Da Magnanapoli, passando per Globalservice, arrivando ai Mastella
Autore | Roberta Lemma del 22 ottobre 2009
Uno strano suicidio all’anno, un sequestro ogni tanto, uno scandaluccio semestrale, una volta in Sicilia, un’altra volta a Milano, ora si tratta di rifiuti, ora di sanitopoli, poi appaltopoli. Ogni accadimento sembrerebbe un fatto a se stante, cambiano i soggetti delle indagini, cambiano i luoghi.
Così partono le indagini; una strana segnalazione o intercettazione o coincidenza, nelle migliori delle ipotesi si inizia ad indagare dopo aver ricevuto una vera e propria denuncia. Si indaga e si segue la pista per mesi, quando la pista ‘ scotta ‘ gli inquirenti possono essere trasferiti di colpo, tolti dal caso, depistati, uccisi. Le indagini che riguardano prettamente i legami tra mafia e Stato sono tante ma in effetti possono considerarsi una sola: stessa regia e movente. Che si tratti di tangentopoli, vallettopoli, sanitopoli non conta, che succeda a Milano, Napoli, Roma non cambia: unica regia, stesso movente. Denari e controllo. Una volta si trattava della strage di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Ustica, Moby Prince, di Calvi, di Moro, di Mattei e tanti altri misteri italiani. In questi anni son variati gli ambiti di controllo ma non la vittima prescelta, lo Stato italiano e non la regia e i moventi. Denari e controllo. C’entrano sempre il gioco forza dei servizi segreti, si scovano sempre politici immischiati, si parla sempre di corruzione, assassini, spartizione della cosa pubblica, poteri partitici, le banche come i luoghi fulcro di spartenze, arrivi e spostamenti. Ogni indagine ha questi punti in comune. Indagini lunghissime mai concluse, pagine delicate oggi macerano nell’umido di archivi dimenticati per volere; eliminate le prove e le memorie, sarà impossibile collegare, arrestare, metter fine ad anni di assoluto dominio finanziario e politico.
Oggi si torna a parlare di Nugnes, Giorgio Nugnes cresciuto sulle ginocchia di De Mita, accusato di reati imfamanti, obbligato a stringersi una corda al collo solo perchè, dicevano, ‘ avvisava gli ultrà di Pianura concentrati a lottare contro la discarica, degli spostamenti della polizia mandata a gestire l’ordine pubblico’.
Si torna a parlare dell’inchiesta Magnanapoli, e Globalservice e forse tutto coincide, anche lo strano suicidio di Nugnes. Tutto coincide.
L’inchiesta sulla delibera per il ‘Global service’ del Comune di Napoli nasce a Caserta nell’ambito di un procedimento avviato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere su illeciti di alcuni componenti dell’amministrazione comunale di Orta di Atella. Interessi tra amministratori e imprenditori che hanno al centro l’ex sindaco del comune Angelo Brancaccio, transitato in Consiglio regionale nelle file dei Ds e poi del Pd e arrestato l’anno scorso a maggio. ( 2007)
Dalle intercettazioni telefoniche sulle sue utenze, sono emersi rapporti con l’imprenditore Gaetano Lampitelli, 48 anni, di Succivo, nel napoletano, a sua volta legato da rapporti di affari a Luigi Cirino Pomicino, le cui utenze telefoniche sono state poste sotto sorveglianza, dopo il suo impegno per l’aggiudicazione a Lampitelli di un appalto da oltre 1 milione nell’ambito della cittadella del ‘Polo della Qualità’ a Marcianise. Luigi Cirino Pomicino oggi figura nel management della MG, Guida Monaci insieme ad altri Cirno Pomicino:
Mario Cirino Pomicino S.p.A.
◦Mario Cirino Pomicino Presidente
◦Luigi Cirino Pomicino Ammin. deleg.
◦Cristiano Cirino Pomicino Consigliere deleg.
◦Luigi Cirino Pomicino Direttore gen.
◦Cristiano Cirino Pomicino Direttore acquisti
◦Antonio Esposito Direttore amministrativo
◦Raffaele Sarnataro Direttore comm.le
◦Antonio Esposito Direttore finanziario
◦Pasquale Licciardi Direttore personale
◦Giovanni Palladino Direttore produzione
◦Luciano Bertolini Direttore R.E.
◦Sergio Guerriero Direttore sistemi informativi.
