economici del mondo islamico che alle esigenze morali della religione. In effetti, mentre la banca classica privilegia i possessori di capitali o di beni suscettibili di essere ipotecati, la finanza associativa favorisce gli imprenditori dinamici anche se hanno pochi fondi. A tutto ciò l’Islam aggiunge anche una dimensione caritativa: nella gestione della zakat, l’elemosina che per i musulmani è precetto religioso, le banche hanno l’obbligo di lottare contro la povertà e l’esclusione.
Il nuovo sistema finanziario islamico si fonda quindi su due principi di finanza associativa: la mudarab a (accomandita) e la musharaka (associazione). Altri strumenti “neutri”, come la murabaha (dove la banca svolge il ruolo di intermediario commerciale comprando le merci necessarie ai suoi clienti e realizzando un profitto rivendendogliele), dovrebbero svolgere un ruolo di transizione per permettere alle banche di realizzare un reddito in attesa della diffusione dell’uso della finanza di partecipazione.

Anche la remunerazione dei depositi viene fondata sul principio della spartizione delle perdite e dei profitti: i conti di risparmio vengono remunerati in funzione degli utili fatti dall’istituto e i conti di investimento destinati a finanziare specifiche iniziative vengono retribuiti in funzione dei guadagni realizzati da questi investimenti. Dal punto di vista laico non è molto rassicurante il fatto che gli unici garanti del rispetto di questi virtuosi precetti siano le autorità religiose, incaricate di vegliare sulle virtù delle banche islamiche così come vegliano sulla macellazione degli animali. Ma di fronte alla catastrofe economica provocata dagli speculatori dobbiamo ammettere che non ci dispiacerebbe affatto se il Papa si volgesse alla tradizione anche in questo campo, condannando alle fiamme più o meno eterne chi gioca d’azzardo con il nostro futuro.

Sabina Morandi
Fonte: ComeDonChisciotte

pagheremo ancora per l’ICI

Giugno 23, 2008 · Filed Under Berlusconi, Italia, che schifo, economia · Comment 

tutti sono in grado di capire cosa vuol dire non pagare più una tassa

non tutti però sono in grado di capire un concetto molto semplice,ovvero che se diminuiscono i soldi che guadagni dovranno purtroppo diminuire le spese che potrai fare

ancor meno sono le persone in grado di capire che l’economia, che la si applichi ad una famiglia, ad una azienda, ad uno stato, continua a dover sottostare al basilare e elementare concetto sopra esposto
ora, con grande enfasi è stato prima annunciato e poi messo in atto quanto promesso da Berlusconi: l’ICI è stata abolita (strano che abbia mantenuto questa promessa, quella del milione di posti di lavoro o quella della cordata italiana per l’acquisto di Alitalia aspettano…)

non entro nel merito di calcolare quanto effettivamente ognuno di noi ha risparmiato (anche se è alla portata di tutti capire che l’ICI che non pagherò se la mia prima casa è un normale appartamento è di gran lunga inferiore all’ICI che non pagherà chi come prima casa ha una villa, o un superattico, o un appartamento in centro a Roma comprato a prezzi ridicoli da enti statali da Mastella e altri politici).

facciamo i conti sulle spese che non potremo più effettuare come popolo italiano e poi valutiamo se ne è valsa la pena, perché per tagliare l’ICI sono state depennate da Tremonti molte spese già programmate, però questa è una notizia che on sentirete sui telegiornali o da Bruno Vespa:

