il bombardamento di Bari
Il 2 dicembre 1943 centocinque aerei tedeschi bombardano il porto di Bari, pieno di navi cariche di materiale da guerra; una di bombe all’iprite. Nessuno sa che è un terribile aggressivo chimico. E la gente muore senza sapere perché.
Il sole è tramontato da due ore. Nel cielo sereno solo una piccola falce di luna a sudovest, sopra il Salento. L’aria è chiara e luminosa sul mare calmo. Il porto di Bari è pieno di luci, sulle navi e sulla banchine; è illuminato a giorno come se la guerra non ci fosse e non ci fosse il pericolo dei bombardamenti tedeschi. Eppure nel primo pomeriggio si è sentito volare alto un aereo; a lungo, avanti e indietro; il centro radar lo ha identificato come un ricognitore Messerschmitt 210 della Lutwaffe; è passato anche ieri e l’altro ieri.
Alle 19.25 suonano le sirene dell’allarme aereo. Tutte le luci si spengono. Un rombo di aerei arriva da nordest e alle 19.30 ecco le prime bombe e le prime esplosioni, mentre candelotti illuminanti appesi a piccoli paracadute scendono lentamente e illuminano il porto e le quaranta grandi navi da carico alla fonda, in gran parte della classe “Liberty” (1); molte sono piene di munizioni; una, l’americana John Harvey, è piena di bombe all’iprite, il “gas mostarda” (2), e nessuno lo sa. Comincia così l’unico episodio di guerra chimica della seconda guerra mondiale; un disastro le cui conseguenze si faranno sentire per più di mezzo secolo (3).
Con l’arrivo degli eserciti alleati, che lentamente risalgono la penisola, il porto di Bari è diventato il nodo principale dell’organizzazione logistica dell’8a armata inglese sul fronte adriatico e la base di rifornimento di carburante della 15a Air Force, che ha il suo Comando nell’aeroporto di Manfredonia: 600 mila litri di carburante alla settimana, che una rete di oleodotti porta anche agli aeroporti di Foggia, Gioia del Colle e Grottaglie. Da questi aeroporti partono gli aerei che bombardano non solo l’Italia del centro e del nord ancora occupata dai tedeschi ma anche la Germania. Comandante è il generale James Doolittle, l’artefice del bombardamento di Tokyo del 18 aprile 1942 (4).
Gli aerei tedeschi in arrivo sono più di cento, quasi tutti Junkers 88, i bimotori da bombardamento più diffusi; alcuni sono partiti dall’aeroporto di Ronchi dei Legionari, vicino a Monfalcone, gli altri da due aeroporti in Grecia, vicino ad Atene; l’appuntamento, alle 19.25, è stato sul mare, trenta miglia a nordest di Bari. Alle 19.30 sono sulla città.
“Le navi, specie quelle che erano lungo il molo foraneo di levante“ scriverà Augusto Carbonara, uno che era in città e vide scardinata dal bombardamento la finestra della sua camera da letto (5), “furono sorprese d’infilata dalle bombe tedesche. Erano tanto vicine che le bomba cadute in acqua furono molto poche. Alcune navi bruciavano, altre affondavano, altre, incendiate, rotti gli ormeggi, andavano alla deriva, avvicinandosi alle navi non colpite. Le navi che nella stiva trasportavano esplosivi dapprima si incendiarono e poi finirono per deflagrare e colpire tutto il porto e anche molte case della città vecchia. I vetri delle abitazioni di mezza Bari andarono in frantumi”.
La sorpresa dell’attacco e l’ignoranza del carico della Harvey causano i danni più gravi. La maggior parte dei marinai è in franchigia. Cinema e teatri – il Piccinini, il Petruzzelli, l’Oriente, il Margherita, il Kursaal – sono aperti e pieni di inglesi e americani; al Margherita, ribattezzato Garrison Theatre, si proietta Springtime in the rockies con Betty Grable e John Payne. I militari più alti in grado stanno al vicino Barion, trasformato in circolo ufficiali.
Gli italiani no. “Al momento dell’attacco, dal comandante agli ufficiali, ai marinai” racconterà Oberdan Fraddosio, che quel giorno era l’ufficiale di guardia (6) “eravamo tutti in Capitaneria o sul posto di manovra delle ostruzioni retali alla testata del molo foraneo di levante. Non esistevano rifugi antiaerei. Non esistevano mezzi di protezione personale che non fossero vecchie maschere antigas inutilizzabili e inutilizzate. Perfino gli elmetti erano in numero inadeguato. Tutti rimasero ai loro posti fino alla fine dell’incursione”. Il porto, come altre basi navali ha all’imboccatura una rete che viene aperta per un tratto al passaggio di una nave. “Il Comandante” racconterà ancora Fraddosio “mi ordinò di eseguire una ricognizione nel bacino portuale portandomi fino alle ostruzioni. Nel percorrere le acque del bacino passammo molto vicini a navi che bruciavano e sulle quali esplodevano ancora le cariche dei cannoncini e delle mitragliere. Dovevamo tenerci sopravvento per evitare di essere avvolti dal fumo denso e acre degli incendi”.

Quello che sembra fumo non è soltanto il fumo degli incendi; è anche il vapore dell’iprite. “Tra le navi” racconterà ancora Augusto Carbonara “fu colpita e incendiata anche la John Harvey, quella che, con altro materiale esplosivo, trasportava le cento tonnellate di bombe con l’iprite (7). I marinai rimasti a bordo tentarono con ogni mezzo di domare il fuoco, ma inutilmente, e dopo mezz’ora l’incendio si propagò alla stiva. Non ci volle molto che la nave saltasse in aria con tutto il suo carico e tutti gli uomini, compresi quei pochi che conoscevano la verità sul carico. Da quel momento cominciò l’inferno”. “La maledetta mustard” dirà ancora Carbonara “si mescolò alla nafta venuta fuori dalle petroliere affondate e formò un velo mortale su tutta la superficie del porto. Coloro che dalle altre navi si lanciavano in acqua furono ben presto zuppi della maleodorante sostanza. I vapori dell’iprite si spargevano intanto su tutto il porto; bruciavano la pelle e intossicavano i polmoni dei sopravvissuti”. A notte (solo alle 23 le sirene hanno dato il cessato allarme) si contano le navi affondate; sono 17: cinque americane, quattro inglesi, tre norvegesi, tre italiane (Barletta, Frosinone, Cassala), due polacche; sette le navi gravemente danneggiate. Il calcolo del materiale perduto sarà fatto nei prossimi giorni: non meno di quarantamila tonnellate. E i morti, i feriti?