( gennaio 2007 )
Nemmeno il sindaco di Ariccia o il direttore della farmacia comunale di Nemi lo sapevano che insieme ad altri piccoli enti sarebbero diventati gli azionisti indiretti di Guida Monaci Spa, società fondata da Tito Monaci nel 1871, poi passata alla famiglia Zapponini. Tutto per effetto di una complessa e un po’ misteriosa operazione finanziaria che vede la Regione impegnata in prima fila. La manovra ha dato una boccata d’ ossigeno ai conti della società di via Salaria, specializzata nella pubblicazione degli elenchi di imprese. Il 25 gennaio si formalizzava l’ ingresso nella Guida Monaci di tre nuovi azionisti: al 6% la Filas, finanziaria della Pisana, controllata attraverso Sviluppo Lazio; all’ 1,5% la Sit, società partecipata fra gli altri dall’ Unione degli industriali di Luigi Abete e dall’ Agenzia sviluppo delle colline romane, che a sua volta raccoglie come soci la Provincia, alcuni soggetti privati e tantissimi piccoli comuni della zona, come Carpineto romano, Artena, Gavignano e altri ancora; all’ 8% è entrata Meliorbanca, istituto privato, che però detiene la quota per conto di investitori non dichiarati. Risultato: la Regione ha versato nelle casse dell’ azienda degli Zapponini 200 mila euro; la Sit 50 mila e Meliorbanca oltre 300 mila. I tre nuovi soci, al tempo stesso, hanno acquisito però il 17% dei debiti di Guida Monaci, che complessivamente al 31 dicembre 2005 ammontavano a oltre 4,16 milioni di euro.
Guida Monaci negli ultimi anni si era trovata a fare fronte con la concorrenza di diversi operatori, italiani e stranieri, che si erano lanciati nel settore degli elenchi telefonici. E molte delle informazioni che un tempo erano disponibili solo sui pesantissimi volumi cartacei, oggi sono reperibili gratuitamente su Internet. Inoltre i tagli imposti a ministeri e enti pubblici dalle ultime Finanziarie avevano ridotto le spese per la pubblicità. La Guida Monaci perdeva molti clienti nel variegato mondo delle partecipazioni statali. L’ azienda utilizzò anche la cassa integrazione per tagliare il costo del lavoro. Ma per investire in nuovi prodotti, Guida Monaci aveva bisogno di liquidità. Così, dopo aver incassato nel 2005 qualche decina di migliaia di euro di contributi pubblici, la società romana tornava a bussare alle porte della Regione. E proprio mentre Piero Marrazzo stava cercando di metter d’ accordo le forze della maggioranza sul piano di tagli alla rete delle società e delle partecipazioni dismettendo enti e aziende inutili, la Filas decideva di acquisire la quota di Guida Monaci.
Cosa spinse la Regione a correre in soccorso della Guida Monaci? Mistero.
Per legge, la Filas poteva acquisire quote di aziende private solo «per consentire la creazione di nuove imprese e la realizzazione di programmi di sviluppo nei settori delle tecnologie innovative». E l’ attività della Guida Monaci, avviata nel 1871, non rientrava nell’ ambito del settore «delle nuove tecnologie». Ma l’ assegno da 200 mila euro ormai era stato staccato. Oggi la Mario Cirino Pomicino spa produce Ghisa e controlla la Guida Monaci assieme a Luigi Cirno Pomicino immischiato nell’inchiesta Global Service.
Dopo esser riuscito ad aggiudicarsi l’appalto per oltre 1 milione di euro a Lampitelli per la cittadella del Polo delle Qualità nel Marcianise Pomicino deve trasferire la sua azienda ad Arzano e si rivolge a vari imprenditori per trovare un sito adatto. Uno degli imprenditori in questione era Alfredo Romeo, l’uomo che curava il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli. Da qui le intercettazioni sulle sue utenze e la nascita di diversi filoni di indagine per i magistrati napoletani, uno dei quali trasmesso a Roma per i rapporti tra l’imprenditore e appartenenti all’ordine giudiziario di Napoli.
Alfredo Romeo, avvocato e imprenditore italiano campano, fondatore della società Romeo Immobiliare, a capo di un gruppo di società che fattura 161 milioni di euro nel campo della gestione dei patrimoni immobiliari. È il fondatore e amministratore del Gruppo Romeo. Il gruppo ha un valore della produzione di circa 161 milioni di euro, e impiega oltre 280 persone, ha sedi a Roma, Napoli e Milano e l’insieme del patrimoni immobiliari affidato in tutta Italia per la gestione di servizi è di 48 miliardi di euro circa.