  • fondo anti violenza per le donne (20 milioni)
  • fondo per l’inclusione sociale degli immigrati (50 milioni)
  • fondo per l’abbattimento degli ecomostri (45 milioni)
  • fondo per il sostegno al trasporto ferroviario delle merci
  • fondi per il completamento della strada Ionica (350 milioni)
  • fondi per la metro leggera di Palermo (240 milioni)
  • fondi per la ferrovia circum-etnea (250 milioni)
  • fondi per la piattaforma logistica in Sicilia (247 milioni)
  • fondi per la superstrada Agrigento e Caltanissetta (180 milioni)
  • 721 milioni di euro destinati a rafforzare il trasporto locale, pubblico e su ferrovia
  • “Fondo per la promozione del trasporto pubblico locale”, 353 milioni di euro stanziati per il triennio 2008-2010
  • fondo per i trasporto verde nei centri storici. “Togliere i soldi per rinnovare autobus e trasporti rapidi di massa come metro e tramvie - denuncia Marcello Panettoni, presidente dell’Associazione che riunisce le aziende di trasporto pubblico locale - vuol dire condannare un sistema già in gravi difficoltà”
  • 30 milioni per il “recupero dei centri storici”
  • 60 milioni per le isole minori
  • fondi per le biotecnologie
  • fondi per le filiere Ogm free
  • Fondi per “l’ammodernamento delle rete idrica nazionale” (70 milioni)
  • fondi per le “forestazione e riforestazione” (150 milioni)
  • Fondo ordinario delle Università (48 milioni)
  • fondo per la Formazione artistica e culturale (27 milioni)
  • fondo per “la promozione dello sport di cittadinanza” (95 milioni)
  • Tagli per i Campionati mondiali di pallavolo 2010 e per quelli di ciclismo
  • fondi per lo sviluppo della banda larga (50 milioni)
  • fondi per il passaggio al digitale terrestre (20 milioni)
  • fondi per il potenziamento dell’informatizzazione pubblica (31 milioni)

se non lo avete notato sono state penalizzate maggiormente le fasce più deboli, le regioni meridionali, le risorse per ammodernare il paese, lo sport…

siamo sicuri che ci convenga? e anche se oggi ci fanno comodo quelle poche centinaia di euro risparmiate abbiamo idea di quanto ci costeranno?

per approfondire e verificare:

  1. Donne, ambiente e disoccupati - Ici e Alitalia si mangiano i fondi
  2. Amministratori del sud all’attacco: “Il taglio dell’Ici è una rapina”

Perchè scegliere l’Equo e Solidale

Giugno 12, 2008 · Filed Under economia, sudamerica · Comment 

Questa forma di commercio è stata ideata dagli Olandesi, negli anni Ottanta.

I cafetaleros, i coltivatori di caffè dell’America Latina, erano all’epoca costretti a vendere i loro prodotti a prezzi bassissimi, e gli incassi riuscivano appena a ripagare i costi di produzione.

Questo perchè il lunghissimo ciclo di intermediazioni commerciali che permetteva al caffè prodotto di arrivare al consumatore, garantiva ai vari intermediari di trattenere per se un gran margine di incassi, le aziende “ingrassavano” e i produttori facevano la fame.

Un gruppo di produttori olandesi si offrì dunque di comprare piccole quantità di caffè per poi rivenderle sul mercato olandese, in modo tale da distaccarsi dal circolo di speculazioni.

L’iniziativa, identificata dallo slogan “Trade not aid (commercio, non aiuto), in breve si indirizzò a moltissimi altri prodotti sia alimentari sia artigianali, oggi disponibili in Europa nelle Botteghe del Mondo, dando vita a ciò che oggi è conosciuto come Mercato Equo e Solidale.

Il consumatore, perciò, diventa da una parte più consapevole, ed entra in contatto diretto con la fonte che produce la merce, dall’altra permette ai paesi del Sud America di crescere, di sviluppare la propria economia tramite questi incassi a prescindere dalle forme di aiuto assistenziale.

Come base prima di questa tipologia di commercio vi è indubbiamente un maggior rispetto verso il lavoro e verso l’impegno di popolazioni che hanno sempre trovato difficoltà a rientrare nel meccanismo di scambi che rischia di diventare, più che una normale pratica di commercio, un gioco a tavolino che prescinde ed è poco interessato al prodotto stesso commerciato, in favore dell’arricchimento dei già ricchi.

Per questo il Mercato Equo e Solidale è indubbiamente una forma di scambio più sana, naturale, e come la parola stessa suggerisce, più giusta per entrambe le parti, produttore e consumatore.

In Italia il Mercato Equo e Solidale si sviluppò nella metà degli anni Ottanta, grazie all’interessamento di associazioni che già da qualche anno fornivano aiuti ai Paesi del Terzo Mondo.