“All’ospedale neozelandese (che aveva trovato posto nel non ancora finito Policlinico della città)” scriverà Carbonara “cominciarono ad arrivare i primi feriti. Molti, più che colpiti dalle esplosioni, erano provati dall’effetto del gas vescicante. Ma non si sapeva che fosse stato il gas a provocare tali effetti, perché, sul momento, nessuno lo intuì. Non vi erano vestiti di ricambio e pertanto non fu possibile cambiare d’abito i soldati che erano caduti nelle acque del porto. Chi non poté cambiarsi di sua iniziativa rimase quindi con gli abiti zuppi d’iprite, che non solo agì sulla pelle, ma fu assunta attraverso le vie respiratorie.
“I primi inspiegabili collassi si ebbero dopo cinque o sei ore dalla contaminazione. Dopo, seguirono le prime morti, quasi improvvise, di gente che qualche minuto prima sembrava stesse per riprendersi. Tutti avevano la pelle piena di vesciche. Sulle ascelle, l’inguine e i genitali le pelle si staccava come avviene per le ustioni più gravi”. Soltanto domani qualcuno dei medici comincerà a intuire qualcosa. Un capitano della sanità si recherà dalle autorità alleate per chiedere l’esatto contenuto delle navi colpite. Si telegraferà negli Stati Uniti, da dove le navi erano partite, ma nessuno darà o vorrà dare una risposta; e anche in futuro la risposta non arriverà mai (8). Quante le vittime? Sarà impossibile calcolarne il numero; sicuramente intorno a un migliaio tra civili e militari. Oltre ai morti per le bombe e per i crolli, oltre ottocento militari saranno ricoverati per ustioni o ferite; di essi 617 a causa dell’iprite. A Bari ne moriranno 84 e molti in altri ospedali, sia italiani sia in Africa del nord e negli Stati Uniti dove verranno trasportati. I civili saranno almeno 250. Nella città vecchia sono crollate alcune vecchie case e una di esse, non ricostruita, creerà una piazzetta al fianco della sacrestia della cattedrale. Nella parte nuova della città crollano tre edifici; due tra via Andrea e via Roberto, vicino alla chiesa di San Ferdinando, un terzo in via Crisanzio nei pressi della manifattura dei tabacchi.
“Ma se il bombardamento” racconta Paolo de Palma (9), un altro che era a Bari in quel giorno, “non si trasformò in un vero e proprio massacro per i cittadini baresi lo si deve al vento che si mise a spirare verso levante, evitando così un pericolo devastante. Forse fu San Nicola che volle ancora una volta tutelare la sua città”. E’ un fatto che in tutti i posti di mare una brezza, la sera, spira dal mare (che si raffredda più rapidamente) verso la terra (che rimane per un po’ più calda); e quindi, a Bari, da levante verso ponente. Questa sera la brezza è spirata da ponente verso levante e ha portato in alto mare i gas venefici dell’iprite (10).
NOTE
(1) Le “Liberty ships” furono uno dei fattori di successo della vittoria alleata. Per sopperire alla carenza di flotta mercantile e alla sua continua decimazione da parte dei sottomarini tedeschi operanti nell’Atlantico, gli Stati Uniti cominciarono a costruire nel 1941, su disegno inglese, questo tipo speciale di navi da carico, che avevano una portata lorda fino a diecimila tonnellate (trasportavano anche carri armati e aerei imballati) e una velocità di undici nodi. La loro peculiarità era di essere costituite da sezioni prefabbricate, prodotte eguali da fabbriche diverse e assemblate in cantiere con saldature elettriche. Occorreva poco tempo per costruire e mettere in mare queste navi; il primato fu di una di esse, costruita in quattro giorni, 15 ore e 30 minuti e allestita in tre giorni. Fra il 1941 e il 1945 di navi Liberty ne furono costruite 2578; anche due-tre al giorno.
(2) L’iprite (un solfuro di cloro-etile) non è un gas ma un liquido di colore bruno giallognolo dall’odore di aglio e senape (di qui l’appellativo di “mostarda”). Penetra in profondità nella cute e agisce anche attraverso gli abiti, il cuoio e la gomma, producendo vesciche e lesioni dolorose; se, vaporizzata da un’esplosione, si diffonde nell’aria, arreca danni gravi all’apparato respiratorio e al sangue. Prende il nome da Ypres, la cittadina del Belgio dove i tedeschi l’usarono per la prima volta nel 1915 durante la prima guerra mondiale. Nel 1925 una conferenza internazionale a Parigi vietò l’uso di quelli che comunemente vengono chiamati “gas asfissianti”, ma riserve di aggressivi chimici, anche più pericolosi dell’iprite, sono possedute da quasi tutti gli eserciti, ufficialmente per eventuali ritorsioni se il nemico li usasse per primo. Così gli americani hanno spiegato – molti anni dopo – il carico di bombe all’iprite a bordo della Harvey. Aggressivi chimici sono stati usati anche dall’Italia contro gli abissini durante la guerra di Etiopia del 1935-1936.