Oggi il Gruppo fondato da Alfredo Romeo ha come attività principale la gestione e valorizzazione di patrimoni immobiliari Il settore immobiliare è rappresentato dalla Romeo Gestioni S.p.A. e dalla Romeo Immobiliare S.r.L.
Il settore alberghiero è rappresentato dalla Romeo Alberghi S.r.L.
Il settore legale è rappresentato dalla Romeo Legal S.r.L. che eroga servizi integrati di gestione, pianificazione ed organizzazione di tutte le attività di assistenza tecnico-legale e giuridico-amministrativa ad Enti pubblici e privati – imprese – avvocati.
Alfredo Romeo è vicepresidente di Assoimobiliare (associazione dell’industria Immobiliare), partner di Nomisma e del quotidiano Europa, nonché delle edizioni l’Indipendente.
Attraverso il suo Gruppo è Affidatario del Patrimonio Immobiliare del Comune di Napoli, poi dal 1997 della gestione degli immobili del Comune di Roma, con incarico rinnovato nel 2005, presente nella gestione del patrimonio immobiliare anche di altre città come Milano e Venezia, nonché del Vaticano. Implicato in Tangentopoli nel 1993, fu condannato a 4 anni di reclusione. La pena fu poi dimezzata e infine cadde in prescrizione.
L’imprenditore è sotto processo ed è stato per quasi tre mesi in stato di custodia cautelare nell’ambito di un’inchiesta della procura di Napoli, Global Service che ha coinvolto anche magistrati, deputati campani (Italo Bocchino e Renzo Lusetti) ed assessori del comune di Napoli, tra cui l’ex deputato Giuseppe Gambale per associazione a delinquere, corruzione, turbativa d’asta. L’imprenditore allo stato ha negato ogni addebito.
Alfredo Romeo e il suo segreto vincente, lo stesso segreto che ha fatto vincenti uomini del calibro di Berlusconi.
La sua azienda operativa, la Romeo Gestioni, è infatti una vera e propria miniera d’oro che macina anno dopo anno, imperturbabile a ogni evento, quantità formidabili di utili.
Ne ha prodotti per oltre 28 milioni nel 2007; 23 li ha sfornati con il bilancio del 2006. E con una precisione millimetrica ha fatto altrettanto gli anni precedenti. E così negli ultimi 5 anni quell’attività di manutenzione e gestione di case, palazzi e strade del patrimonio pubblico di mezz’Italia ha consentito all’imprenditore casertano di portare nelle casse della sua azienda oltre 110 milioni di euro. Pagate le tasse s’intende, poiché a livello operativo la montagna di soldi accumulata varrebbe il doppio. Quei 25 milioni, euro più euro meno, che ogni anno entrano nelle sue tasche, sono prodotti su ricavi non così eclatanti. I soldi che incassa dai committenti (per lo più pubblici) valgono ogni anno tra i 130 e i 145 milioni di euro, che non è gran cosa. Se poi aggiungiamo la grande abilità (sic!) di Romeo nella gestione del costo del lavoro (a cui va solo il 7-8% del fatturato prodotto) e ovviamente dei servizi prestati, ecco il segreto del successo. Valutato sotto quest’aspetto, Romeo è l’imprenditore più ricco d’Italia. Non c’è azienda nel nostro Paese che possa vantare così alti livelli di profittabilità. Basti pensare che una società come l’Eni ha trasformato in utili netti solo l’11% dei suoi ricavi del 2007. O la Geox , una delle realtà più solida e ricche, non è andata al di là, sempre nel 2007, del 16%. Romeo vola, invece con quel tasso del 20% e più di utili netti sui suoi (pochi) ricavi. Tanta liquidità gli consente di non avere nessun debito con le banche. E di patrimonio accumulato ne ha a iosa: oltre 70 milioni di euro, oltre a tenere in libretti bancari e postali una sessantina di milioni pronti all’uso. Ma tanta magnificenza non può essere dovuta solo alla bravura. Il suo arresto e le intercettazioni mostrano che il vero segreto erano, molto probabilmente, gli appalti “confezionati su misura” per le sue tasche. In un giro inequivocabile di conflitto d’interesse. Le commesse record: come il maxi-appalto per la manutenzione delle strade della Capitale: 580 milioni per 9 anni, quando a Bologna o a Firenze si paga per lo stesso servizio quindici volte meno. Un abisso.
O la gestione che dura da molti anni del patrimonio immobiliare del Comune di Napoli. Un servizio che ha reso alla collettività la miseria di soli 13 milioni di euro su un “pacchettone “di case e uffici che di milioni ne valgono oltre 2.000. Chiunque ,viste le cifre, avrebbe saputo far rendere quelle case assai di più.