Attualmente sul territorio sono presenti oltre 450 botteghe dei Mercati del Mondo, e dal 1995 grazie alla nascita del marchio TransFair , i prodotti dei Mercati sono presenti anche sui circuiti di vendita tradizionali.

TransFair è membro FLO (Fairtrade Labelling Organizations International ), un’organizzazione senza scopo di lucro, con sede in Germania, fondata nel 1997.

Essa, tramite FLO-cert, un’agenzia indipendente, fornisce garanzie ben precise sulle caratteristiche dei prodotti del Mercato Equo e Solidale e sui rapporti che intercorrono con i produttori.

  • I prodotti devono venire esclusivamente dell’America Latina, da produttori organizzati collettivamente e democraticamente. Ogni intermediazione non necessaria è proibita.

  • Il prezzo di vendita della merce viene deciso con i produttori e deve non solo coprire i costi di produzione ma garantire delle entrate dignitose ai lavoratori

  • I contratti tra produttori e importatori devono essere almeno annuali, e rinnovabili

  • i produttori hanno il diritto ad incassare il 60% del valore del contratto prima della spedizione della merce (per evitare l’indebitamento e il ricorso agli usurai)

  • i prodotti devono soddisfare le richieste di mercato, questo per stimolare la crescita e lo sviluppo delle moderne tecniche di produzione

La mia odissea tra banche e assegni (terza e ultima parte) (e finalmente)

Giugno 2, 2008 · Filed Under Italia, economia · Comment 

Eccoci all’ultima parte di questa strana avventura.

Il penultimo capitolo è stato scritto il giorno 29 maggio, durante il quale mi sono nuovamente recata al Banco SanPaolo.

Gli impiegati mi hanno fornito delle informazioni interessanti:

  • c’è un “regolamento interno” che vieta ai bancari di cambiare assegni ai non titolari di conto corrente;

  • per quanto Banco SanPaolo e Banca Intesa facciano parte dello stesso gruppo, il sistema informatico non è ancora stato messo in comune

Un dipendente mi ha addirittura consigliato di aprirmi un conto corrente, dicendomi che costa semplicemente 8 euro ogni due mesi e che è molto conveniente, per evitare di avere problemi del genere in futuro.

Dopo aver appreso quanto detto, ho deciso di telefonare a mio zio S., avvocato, per chiedergli spiegazioni personalmente.

Lui mi fa capire che la banca che ha emesso un assegno è OBBLIGATA a cambiarlo; ma un’altra banca, seppur dello stesso gruppo, non è obbligata a far ciò ma PUO’ FARLO.

Nella fattispecie, solo la Banca Intesa SanPaolo di Milano era tenuta a cambiare il mio assegno.

Ma cosa significa esattamente che una banca non è tenuta a far qualcosa ma può farla? Da cosa dipende la sua scelta?

Il giorno dopo mi si presentò la spiegazione.

Parlando con mio padre, venni a sapere che mio zio L, titolare di una S.p.a, ha un conto corrente proprio presso in Banco SanPaolo. Recatami nuovamente alla banca in compagnia di mio padre, ho assistito “in diretta” alla telefonata di mio zio, grosso cliente, al direttore.

Magicamente, ed è bastata una parolina del direttore al dipendente, il mio assegno è stato cambiato.

Tra parentesi, dallo stesso bancario che il giorno prima mi aveva parlato di quello strano “regolamento interno”. Non ho potuto fare a meno di guardarlo fisso negli occhi e sorridere sarcastica mentre effettuava l’operazione.

Ho dovuto firmare una dichiarazione nella quale affermo di essere una cliente occasionale della banca, e di non possedere un conto.

Per cui il fattore discriminante che permette ad un cittadino di avere semplicemente ciò che gli spetta è l’avere conoscenze. Non posso non chiedermi come avrei risolto la situazione se non avessi avuto un “SuperZio” in famiglia. E’ normale dover girare 4 banche diverse per avere 69,60 EURO? Cosa c’è dietro a queste norme, questi regolamenti interni, queste leggi scomode e macchinose, che di certo non vanno incontro alle esigenze del cliente?