(3) Sembra che resti delle bombe all’iprite della Harvey siano rimasti nei fondali del porto di Bari e trascinati dalle correnti lungo la costa. Casi di leucemia fra i pescatori di Bari e di Molfetta sono stati attribuiti all’iprite del 1943 e molte interrogazioni in questo senso sono state presentate in Parlamento; l’ultima il 30 gennaio 2001 alla Camera dal deputato Delle Vedove. Nello stesso anno un “libro bianco” sullo stesso argomento (“Cinquanta anni di colpevole silenzio”) è stato illustrato da Nichi Vendola.
(4) Ingegnere aeronautico civile prima della guerra, James Doolittle, detto Jimmy, comandò nell’aprile del 1942 i sedici bombardieri americani che, partiti dalla portaerei Enterprise a 1200 chilometri dal Giappone, bombardarono Tokyo, Yokohama, Osaka e Nagoya e poi, consumato il carburante, quindici atterrarono o si schiantarono in terra cinese e uno atterrò a Vladislovak in Unione Sovietica. Il “Doolittle raid” fu il primo attacco aereo americano sul Giappone e risollevò il morale dell’opinione pubblica americana, colpita dall’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.
(5) Augusto Carbonara in www.crbgst@tin.it. Il racconto è anche in www. cronologia.it/biogra2/bari.htm
(6) Oberdan Fraddosio (Bari 1917), Percorsi di pace e di guerra, note autobiografiche. Nel 1956 ha lasciato la Marina ed è diventato funzionario della Camera dei deputati.
(7) Sembra che ciascuna bomba, lunga 120 centimetri e del diametro di venti centimetri, contenesse 31 chili di mustard gelatinosa. Si scoprì poi che fra le bombe sganciate dagli aerei tedeschi c’era anche un tipo nuovo, usato per la prima volta e di fabbricazione italiana: la motobomba FF, un ordigno del peso di 300 chilogrammi e armato di 120 chilogrammi di esplosivo; scendeva frenato da un paracadute e in acqua, spinto da un motore elettrico, diventava una specie di siluro. La sigla FF derivava dal nome dei progettisti, il tenente colonnello Ferri e il colonnello Fiore.
(8) Nel dicembre del 1943 il governo americano inviò a Bari un esperto, il colonnello Stewart Alexander, perché redigesse un rapporto sulle “strane” morti avvenute a Bari. Alexander aveva un eccellente curriculum di studi e nel 1942 fu chiamato a far parte del Quartier generale di Eisenhower come consulente medico per il settore della chimica di guerra. Una prima relazione fu presentata al Quartier generale di Algeri il 27 dicembre 1943 (“Ustioni da gas tossici durante la catastrofe del porto di Bari”). Eisenhower approvò il rapporto e lo fece archiviare, ma Winston Churchill dette disposizioni affinché venisse tolta la parola “iprite” e le ustioni fossero attribuite “ad azione nemica”. In altri rapporti le ustioni furono classificate come “dermatiti” per causa “not yet identified”.
(9) Paolo De Palma (Bari 1923, Roma 2007), La mia vita, la nostra storia. Dal 1961 al 2006 membro del Comitato di presidenza della Fieg (Federazione italiana editori di giornali); dal 1973 al 1992 Amministratore delegato dell’agenzia Ansa.
(10) Disastro a Bari; con questo pertinente titolo (e il sottotitolo: La storia inedita del più grave episodio di guerra chimica nel secondo conflitto mondiale) è uscito nel 1971 a New York (“The Macmillan company”) un libro di Glenn B. Infield, maggiore dell’aviazione americana durante la guerra. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 1977 (seconda edizione nel 2003) da Mario Adda editore, con un saggio introduttivo di Giovanni Assennato, docente della scuola di specializzazione in medicina del lavoro presso l’università di Bari, e di Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Nel saggio si parla di centinaia di casi di intossicazione da iprite sia tra il personale di bonifica dei porti di Bari e di Molfetta, sia tra i pescatori. Tra il 1955 e il 2000 sono state presentate più di duecento denunzie di pescatori per ustioni di varia entità da “gas mostarda”.
articolo di Sergio Lepri
Fonte : http://sergiolepri.it
Link:http://www.sergiolepri.it/1943/021243.pdf
propaganda invece di giornalismo
Quasi settant’anni fa, nel corso della seconda guerra mondiale, nella città di Leningrado fu commesso un crimine efferato. Per più di 70 giorni, una banda di estremisti chiamata «Armata rossa» tenne in ostaggio milioni di abitanti di quella città e, così facendo, provocò la rappresaglia della Wehrmacht tedesca dall’interno. I tedeschi non ebbero altra alternativa, se non bombardare la popolazione e imporre un blocco totale causando la morte di centinaia di migliaia di persone. Un po’ di tempo prima, un crimine simile era stato commesso in Inghilterra. La banda di Churchill si era nascosta tra la popolazione londinese, sfruttando milioni di cittadini come scudi umani. I tedeschi furono costretti a inviare la Luftwaffe e, sebbene con riluttanza, a ridurre la città in rovine. Lo chiamarono il Blitz.
Questa è la descrizione che apparirebbe oggi nei libri di storia – se i tedeschi avessero vinto la guerra. Assurdo? Non più delle quotidiane descrizioni nei nostri media, che si ripetono fino alla nausea: i terroristi di Hamas usano gli abitanti di Gaza come «ostaggi» e sfruttano le donne e i bambini come «scudi umani». Non ci lasciano altra alternativa se non i bombardamenti massicci nei quali, con nostro profondo dolore, migliaia di donne, bambini e uomini disarmati vengono uccisi o feriti.