Il filone nell’ambito del quale furono eseguite 12 ordinanze di custodia cautelare è quello relativo ai rapporti tra Romeo e amministratori pubblici napoletani e campani, nonché politici di livello nazionale, come Renzo Lusetti e Italo Bocchino, indagati, per l’illecita e sistematica aggiudicazione di appalti di servizi pubblici. Nell’ambito di questo filone esiste un ulteriore costola stralciata, che riguarda infiltrazioni dei clan nella realizzazione dei lavori pubblici per la bonifica del bacino del fiume Sarno. Mai realizzata ma che anzi oggi e sotto l’attenta lente degli inquirenti che indagano sullo sversamento, nel fiume, di rifiuti tossici.
Da intercettazioni della Direzione investigativa antimafia sulle utenze del provveditore alle opere pubbliche di Napoli Mauro Mautone, emersero contatti con Romeo e le due indagini vennero unificate.
Proprio qui vennero alla luce gli elementi sul diretto coinvolgimento degli uffici tecnici di Romeo nella stesura della delibera per il ‘Global service’. In pratica, i pm Vincenzo D’Onofrio e Raffaello Falcone, dicevano che Romeo aveva organizzato un ‘comitato d’affari’ nel quale vi erano vari tecnici e professionisti, ma anche assessori e pubblici funzionari che in cambio di posti di lavoro, incarichi, consulenze o denaro, gli assicuravano l’aggiudicazione di appalti con gare cucite su misura tanto da essere redatte dal suo staff. Oltre le intercettazioni, nell’indagine ci furono riscontri documentali e testimoniali. A limare i testi dei capitolati, poi di fatto scritti nelle delibere, era la più stretta collaboratrice di Romeo, Paola Grittani, arrestata insieme a Guido Russo, anche lui arrestato, docente universitario e presidente dell’Arpa, ma in realtà, per i pm, una sorta di dipendente dell’imprenditore. Inoltre parlamentari Bocchino e Lusetti rispettivamente di An e del Pd, in alcune conversazioni telefoniche espressero il primo soddisfazione per il ritiro degli emendamenti più problematici al testo della delibera, il secondo sostegno concreto a Romeo per una decisione del Tar che riguardava un suo concorrente. Nell’inchiesta finirono gli appalti per la refezione scolastica in città, servizi di pulizia per l’amministrazione provinciale. Le accuse mosse agli arrestati, associazione a delinquere, turbativa d’asta, corruzione, abuso d’ufficio.
Oggi il gruppo Romeo gestisce gli immobile e altro del:
- Comune di Napoli
- Comune di Roma
- Comune di Milano
- Ministero dell’Economia
- Consip Global Service
- Consip Catasto stradale
- Consip facility uffici
- Consip impianti sanità
- Agenzia del demanio
- BNL fondi Immobiliari
- Inps
Esperienze Pregresse del Gruppo Romeo:
- Comune di Pozzuoli
- Comune di Firenze
- City global Valmontone
- Università di Bari
- Palazzo delle Finanze
- Iacp di Latina
Altre gestioni significative del Gruppo:
- INPDAP: Servizio integrato di gestione del patrimonio immobiliare
- Unicredit: Gestione integrata delle attività di manutenzione
- Comune di Venezia: Servizi di gestione tecnica e manutenzione del patrimonio immobiliare
- Agenzia Romana per la preparazione del Giubileo: Servizi di censimento del patrimonio immobiliare
- Comune di Volla: Servizi di gestione dell’inventario del patrimonio mobiliare ed immobiliare
- IACP – Salerno: progettazione e realizzazione del Sistema Informativo
- IACP – Roma: Servizio di recupero crediti maturati nei confronti dei conduttori e/o occupanti gli immobili ad uso diverso da quello di abitazione
- IACP – Bari: Servizi di ricognizione e regolarizzazione del patrimonio immobiliare
- IACP – Caserta: progettazione e realizzazione del Sistema Informativo
- Regione Campania: Servizio di censimento, inventario e catalogazione dei beni culturali
- INARCASSA: Servizi di ricognizione e schedatura del patrimonio immobiliare
- Comune di Roma: progettazione e realizzazione del sistema informativo per la gestione del patrimonio immobiliare
- A.M.A.N: . Sistema Informativo Cartografico per il censimento e la gestione delle reti idriche.