Certo, il prestigio di una banca aumenta anche grazie al numero dei propri clienti…

Di sicuro, scriverò alla mia casa editrice chiedendo di essere pagata in futuro con una soluzione differente, e soprattutto, e assolutamente, il mio nome non comparirà mai tra quelli dei clienti di Banca Intesa e SanPaolo.

La mia odissea tra banche e assegni (seconda parte)

Maggio 20, 2008 · Filed Under Italia, che schifo, economia · Comment 

Bene.

Lunedì, 19 maggio, come preannunciato, mi sono recata insieme a mia madre presso la sede della BNL, banca presso la quale lei possiede un conto corrente.

Espongo al bancario la mia situazione, e lui ancora prima che io finisca di parlare scuotendo la testa mi dice:

  • Bancario: E’ impossibile che le abbiano detto di “girare” l’assegno sul conto corrente di sua madre, l’assegno non è trasferibile perciò l’operazione è impossibile da effettuare.

  • Io: Mi spiace ma questo è il consiglio datomi da un suo collega,- rispondo- sono andata di banca in banca a chiedere come dovessi procedere.

  • Bancario: A quali sedi si è rivolta?

  • Io: A due filiali della SanPaolo Banco di Napoli e a Banca Intesa, quelle su Via Unità D’Italia.

  • Bancario: Uhm, deve provare a chiedere qui a Banca Intesa del centro. Loro sono tenuti a darle i suoi soldi.

  • Io: E che cosa dovrei fare, prenderli a cazzotti o rapinare la banca per obbligarli?

  • Bancario: Non si preoccupi, provi ancora e vedrà che otterrà qualcosa.

Se lo dice un bancario, mi viene da pensare, allora siamo SICURI che ci si può fidare del suo consiglio.

Nel frattempo mia madre chiede delucidazioni a mio zio, avvocato, sulle procedure. Lui le dice che effettivamente la banca è tenuta a farmi incassare l’assegno, anche se non posseggo un contocorrente.

Una mia amica, puta caso vittima in passato di una situazione simile, mi rivela che invece ha dovuto firmare insieme al padre una sorta di delega per poter usufruire del conto corrente di lui, senza bisogno di intestarlo a nome proprio.

Sono fermamente decisa: tornerò dalle banche a cui mi sono rivolta inizialmente e chiederò ulteriori spiegazioni. E se il mio tentativo fallirà, che il sistema bancario si prepari alla mia devastante crociata!!!

La mia odissea tra banche e assegni (prima parte)

Maggio 19, 2008 · Filed Under Italia, Uncategorized, economia · Comment 

Nel luglio 2007 ho pubblicato il mio libro, “Diciassette, le stelle”, con la casa editrice Kimerik. A maggio di quest’anno mi è stato spedito il primo assegno, per i diritti d’autore relativi agli incassi della vendita del romanzo nelle librerie di Bari.

Tale assegno, il cui importo è di 69,60 euro, è stato emesso dalla Intesa San Paolo di Milano, e non è trasferibile. La scrittura paga, poco ma paga.

Premessa di tutto il discorso: non possiedo un conto corrente.

Giovedì 8 maggio mi sono recata presso la filiale della San Paolo Banco di Napoli di Bari, dove mi è stato detto che non era possibile ritirare i soldi presso quello sportello, dovevo invece recarmi presso un’altra filiale della stessa banca sempre in Bari.

Così ho fatto il giorno seguente ma, nuovamente, mi è stato detto che non potevo incassare i soldi presso la loro sede, in quanto non avevo un conto corrente.

“Al giorno d’oggi tutti quanti hanno un conto corrente”, mi risponde gentilmente lo sportellista.

Dovevo rivolgermi a Banca Intesa.

Ormai un tantino perplessa, mi sono recata presso la filiale indicatami ma, quasi iniziavo a sospettarlo, mi è stato detto che le uniche possibilità a mia disposizione per incassare erano aprirmi un conto corrente o recarmi a Milano presso la sede della banca che aveva emesso l’assegno!

L’ammontare di questo, come ho precedentemente riferito, è irrisorio, e nonostante ciò io, persona comune che chiede soltanto di essere pagata per il proprio lavoro, non posso incassarlo.