In questa guerra, come in qualunque guerra moderna, la propaganda gioca un ruolo fondamentale. La disparità tra le forze, tra l’esercito israeliano – con i suoi caccia, elicotteri da combattimento, aerei teleguidati, navi da guerra, artiglieria e tank – e le poche migliaia di combattenti di Hamas dotati di armi leggere, è di uno su mille, forse uno su un milione. Nell’arena politica il gap tra loro è ancora più ampio. Ma nella guerra di propaganda, il gap è quasi infinito. Quasi tutti i media occidentali inizialmente ripetevano la versione ufficiale della propaganda israeliana. Essi ignoravano quasi del tutto le ragioni dei palestinesi, per non parlare delle dimostrazioni quotidiane del campo della pace israeliano. La logica del governo israeliano («Lo stato deve difendere i suoi cittadini contro i razzi Qassam») è stata accettata come se quella fosse tutta la verità. L’altro punto di vista, per cui i Qassam sono una rappresaglia per l’assedio che affama il milione e mezzo di abitanti della Striscia di Gaza, non è stato riportato affatto. Solo quando le scene orribili provenienti da Gaza hanno cominciato ad apparire sui teleschermi occidentali, l’opinione pubblica mondiale ha gradualmente iniziato a cambiare.
È vero, i canali televisivi occidentali e israeliani hanno mostrato solo una piccolissima frazione dei terribili eventi che appaiono 24 ore su 24 sul canale arabo al Jazeera, ma una sola immagine di un bimbo morto nelle braccia del padre terrorizzato è più potente di mille frasi elegantemente costruite dal portavoce dell’esercito israeliano. E alla fine, è decisiva.
La guerra – ogni guerra – è il regno delle menzogne. Che si chiami propaganda o guerra psicologica, tutti accettano l’idea che sia giusto mentire per un paese. Chiunque dica la verità rischia di essere bollato come traditore. Il problema è che la propaganda è convincente per lo stesso propagandista. E dopo che ci si è convinti che una bugia è verità, e la falsificazione realtà, non si riesce più a prendere decisioni razionali.
Un esempio di questo fenomeno riguarda quella che finora è stata la atrocità più scioccante di questa guerra: il bombardamento della scuola dell’Onu Fakhura, nel campo profughi di Jabaliya. Immediatamente dopo che esso era stato conosciuto in tutto il mondo, l’esercito ha «rivelato» che i combattenti di Hamas avevano sparato con i mortai da un punto vicino l’ingresso della scuola. Poco tempo dopo, il militare che aveva mentito ha dovuto ammettere che la foto aveva più di un anno. In breve: una falsificazione. In seguito l’ufficiale bugiardo ha affermato che avevano «sparato ai nostri soldati da dentro la scuola». Dopo appena un giorno, l’esercito ha dovuto ammettere dinanzi al personale Onu che anche quella era una menzogna. Nessuno aveva sparato da dentro la scuola; nella scuola non c’erano combattenti di Hamas: era piena di profughi terrorizzati. Ma l’ammissione ormai non faceva quasi più differenza. A quel punto, il pubblico israeliano era totalmente convinto che avessero «sparato da dentro la scuola», e gli annunciatori tv lo hanno affermato come un semplice fatto.
Lo stesso è accaduto con le altre atrocità. Nell’atto della morte, ogni bambino si trasformava in un terrorista di Hamas. Ogni moschea bombardata diventava istantaneamente una base di Hamas, ogni palazzina un deposito di armi, ogni scuola una postazione terroristica, ogni edificio dell’amministrazione pubblica un «simbolo del potere di Hamas». Così l’esercito israeliano manteneva la sua purezza di «esercito più morale del mondo». La verità è che le atrocità sono un risultato diretto del piano di guerra. Questo riflette la personalità di Ehud Barak – un uomo il cui modo di pensare e le cui azioni sono una chiara esemplificazione di quella che viene chiamata «follia morale», un disturbo sociopatico. Il vero scopo (a parte quello di farsi eleggere alle prossime elezioni) è porre fine al governo di Hamas nella Striscia di Gaza. Nell’immaginazione di chi ha pianificato la guerra, Hamas è un invasore che ha ottenuto il controllo di un paese straniero. Naturalmente la realtà è completamente diversa. Il movimento di Hamas ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle elezioni democratiche che si sono svolte in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza. Ha vinto perché i palestinesi erano giunti alla conclusione che l’atteggiamento pacifico di Fatah non avesse ottenuto nulla da Israele – né un congelamento degli insediamenti, né il rilascio dei prigionieri, né un qualunque passo significativo verso la fine dell’occupazione e la creazione dello stato palestinese. Hamas è profondamente radicato nella popolazione – non solo come movimento di resistenza che combatte l’occupante, come l’Irgun e il Gruppo Stern in passato – ma anche come organismo politico e religioso che fornisce servizi sociali, scuola e sanità. Dal punto di vista della popolazione, i combattenti di Hamas non sono un organismo straniero, ma figli di ogni famiglia della Striscia e delle altre regioni palestinesi. Essi non si «nascondono dietro la popolazione»: la popolazione li vede come i suoi unici difensori. Perciò, l’intera operazione si basa su presupposti errati. Trasformare la vita in un inferno sulla terra non fa insorgere la popolazione contro Hamas ma, al contrario, essa si stringe dietro Hamas e rafforza la propria determinazione a non arrendersi. La popolazione di Leningrado non si sollevò contro Stalin, più di quanto i londinesi non si sollevarono contro Churchill.
tratto dal blog di Sabina Guzzanti
Il mondo è bello (?) perchè è … (a)vari(at)o !!
Iowa State University. 5 Settembre 2008. Ore 9:30
Lezione del corso 101 (Microeconomia per undergraduate)
Il Prof. sta spiegando la frontiera delle possibilità produttive, asserendo che dato un set di input, si possono scegliere differenti combinazioni di output possibili. Descrive il problema ipotizzano un modello a due beni: civilian goods e militay goods.
A questo punto parte ipotizzando che tutte le risorse sono utilizzate per produrre civilian goods, e quindi non si ha produzione di military goods.
Un ragazzo interviene, fermando la lezione con una “battuta”: “it is a boring world with no military goods!” (trad. “è un mondo noioso senza armamenti“!).
Io rimango letteralmente esterefatto: Lui non stava scherzando!