- Comune di Napoli progettazione e fornitura, di un Sistema informativo integrato per la gestione del personale dipendente
- IACP – Lecce: progettazione e fornitura con formula “chiavi in mano” del sistema informativo integrato
Ma quale potere si muoveva e si muove dietro Alfredo Romeo? Non si sa, sappiamo solo che l’imprenditore è di Caserta, ma forse nemmeno quest’altra coincidenza basta.
29 novembre 2008, un suicidio.
L’ex assessore del Pd alla Protezione Civile e ai Cimiteri del Comune di Napoli si suicida impiccandosi in un sottoscala nella su casa di Pianura, aveva 48 anni.
Era coinvolto nell’inchiesta della procura partenopea sugli scontri avvenuti nel quartiere di Pianura, nel gennaio scorso, durante le manifestazioni anti discarica, Nugnes era stato sottoposto agli arresti domiciliari il 6 ottobre scorso, misura in seguito sostituita dal divieto di dimora nel quartiere Pianura.
Il 20 ottobre si dimise dal suo incarico, contestualmente all’espulsione dal partito.
Era accusato di aver contribuito all’organizzazione delle proteste, poi degenerate in vari episodi di violenza, che nel gennaio scorso divamparono nel quartiere Pianura contro la riapertura della locale discarica. Accusato di usare il suo ruolo istituzionale per informare i manifestanti sugli spostamenti della polizia, Nugnes avrebbe dato un contributo rilevante alla realizzazione dei blocchi stradali da parte degli ultrà contrari alla discarica.
Le indagini si basavano su telefonate intercettate tra lo stesso Nugnes e il consigliere di An Marco Nonno, anche lui arrestato nella stessa inchiesta. L’assessore lo avrebbe avvertito dell’arrivo della polizia nel quartiere, dove i dimostranti avevano ostruito l’accesso alla ex discarica. In successive interviste, Nugnes aveva spiegato di averlo fatto pensando così di poter dare una mano alla gente di Pianura, la sua gente.
Un assessore contrario alla realizzazione di una discarica nel centro cittadino della sua città, a tal punto di schierarsi con i manifestanti, basta per giungere ad un suicidio? Tralasciando il fatto che è ingiusto e illegale aprire discariche nei centri cittadini o nelle loro immediate vicinanze, basta per decidere di uccidersi? Diplomato all’Isef, aveva lavorato dal 1986 al 1992 al Commissariato di Governo per la ricostruzione post-terremoto, occupandosi di Quarto e Pozzuoli. Nel 1994 era stato eletto per la Dc al consiglio comunale. Dal 1997 al 2000 era stato capogruppo del Ppi. Rieletto, dal 2001 al 2003 era stato presidente della Commissione bilancio, e poi, dal 2003 al 2006 capogruppo della Margherita. Nel maggio 2006 alle elezioni comunale raccolse cinquemila preferenze e fu nominato assessore alla protezione civile, ai cimiteri, ed, inizialmente, alla manutenzione stradale, dal sindaco Rosa Russo Iervolino.
Nugnes per un certo periodo quindi si occupò anche della manutenzione stradale del comune di Napoli e se Alfredo Romeo aveva il monopolio sulla manutenzione questo significava che Nugnes ebbe a che fare con Romeo o chi per lui e che quindi sono ipotezzabili ben altri scenari a spiegare la sua tragica morte. Ma questo collegamento venne occultato e reso pubblico solo in secondo momento. Perché è bene dirlo che non esistono soltanto magistrati e giudici ‘ comunisti ‘ ma anche pm al servizio del potere opposto! Nugnes viene ufficialmente indagato per gli scontri della discarica di Pianura, infangato, allontanato, scacciato come un lebbroso, il capro espiatorio perfetto per depistare e allontanare sospetti e indagini.
Il pm napoletano Antonello Ardituro, nell’udienza preliminare per gli scontri scaturiti dalla protesta contro la discarica di Pianura, non ha risparmiato la memoria di Giorgio Nugnes.
Nell’ultimo anno di vita era un uomo braccato, non dai clan camorristici, ma dalla giustizia. Tutti indagavano su di lui: sei magistrati della Direzione distrettuale antimafia, Digos, Nucleo provinciale dei carabinieri, Dia, persino gli 007 dell’Aisi (l’ex Sisde). Il suo nome era in quattro inchieste: due riguardavano Pianura, altre due la Globalservice. Sentitosi sotto assedio, Nugnes, aveva provato a difendersi. Per esempio aveva studiato con attenzione l’elenco delle chiamate che lo accusavano di aver organizzato la resistenza di Pianura nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2008. Per i pm telefonate inequivocabili che lo schiacciavano alle sue responsabilità. Ma Nugnes era convinto che ne mancasse una di chiamata, la 1378, diretta a una giornalista del Mattino. Il compito di selezionare le conversazioni da inviare in procura era stato affidato al capocentro della Direzione investigativa antimafia Adolfo Grauso. Che non potè mai rispondere ai giornalisti in quanto venne trasferito all’ufficio napoletano dell’Aisi. Nelle ultime ore di vita Nugnes aveva detto di sentirsi perseguitato dai nostri 007.