Per conto mio mi informo sul da farsi, e vengo a sapere che si può “provare” a versare l’assegno su un altro conto corrente e recarsi in banca insieme all’intestatario del conto, ovviamente tenendo conto che la mia presenza è fondamentale in quanto l’assegno non è trasferibile.

Eppure le indicazioni sono chiare: “a vista pagate per questo assegno bancario “, come è riportato sul fronte di questo strano foglietto di carta che mi sta facendo girare la città in cerca soltanto di ciò che mi spetta.

Perciò domani, lunedì 19 maggio, mi recherò insieme a mia madre, che possiede un conto corrente, presso la sua banca. Come ( e se?) finirà quest’odissea?

il punto della situazione

Maggio 17, 2008 · Filed Under Italia, censura, citazioni, curiosità, economia, file sharing & p2p, riflessioni · Comment 

il debito pubblico a febbraio è arrivato a 1.623,66 miliardi di euro (fonte)

solo di interessi ci costa ogni anno 70 miliardi di euro (fonte)

Alitalia ci costa 1 milione di euro al giorno (fonte)

Rete 4 ci costa 300.000 euro al giorno (fonte)

DISINTOSSICARSI DALLA SPECULAZIONE

Aprile 28, 2008 · Filed Under economia · Comment 

DI PIERLUIGI PAOLETTI
Centro fondi

Di tutti gli scambi che animano i futures sulle materie prime solo il 5% o anche meno è frutto di uno scambio reale di beni, il 95% serve solo a comprare contratti che vengono rivenduti prima della scadenza per lucrare sulla differenza di prezzo.
Questa si chiama speculazione ed è la responsabile dell’aumento vertiginoso del prezzo del grano del mais della soia e praticamente tutte le materie prime necessarie alla vita di tutti i giorni.

Tanto per darvi un’idea del riflesso che questo mercato ha sulle nostre vite abbiamo il prezzo della carne che è aumentato del 400% , così come il prezzo del pane, farina, tortillas etc. Una ragione è che i governi stanno spingendo verso i biocarburanti lasciando sempre meno terreno disponibile per le colture necessarie. Un carburante vegetale, pulito, che toglie risorse a quelle alimentari, non è così che si salva l’ambiente….Non si affama il mondo per spingere una “stufa dell’800” che utilizza solo il 20% dell’energia prodotta (la “moderna” automobile)

La speculazione finanziaria sta puntando proprio al fatto che nei prossimi anni possa scoppiare una crisi alimentare di proporzioni bibliche e sta spingendo al rialzo dei prezzi concretizzando sempre di più questa visione perché con la globalizzazione tutti siamo sempre più dipendenti da questi mercati internazionali. Gli unici che guadagnano sono gli speculatori perché l’aumento del prezzo solo in minima parte si riflette in aumento dei prezzi per chi produce. Anche l’aumento del consumo della carne, con il benessere che aumenta nei paesi come la Cina, l’India ecc., porta all’aumento dei pascoli a scapito della superficie coltivabile, oltre ad un aumento dello sfruttamento delle risorse idriche visto che ogni chilo di carne ha necessità di 150 litri di acqua.

Non possiamo permettere che questi paesi in via di veloce sviluppo seguano la strada dell’occidente diventando delle nuove succursali di Mcdonald e quindi bisogna informare e portare il mondo a consumare molta meno carne di quella che sta consumando adesso. Un problema di salute e anche di ottimizzazione delle risorse. Che cosa possiamo fare noi piccoli mortali?
La risposta è una sola ed è: SVINCOLARCI DALLA SPECULAZIONE ed IMPARARE A MANGIARE!
Come possiamo fare?