Ed infatti il Professore, non d’accordo, prende la battuta in modo ironico.
Eppure…una cosa mi ha colpito tanto: la totale naturalità con cui gli americani parlano di guerra…armi…soldi…economia…
Peccato che non hanno provato DAVVERO la guerra in casa. Peccato anche che non riescono ad avere la sensibilità tale da comprendere cosa significa la guerra.
Se questi sono i prossimi laureati, e quindi la classe dirigente degli USA, c’è speranza?
Forse si: per fortuna il loro sistema è visibilmente in declino!
( In questo caso: “mors tua…vita nostra! ” )
il ghetto di Varsavia come Gaza
DI STEVE HUTCHESON
Arab News
La scorsa settimana ho visto la foto di un padre che teneva il suo bambino di sei mesi. Il volto del padre era privo di espressione; il bambino nelle sue braccia era morto. Il nome del bambino era Mohammed Al-Borai; assieme a diversi altri era stato ucciso nello scoppio di un proiettile sparato indiscriminatamente da un cannone israeliano nelle aree densamente popolate di Gaza.
Vi erano altre foto, una di un gruppo di ragazzini che tenevano fiori che stavano attorno al corpo tempestato di colpi e macchiato di sangue del bambino. Quella mi ha colpito come la più straziante. Ho avuto delle discussioni sulla causa degli attentati suicidi tra i palestinesi e sarà questa immagine più di ogni altra che mi interesserà al massimo. Nelle loro menti il bambino morto avrà più impatto sul loro futuro che qualsiasi altra cosa si possa dire loro.
E’ stato allora che ho iniziato a meditare forse più completamente la condizione dei palestinesi oggi ed i paralleli nella storia degli ebrei che portò al loro esodo di massa dai loro paesi per emigrare nella terra che all’epoca era conosciuta come Palestina.
Il Ghetto di Varsavia durante l’Olocausto ebraico detiene un significato speciale per gli ebrei europei. Era un luogo di oppressione ed il sentiero per la morte finale di migliaia della loro popolazione che è diventato simbolico della loro lotta per il riconoscimento. Tuttavia ciò che trascurano di riconoscere come loro discendenti che continuano di fronte all’opposizione con il loro tipo di idealismo ebraico e sionista è il parallelo stabilito di condizioni che ora impongono al popolo arabo della Palestina.
I nazisti rastrellarono gli ebrei della Polonia e li acquartierarono in una piccola area di Varsavia, costruendo una barricata attorno al perimetro per impedire loro di andarsene. In questo modo anche gli israeliani attraverso il conflitto e la forza hanno spinto molti degli abitanti arabi fuori da Israele in una enclave che ora ha una densità di popolazione di 4.200 persone per kmq, che è 14 volte quella della circostante area di Israele che ha 360 persone per kmq.
I nazisti privarono gli abitanti del ghetto di cibo e rifornimenti essenziali. Allo stesso modo il governo israeliano ha fermato il flusso di merci agli 1,4 milioni di abitanti di Gaza limitando i convogli di rifornimenti ad un mero gocciolamento.
I nazisti ridussero l’assunzione media di calorie degli abitanti ebrei del ghetto a 241 calorie al giorno. Così anche gli israeliani hanno ridotto l’assunzione di calorie dei palestinesi a Gaza. Secondo un rapporto dell’ONU, attualmente è al 61% de fabbisogno medi giornalieri.
I nazisti restrinsero i servizi pubblici come l’acqua e l’elettricità Così pure ha fatto il governo israeliano.
I nazisti limitarono l’adeguata assistenza sanitaria per gli abitanti. Gli israeliani limitano l’assistenza sanitaria a Gaza restringendo le forniture sanitarie all’interno o la cura dei casi che è necessario sia fatta all’esterno.
Gli abitanti ebrei attraverso lo ZZB e lo ZOB resistettero, sebbene troppo tardi, all’oppressione da parte dei nazisti e la loro ribellione fu schiacciata brutalmente senza preoccupazione per chi fosse in mezzo. Così anche i palestinesi di Gaza attraverso le loro organizzazioni di resistenza, in particolare Hamas, si sono ribellati contro i loro oppressori e così anche gli israeliani utilizzano tutti i mezzi disponibili per schiacciare la ribellione senza preoccuparsi di chi sta in mezzo o di chi mutilano od uccidono nel farlo.
I nazisti distrussero la struttura del ghetto radendolo al suolo in una ampia ricerca per sbaragliare la resistenza alla loro oppressione. Gli israeliani abbattono indiscriminatamente edifici e le infrastrutture di Gaza in una ricerca per scacciare la resistenza alla loro oppressione. I nazisti assegnarono agli ebrei una condizione inferiore rispetto a tutti gli altri abitanti privandoli dei loro diritti di cittadini ed anche di esseri umani. Israele assegna ai profughi tenuti a Gaza una condizione minore di quella data agli ebrei universalmente e priva i palestinesi del loro diritto di ritornare alle loro terre di un tempo.
I nazisti utilizzarono qualsiasi mezzo a loro disposizione per spezzare la volontà degli abitanti ebrei del ghetto. Gli israeliani fanno la stessa cosa; utilizzano qualsiasi mezzo a loro disposizione per spezzare la volontà dei palestinesi.
I nazisti uccidevano indiscriminatamente gli abitanti ebrei del ghetto. Gli israeliani non uccidono indiscriminatamente gli abitanti nell’imporre il loro controllo su Gaza?
Gli ebrei di Israele ed altrove hanno del tutto ragione di protestare per la disumanità dei nazisti nel trattamento verso di loro ed obbligare il mondo a non permettere che la stessa situazione accada di nuovo. I palestinesi protestano per la disumanità del trattamento degli israeliani, tuttavia, con una bizzarra distorsione degli eventi, il mondo permette ancora che l’oppressione avvenga e continui.