I primi che chiesero di mettere sotto controllo le utenze di Nugnes furono i pubblici ministeri Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli e Vincenzo D’Onofrio che indagavano sull’inchiesta “Magnanapoli”, appalti e politica, anno 2007.
I reati ipotizzati in quel momento, turbativa d’asta e associazione per delinquere (aggravati dall’agevolazione della camorra).
Il procedimento era a carico di Mario Mautone, provveditore ai lavori pubblici di Campania e Molise (all’epoca il suo “superiore” è Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture), ma visto che nel mirino c’era “la definizione dell’appalto di manutenzione ordinaria del Comune di Napoli”, sotto inchiesta finisce pure Nugnes, assessore con deleghe alla difesa del suolo, alla protezione civile, alle fogne e alle strade di cui Romeo aveva ( ha??) il monopolio.
Il 30 marzo 2006 il sindaco Rosa Russo Iervolino aveva provato ad accelerare la pratica (con l’aperto sostegno di Nugnes, all’epoca capogruppo della Margherita), ma non era riuscita a indire la gara prima delle elezioni, anche a causa dell’opposizione del capogruppo di An Pietro Diodato che aveva paventato, in una riunione parzialmente segretata del consiglio, un concorso pilotato a favore dell’imprenditore Alfredo Romeo, il nuovo “re di Napoli”. Il 7 luglio 2006 Diodato viene ascoltato dal pm Giancarlo Novelli: è la prima inchiesta che, indirettamente, riguarda Nugnes. Il quale nel frattempo diventa assessore e firma la delibera sulla gara che il consiglio comunale approva il 3 aprile 2007. I magistrati chiedono di intercettarlo il 17 dicembre 2007 “con il sistema Mito”. Il 2 e il 3 gennaio 2008 la sua voce finisce nelle cuffie degli uomini della Dia mentre dà indicazione degli spostamenti dei blindati delle forze dell’ordine al consigliere comunale di An Marco Nonno, impegnato nella resistenza di Pianura; nei giorni successivi la trascrizione delle sue chiamate viene inviata al pm Milita che sta indagando sugli incidenti, ma non solo.
Inizia a questo punto forse la parte più sorprendente e meno esplorata della vicenda. Infatti la sera del 5 gennaio proprio Milita (prima di ricevere le carte dai colleghi) richiede di intercettare i telefoni di sette persone, sotto indagine per un presunto “traffico illecito di rifiuti aggravato dalla metodologia mafiosa e associazione per delinquere di stampo mafioso”. La stessa che c’è oggi e che ha fatto aprire altrettante indagini su altrettanti uomini politici di spicco nella Napoli che conta e non solo e che oggi rivedono i Mastella e i Bassolino nuovamente in prima pagina.
Al centro dell’inchiesta c’è ancora una volta la discarica di Pianura e in particolare l’area, di proprietà della Elektrika srl, individuata dal commissario di governo per una discarica provvisoria. Secondo il magistrato, coadiuvato nelle indagini dai carabinieri, dietro agli incidenti c’era un affare saltato. Scrive Milita: L’ideatore di tali disordini sarebbe un “socio occulto” di Elektrica. Già sottoposto a sorveglianza speciale e libertà vigilata, avrebbe precedenti per “associazione per delinquere, estorsione, tentato omicidio, porto abusivo d’arma e danneggiamento”; secondo gli inquirenti sarebbe stato anche “affiliato alla Nuova camorra organizzata del noto Raffaele Cutolo”. L’uomo “agirebbe con il sostegno (…) del consigliere regionale di An Pietro Diodato”. Sorpresa: mentre la Dia intercettava Nugnes, Milita metteva sul banco degli imputati proprio il suo accusatore. Ecco la motivazione: “Dapprima si esprimeva favorevolmente per la riapertura del sito, mutando successivamente opinione allorquando si conclamava che il provvedimento antimafia interdittivo, emesso nei confronti della società Elektrica avrebbe probabilmente potuto determinare la mancata erogazione di alcun indennizzo o compenso per l’uso dell’invaso”.