Ritornando a produrre e consumare localmente e portare i produttori agricoli a vendere direttamente il prodotto finito evitando così speculazioni di prezzo ad ogni passaggio. Inoltre diminuendo il consumo di carne potremo migliorare il nostro stato psico-fisico e migliorare il rapporto con le risorse disponibili.
Ovviamente dovremo abbandonare l’assurdità dei progetti legati ai biocarburanti. Tornare all’agricoltura non industriale di qualità garantirà una qualità migliore ed un controllo basato sull’andare a verificare direttamente dal produttore locale i suoi processi produttivi. La produzione locale e la filiera alimentare corta, porterà a non dipendere dai mercati internazionali e quindi porterà ad una diminuzione dei prezzi al consumo, un aumento dei prezzi ai produttori e una qualità migliore dei prodotti che non dovranno seguire le assurde logiche della coltura o dell’allevamento intensivi. Tutto questo è una scelta obbligata e se presa in tempo è la sola strada per uscire dal suicidio collettivo che si sta preparando.

Il progetto per rivitalizzare le economie locali è la risposta pronta per essere attuata alla stupidità dilagante che antepone guadagni facili e immediati alla vita di tutti.
Non permettiamoglielo!
That’s all folks

Pierluigi Paoletti
Fonte: www.centrofondi.it
Link: http://www.centrofondi.it/report/Report_Centrofondi_2008_feb_1.pdf

trucchetti dei videogames applicati alla vita reale

Aprile 25, 2008 · Filed Under Italia, che schifo, economia · Comment 

chi di voi ha giocato mai a SimCity?

per chi non lo sa il gioco consiste nel creare e gestire una città, quindi si devono costruire case, centri commerciali, industrie, strade, stazioni di polizia….

inoltre bisogna raccogliere le tasse, con i cui introiti possiamo costruire altre edifici, pagare la polizia e i vigili del fuoco, la manutenzione delle strade…

insomma un gioco abbastanza impegnativo ma, come in tutti i videogiochi, è possibile ricorrere a dei trucchetti come questo:

un livello di tassazione basso attira molti cittadini e la città cresce in fretta, tuttavia tasse troppo basse non permettono di raccogliere abbastanza soldi per gestire e ingrandire la città

tasse troppo alte invece permettono di raccogliere molti soldi ma fanno scappare i cittadini e chiudere le imprese..

dove sta il trucco allora?

basta mantenere per tutto l’anno le tasse a zero, sicché per dodici mesi la cittadinanza aumenta, poi a dicembre si mettono le tasse al massimo, così alla fine raccogliamo tasse al massimo livello e per tutto l’anno cresciamo come se le tasse non ci fossero!!!

bello no? ma cosa centra questo trucco con la vita reale?

per noi comuni cittadini che studiamo, lavoriamo, paghiamo le bollette e facciamo sacrifici non cambia nulla, ma…

già, perché c’è qualcuno che un trucchetto simile lo può applicare nella vita reale e con soldi reali!!

chi? le banche ovviamente!!

e come fanno? semplice, una banca possiede delle azioni di aziende italiane quotate in borsa e puntualmente, poco prima del momento di pagare le tasse, le trasferisce all’estero (in genere in Inghilterra)

subito dopo la banca chiede allo stato italiano (cioè a noi) il rimborso delle tasse fino a quel momento pagate per quei titoli azionari

appena avviata la pratica per il rimborso le azioni vengono nuovamente trasferite in italia

quindi alla fine non solo non hanno pagato le tasse ma hanno finanche chiesto un rimborso!!!

questo poi non solo con le azioni di loro proprietà ma anche con quelle detenute per conto di altri investitori, tipo fondi pensioni

ma dopo che questa norme frode fiscale (da oltre 600 milioni di euro) le banche sono state punite, sanzionate??

no!! anzi continuano ad essere scelte dal ministro dell’economia per fare da intermediarie per conto del ministero!!!

ma perché vengono scelte queste banche?? è ovvio, perché vi lavorano, vi hanno lavorato e vi lavoreranno i nostri ministri dell’economia, i nostri governatori della banca ‘Italia (che è un a banca privata e non statale) e il commissario europeo Mario Monti.

le banche incriminate sono la GOLDMAN SACHS, la J.P. MORGAN e la LEHMAN BROTHERS

adesso provate voi ad evadere il fisco vedete se verrete puniti o premiati

fonte: 600 MILIONI DI EURO LA TRUFFA E FRODE FISCALE AI DANNI DELLO STATO DA PARTE DI GOLDMAN SACHS,J.P. MORGAN,LEHMAN BROTHERS

grazie Paolo per la segnalazione

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