Fu dopo che gli ebrei del ghetto erano stati in gran parte uccisi o trasferiti che il mondo ne prese le parti e si sentì colpevole di non avere agito più in fretta.
Con l’immagine di Mohammed Al-Borai nella mente mi chiedo quando il mondo prenderà posizione e dirà: Quando è troppo è troppo, non vi sarà una replica del Ghetto di Varsavia e particolarmente quando gli esecutori sono coloro che hanno sofferto di più per questo comportamento.
Vi è un fondamentale conflitto di disumanità che accade al popolo palestinese di Gaza che il mondo ignora deliberatamente. Una disumanità che fu inflitta dai nazisti agli ebrei nel Ghetto di Varsavia ed ora più che mai eguaglia strettamente quella che loro stanno infliggendo al popolo di Gaza. Hanno imparato una dura lezione ma non è stata una lezione ben appresa. E’ stato dato loro il potere di praticare l’umanità ma invece hanno deciso che tratteranno gli affari dei palestinesi nello stesso modo disumano nel quale i nazisti hanno trattato loro.
Un monumento futuro conterrà senza dubbio le foto di Mohammed Al-Borai nella braccia di suo padre ed il mondo condannerà l’ingiustizia.
Versione originale:
Steve Hutcheson
Fonte:www.arabnews.com
Link: http://www.arabnews.com/?page=7§ion=0&article=107394&d=2&m=3&y=2008
2.03.08
Versione italiana:
Steve Hutcheson ha lavorato per diversi anni nella ripresa da crisi in Kosovo, Afghanistan ed Indonesia ed ora è di stanza in Thailandia. Può contattarsi a: steve50@mail.com
Fonte: http://freebooter.interfree.it/
4.03.08
Traduzione a cura di FREEBOOTER
fonte: ComeDonChisciotte
enjoy capitalism

ci sono ancora soldati italiani in Iraq
il parlamento si è pronunciato per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq
a tutti gli italiani è stata data la notizia del rientro a casa dei nostri soldati
tutti siamo convinti che oramai in Iraq abbiamo solo interessi petroliferi (per difendere i quali sono morti ragazzi italiani in divisa e mercenari come Fabrizio Quattrocchi)
e invece no, siamo stati ingannati ancora una volta!
in Iraq sono ancora presenti 41 carabinieri, i quali costituiscono il contributo italiano ad una missione Nato per l’addestramento e l’assistenza alle forze militari e di sicurezza irachene.
Questa presenza militare è stata rifinanziata dal parlamento il 29 marzo (legge 38)
Per questa presenza militare sono stati stanziati 10 milioni di euro
Il tutto ovviamente nel silenzio più totale da parte del governo (di centrosinistra ???) e dei mezzi di indottrinamento di massa
fonte: “Militari italiani in Iraq, ancora” su ComeDonChisciotte, Umanità Nova, Memento
lezioni dalla Birmania
in questi giorni l’attenzione dei media ci costringe a puntare lo sguardo sulla Birmania, un paese del sud-est asiatico che vive da oltre 45 anni sotto un regime che opprime la popolazione, tenendola in uno stato di miseria e povertà nonostante il Myanmar sia un paese ricco di risorse naturali (gas naturale, rubini, teck, etc.), nonostante fosse il maggior produttore mondiale di olio e di riso sotto l’impero britannico.
Oggi tutti sanno cosa succede in Myanmar, eppure questo stato di cose è andato avanti per 45 anni e mai nessuno (tranne poche eccezioni) se ne è preoccupato.
Oggi per esprimere la propria solidarietà al popolo birmano ci si mette un fiocchettino rosso sulla maglietta, si esprime indignazione.
Anche il papa esprime la sua “vicinanza spirituale” al popolo birmano.
Gli Stati Uniti decidono di vietare le transazioni economiche per i dirigenti del regime.
Ma noi cosa stiamo facendo? di certo non possiamo andare laggiù per fare qualcosa di persona, gli stranieri oggigiorno non sono ben accetti in Myanmar, e allora che possiamo fare?
Possiamo trarre tutti gli insegnamenti che possiamo da questa tragedia. A qualcuno o a molti abituati a parlare (e basta) più che a ragionare potrà sembrare poco, eppure io penso che ci sia così tanto da imparare da questa tragedia che sarebbe un’ignominia lasciare che questa tragedia si consumi senza che sia servita a qualcosa anche per noi.
- La prima lezione che possiamo trarre è che il potere ha bisogno che non si sappia, che non circolino le idee e le notizie, infatti uno dei primi atti repressivi della giunta militare della Birmania è stata di bloccare internet (nonostante fosse già ampiamente limitato e censurato)
- l’ONU ancora una volta si è dimostrato per quello che è, ovvero un inutile consesso dove vengono tutelai gli interessi di alcuni paesi e di alcuni gruppi di potere, in totale di sprezzo delle sofferenze di intere popolazioni
- il papa è “vicino spiritualmente” al popolo birmano, tuttavia i vescovi precisano pero’ che, secondo il diritto canonico e gli insegnamenti sociali della Chiesa cattolica, “i preti e le religiose non si possono coinvolgere nei partiti politici e nelle attuali proteste”, in parole povere la strada del martirio è meglio che la percorrano i monaci buddisti, perché i sedicenti eredi degli apostoli di Gesù non possono intervenire nella vita politica di un paese (che poi è la stessa posizione che esprimono i vescovi italiani, o no?)
- i giornali italiani, a prescindere dalla tendenza politica che pretendono di avere, riportano le stesse notizie e allo steso modo, infatti sia Repubblica che sul Corriere è riportato l’appello del papa ma non la presa di posizione dei vescovi cattolici della Birmania
- gli Stati Uniti quando non hanno interessi nel controllo strategico di un posto (come in Iraq o Afghanistan) non hanno neanche interesse a esportare la democrazia, al massimo si limitano a sanzioni economiche (che colpiscono la popolazione) e restrizioni alle transazioni economiche dei dirigenti del regime: ma negli anni precedenti non le avevano imposte?