Dopo ciò, a Milita arrivavano le trascrizioni delle intercettazioni della Dia e il magistrato si concentrava su Nugnes, definendolo “uno degli organizzatori degli atti violenti”; il 7 gennaio chiederà al gip l’autorizzazione a intercettarlo.
E Diodato? “Io dell’inchiesta su di me non so nulla” diceva l’interessato a Panorama, “ma, come si evince da quelle telefonate, io sono la vittima, Nugnes e il mio collega di partito Nonno mi volevano vedere ‘politicamente’ morto”. Diodato non si fermò (stava indagando sull’acquisto dei palazzi che ospitavano il consiglio comunale e la giunta regionale, di proprietà della Pirelli, costati circa 80 milioni di euro) e in una nota scriveva: “Nugnes era convinto di meritare un assessorato (e lo meritava) per l’esperienza acquisita e il consenso elettorale espresso, ma gli sono state date deleghe pesanti, alcune delle quali (strade, fogne), nonostante il predecessore fosse stato confermato in giunta. Non è da escludere che sia stato usato. Lui si fidava del sindaco, con cui aveva un rapporto filiale”. Quella “cara Rosetta” (Russo Iervolino) a cui un Nugnes distrutto inviava la lettera di dimissioni da assessore il 17 ottobre 2008. L’ultimo atto politico prima di morire. Travolto dall’assalto di magistrati che si sentirono in missione in una città dove regnava e regna “lo spregio del principio del bene comune”. Come del resto in tutta Italia. Giorgio Nugnes perseguitato dai servizi segreti e siccome sono ‘ segreti ‘ arrivare a loro è missione per Superman che invece della kryptonite troverà per nemico Echelon, l’occhio invisibile che guarda, sente e tocca tutto senza esser visto. Ma l’indagine non viene archiviata, avanza a fatica, intralciata, spostata di sede, dimenticata e poi ripresa.
( accadeva nel dicembre 2008 )
Comunicato Stampa ufficiale diramato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia- firmato in calce dal Procuratore del capoluogo partenopeo Giovandomenico Lepore.
“Oggi non è un bel giorno per Napoli”. E’ quanto dichiarato durante l’incontro con i giornalisti dal Procuratore del capoluogo partenopeo Giandomenico Lepore in merito all’inchiesta su Global Service . “Non ci sono trionfalismi da fare”, ha proseguito Lepore che non ha voluto né telecamere né microfoni per evitare che questa inchiesta si spettacolarizzasse troppo perché “la vicenda vede coinvolto pure Giorgio Nugnes (ex assessore del Comune di Napoli, ndr) che è morto tragicamente”. In merito al ventilato coinvolgimento di membri dell’amministrazione provinciale di Napoli, Lepore ha confermato che alcuni consiglieri provinciali sono stati ascoltati e saranno ascoltati nei prossimi giorni come persone informate sui fatti in merito ad una gara di appalto della Provincia di Napoli vinta dalla Global Service. Non solo tangenti in denaro, ma anche promesse di far carriera nel mondo politico nazionale.
Questo quello che, secondo i magistrati di Napoli, elargiva l’imprenditore Alfredo Romeo a chi gli garantiva una corsia preferenziale per le sue imprese in gara per vincere degli appalti. “Scambio di denaro – hanno precisato ai giornalisti il procuratore capo Giandomenico Lepore e il coordinatore della Dda Franco Roberti – ma anche altri benefici come lo sviluppo di carriere politiche per taluni assessori rampanti come passare dalle istituzioni locali a quelle nazionali” grazie ai rapporti molto stretti con alcuni parlamentari. Non solo politici, ma anche qualche magistrato era “al servizio” dell’imprenditore Alfredo Romeo. E’ stato lo stesso coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti, a dichiararlo. “Non sarei onesto se non ammettessi che, così come c’è il coinvolgimento di alcuni politici, c’è anche qualche magistrato vicino a Romeo”, ha spiegato Roberti. Per il procuratore aggiunto, questo stralcio di inchiesta sull’imprenditore Romeo sarà affidato per competenza “all’ordine giudiziario di Roma”. Altri particolari sono emersi anche sul ruolo del parlamentare piddino Renzo Lusetti.