Oggi nel Darfur continuano a morire molte più persone che in Birmania, e questo massacro va avanti da molto più tempo, eppure non si trova la copertura finanziaria per l’invio di caschi blu nella regione, sicché ogni giorno che passa i morti aumentano, finché la notizia diventerà un semplice sottofondo come gli omicidi di palestinesi da parte degli israeliani.
lettera di padre Jean-Marie Benjamin
dal sito di Beppe Grillo, una lettera che padre Jean-Marie Benjamin ha postato sul suo blog:
“Caro Beppe Grillo,
sono padre Benjamin, non so se ti ricordi, nel marzo 2003 prima dell’aggressione americana contro l’Iraq, dicevo a “Porta a Porta” che non c’era in quel Paese nessuna arma di distruzione di massa, che era tutta una montatura di Washington per ingannare l’ONU e l’opinione pubblica.
Dicevo che se avessero invaso l’Iraq non avrebbero trovato nessuna arma di distruzione di massa, ma certamente un’eroica resistenza all’invasione. Mi hanno risposto con offese, ingiurie, calunnie e hanno dato ordine alle reti televisive e alle radio di non parlare dei miei libri e dei miei film sull’Iraq. Quando si dice la verità e i potenti Signori delle bugie non possono risponderti con altre menzogne, impiegano la denigrazione, l’insulto, la diffamazione.
Dio ti benedica, Grillo. Anche me hanno trattato da terrorista, perché dicevo la verità su quanto accadeva realmente in Iraq e denunciavo le menzogne dei “Signori delle Bugie” di Washington e Londra. Il Corriere della Sera, in un editoriale (del 2004) di un giornalista amico di un signore libico Capo del Mossad a Roma, aveva pubblicato che facevo parte di un’associazione islamica terroristica. Niente di più. Ho scritto cortesemente al quotidiano di correggere. Nessuna risposta. Il mio avvocato ha scritto al Direttore del quotidiano e al giornalista. Anche per lui, nessuna risposta. Ho fatto causa e ho vinto, con una sentenza definitiva del Tribunale di Milano.
Tutti questi “cani guardiani del Potere” mi trattavano in diretta televisiva da pro Saddam, perché dicevo che secondo l’UNICEF morivano in Iraq da 5 a 6.000 bambini al mese per le conseguenze dell’embargo, mi trattavano da anti-americano, perché dicevo che avevano contaminato la popolazione e l’ambiente con armi all’uranio impoverito, affermavano che queste armi non esistevano!
Gianfranco Fini mi tirava in faccia che non ero degno di portare l’abito religioso, perché affermavo che il rapporto presentato al Congresso americano, rapporto dell’Istituto strategico del Collegio di Guerra della Pennsylvania, conferma che nella strage di Halabja contro i Kurdi, che fece 5.000 vittime, con armi chimiche, l’Iraq non c’entrava niente. Citavo un rapporto ufficiale presentato al Congresso americano nel 1989, ma Fini, che nel 1983 viaggiava con Donald Rumsfeld in Iraq per andare a stringere la mano a Saddam Hussein, lui, nel 2003, Ministro degli Affari Esteri, non sapeva nulla di questo rapporto al Congresso. Ecco perché il processo a Saddam Hussein sulla tragedia dei Kurdi di Halabja non l’hanno mai voluto fare. Ecco perché l’hanno impiccato prima (per aver ucciso 148 estremisti islamici): per evitare il processo per le vittime di Halabja. Sarebbe saltato fuori il famoso rapporto al Congresso intitolato “Iraqi power and U.S. Security in the Middle East (97 pagine)” e sarebbe stato scoperto che in questa faccenda, loro, gli americani, avevano una pesante responsabilità.
Manipolano le coscienze con montagne di menzogne e offendono coloro che divulgano la verità per denigrarli presso l’opinione pubblica con la loro potente macchina di disinformazione. Come hai detto così bene, per farlo, i loro “cani da guardia”, su tutte le reti aziendali, abbaiano. Contro chi attacca la loro egemonia, contro chi denuncia il loro predominio e la loro arroganza. Il loro odio non ha fine. Per fermare chi dice la verità non si fermano dinanzi a nulla. Ecco un esempio: il 14 febbraio 2003 accompagnavo Tareq Aziz e la delegazione irachena per l’incontro con Papa Giovanni Paolo II. Saputa la cosa, hanno fatto di tutto per impedirlo. Sono (i signori delle Bugie e del Potere) intervenuti presso il Cardinale Camillo Ruini e presso alcuni potenti Prelati della Segreteria di Stato del Vaticano, perché mi fosse impedito di incontrare Giovanni Paolo II. E così fu.
Il giorno dell’udienza, arrivato con la delegazione irachena presso la biblioteca del Papa, mi fu impedito di entrare e mi fu chiesto di aspettare (come un cane), da solo, in una stanza. Dopo l’udienza di Aziz con il Papa, quando il Ministro iracheno è venuto a sapere quanto era accaduto, furioso, ha deciso di cancellare la conferenza stampa del pomeriggio presso la Sala Stampa Esteri. E’ soltanto dopo aver insistito per tre volte di mantenere la conferenza che finì per accettare. Tareq Aziz doveva partecipare a “Porta a porta”. Una telefonata del produttore mi informava, la mattina della trasmissione, che era stato vietato ai giornalisti di ricevere il ministro iracheno negli studi della RAI, e furono cancellate tutte le trasmissioni Rai alle quali avrebbe dovuto partecipare Aziz.
Democrazia in delirio. Caro Beppe, dicono di te cose deliranti! Benedetto sei tu, quando sei oltraggiato e offeso, ne esci ancora più grande. E’ così: i Media aziendali devono obbedire ai loro sponsor, lobby dell’armamento e del petrolio. Chi paga, comanda. Prendono i figli di Dio per dei coglioni, ma il peggio è che i figli di Dio non se ne rendono nemmeno conto! Fabbricano, nei loro studi, un video con un attore nel ruolo di Bin Laden.