L’imprenditore napoletano Alfredo Romeo riceveva “l’illecito sostegno” di Lusetti, per la realizzazione di alcuni appalti sia a Napoli che a Roma. Secondo i pm, Lusetti sarebbe intervenuto “presso esponenti del Consiglio di Stato” per sostenere Romeo “nell’atto di appello interposto contro una decisione del Tar favorevole a un’impresa concorrente”. Ancora più subdolo era il ruolo dell’alleanzino Bocchino. “Siamo un sodalizio”. Così il deputato e vice capogruppo alla Camera del Pdl Italo Bocchino durante una delle intercettazioni telefoniche che fanno parte del fascicolo d’inchiesta della Procura di Napoli sulla Global Service. “…Quindi, poi, ormai… siamo una cosa… quindi… consolidata, un sodalizio… una cosa… solida una fusione dei due gruppi quindi…”, affermava Bocchino per rassicurare i suoi sodali sull’esito del ritiro degli emendamenti più “fastidiosi” proposti dal gruppo di An in consiglio comunale a Napoli con riferimento alla delibera avente ad oggetto il progetto Global Service. Secondo i magistrati partenopei, dalle indagini è emersa “l’unicità” del complesso “sistema illecito ideato e realizzato” da Romeo e “l’interagire delle relazioni delinquenziali” tra tutti i protagonisti delle singole vicende contestate diversificate tra loro per la “pluralità di appalti”, ma “riconducibili a un unitario disegno criminale, in quell’ottica di continuità e stabile comunanza e reciprocità di interessi” che lega tra loro molti degli indagati quali “componenti di una struttura organizzata unitaria”.
18 dicembre 2008 ( fate attenzione sempre alle date )
fonte:
- http://www.thepopuli.it/2009/10/magnanapoli-globalservice-mastella/
- http://www.thepopuli.it/2009/10/magnanapoli-globalservice-mastella-alfredo-romeo/
- http://www.thepopuli.it/2009/10/magnanapoli-globalservice-mastella-giorgio-nugnes/
il premier è sopra agli altri
“Il premier non è ‘primus inter pares’ come vuole la tradizione liberale, ma ‘primus super pares” – Gaetano Pecorella, avvocato di Silvio Belusconi
fonte: la Repubblica
differenza tra la legge e la applicazione della legge
“La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente lo è la sua applicazione” – Niccolò Ghedini, avvocato e rappresentante legale di Silvio Berlusconi
fonte: la Repubblica
Dimissioni di Luigi De Magistris
di Luigi De Magistris* – 1° ottobre 2009
Al Sig. Presidente della Repubblica – Piazza del Quirinale ROMA
Signor Presidente, scrivo questa lettera a Lei soprattutto nella Sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
E’ una lettera che non avrei mai voluto scrivere. E’ uno scritto che evidenzia quanto sia grave e serio lo stato di salute della democrazia nella nostra amata Italia.
E’ una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall’Ordine Giudiziario.
Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione.
Sebbene l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro – come recita l’art. 1 della Costituzione – non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l’ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l’aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E’ cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che – contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti – sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.
I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall’ingresso in magistratura – oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente – sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch’io l’agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l’interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.
Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.
In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell’azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall’esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall’interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l’indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall’esterno dell’ordine giudiziario, ma anche dall’interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.
Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato.
Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c’era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese – piaccia o non piaccia al sistema castale – lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant’è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana.
Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che – dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 – le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica,nell’economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un’autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa.
Gli ostacoli più micidiali all’attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d’affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.
Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l’Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l’uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace.
Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E’ tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione.
Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato.
La solitudine è una caratteristica del magistrato, l’isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all’azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell’ordine con ogni mezzo.
Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all’esterno. Il resto del Paese non doveva sapere. Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l’azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c’è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese. L’azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia “militare” e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l’inquinamento e la confisca della democrazia.
Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale.
Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere – sempre quale Presidente del CSM – le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un’attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione? Signor Presidente, Lei – come altri esponenti delle Istituzioni – è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati? Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell’imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l’ingiustizia senza fine.
Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l’Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l’obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l’ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un’inesauribile risorsa aurea.
Ho denunciato fatti gravissimi all’Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente. La logica di regime del “colpirne uno per educarne cento” usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l’orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.
Quando la Procura della Repubblica di Salerno – un pool di magistrati, non uno “antropologicamente diverso”, come nel mio caso – ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una “lite fra Procure”, una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C’era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell’art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un’aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.
Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?!
Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l’Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento – devo dire, senza precedenti – dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato.
Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un’avventura politica straordinaria. Un’azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, nè ledere la mia schiena dritta, nè scalfire il mio entusiasmo, nè corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese.
Nell’animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.
Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinchè i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.
E’ per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall’Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.
*(Europarlamentare IDV)
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
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fonte: Gocce di memoria