Un anno fa con la barba grigia, adesso con la barba nera. Se ne accorgono troppo tardi e dicono che la barba di Osama è nera in questo nuovo video, perché è una tradizione degli islamici di tingersi la barba quando sono in guerra. L’anno scorso la barba di Osama era grigia e bianca, oggi è nera! Probabilmente perché l’anno scorso, anche se Bin Laden era in guerra, aveva dimenticato di andare in tintoria. Pronto il nuovo video di Osama barba nera, tutti i “cani da guardia” a trasmetterlo con appassionati commenti.
L’anno scorso, i Servizi segreti francesi avevano dichiarato che Bin Laden era morto e che ne avevano le prove. Sarà risuscitato. In un video, vedi Bin Laden mangiare con la mano destra quando è mancino e tutti coloro che lo conoscevano possono testimoniare che è mancino, ma fa niente, nessuno lo sa. Il suo anello al dito, non è suo, ma fa niente, non si vede bene. Gran parte dei discorsi del Bin Laden super star sono stati scritto da Adam Gadhan, di Los Angeles, il cui nome originale è Adam Pearlman (anche noto come Azzam l’Americano), ma fa niente. Che ne sa il gregge della RAI.
Ti dicono: oggi 27 attentati terroristici in Iraq. Non sanno nemmeno in Iraq chi siano gli autori di queste azioni, ma i Media in Occidente ti dicono che sono dei terroristi. Nell’ultima guerra mondiale, durante l’occupazione della Francia, la radio tedesca di propaganda diceva della Resistenza francese che si trattava di terroristi che attaccano le forze tedesche. Diceva Goebbels, capo della propaganda del III° Reich: “Quando dite una bugia, dovete ripeterla mille volte, alla fine tutti crederanno che è vera”.
Così fanno i servi dell’Impero della Bugia di Washington, Londra, Roma, Parigi e Sidney. Ti ricordi che i “cani guardiani del potere” avevano pubblicato che padre Benjamin aveva ricevuto dal Governo di Saddam Hussein delle “allocazioni” di petrolio. Avevo risposto che non le avevo mai accettate. Quando gli ispettori dell’ONU hanno pubblicato il loro rapporto e hanno scritto che non soltanto il Ministero del petrolio a Baghdad e la SOMO confermava che padre Benjamin non aveva mai ritirato queste allocazioni, ma che le aveva rifiutate ufficialmente con una lettera a Tareq Aziz (della quale gli ispettori dell’ONU avevano una copia), nessun quotidiano, dico nessuno di quelli che mi avevano offeso e denigrato, ha avuto il coraggio di scrivere “ci siamo sbagliati con Benjamin: il rapporto ONU conferma che non ha mai accettato queste allocazioni di barili di petrolio”. Anzi, padre Benjamin è stato l’unico, tra centinaia di personalità, ad aver rifiutato. L’unico stronzo, perché adesso si è fatto fregare il suo petrolio dagli americani.
Invece, puoi immaginarti il casino se fosse adesso rivelato quale società di Donald Rumsfeld faceva business con Saddam Hussein durante l’embargo e la quantità di barili di petrolio ed altro che si sono presi due Capi di Stato di Paesi Europei. E non sono quei Capi di Stato che si potrebbe immaginare, perché contrari all’aggressione contro l’Iraq. No, sono altri.
Potrei scriverti un libro, potrei anche raccontarti un sacco di cose sull’11 settembre 2001, sulle confidenze di Tareq Aziz durante la sua visita in Italia, su cosa probabilmente accadrà prossimamente in Iraq, ma non voglio abusare della tua pazienza e del tutto tempo. Ti ringrazio già di avermi letto fin qui. Volevo soltanto testimoniarti la mia stima per il tuo coraggio. Saranno capaci di tutto per fermarti, ma non ce la faranno. Sul tuo treno stanno salendo ogni giorno sempre più viaggiatori e il tuo binario è diritto, il loro è vecchio, storto e pericoloso. Ricordati di Colui che diceva “la Verità vi renderà liberi”. Jean-Marie Benjamin
chi consuma il petrolio?

fonte: The Economist
una prassi criminale
DI VICHI
Palestina Libera!
Qualche tempo fa ho definito l’esercito israeliano per quello che è nella realtà, un esercito di vili ed assassini, e il mio articolo – ripreso in un gruppo di discussione su Yahoo – ha attirato le reprimende della famigerata banda di fanatici di informazionecorretta.com, secondo i quali gli episodi di utilizzo di civili palestinesi come scudi umani sarebbero “non provati o condannati” e, dunque, l’intero articolo costituirebbe una gratuita “diffamazione”.
Ora, chi abbia mai avuto a che fare con i cantori della propaganda sionista conosce la loro abilità nel tentare di sovvertire la realtà, nel manipolare i fatti storici, nel dare interpretazioni di comodo, assolutamente fantasiose, addirittura alle stesse risoluzioni Onu.
Ma anche per costoro costituisce una missione impossibile, ed in verità alquanto bizzarra, negare la veridicità di fatti che sono provati da foto e filmati talvolta messi in rete dagli stessi siti di informazione israeliani.
E così, dopo il filmato dell’Associated Press di cui ho già parlato – relativo all’utilizzo come scudi umani di due Palestinesi di 15 e di 24 anni avvenuto il 25 febbraio a Nablus – il 12 aprile scorso il sito web del quotidiano Yedioth Ahronoth ha rilanciato il video di un pacifista – già presente su you tube – in cui si vedono due ragazzini palestinesi costretti a restare immobili davanti ad un Hummer dell’esercito israeliano per prevenire eventuali attacchi contro i soldati a bordo del veicolo.
Il filmato è relativo ad un’operazione di arresto dell’esercito israeliano svoltasi l’11 aprile nel quartiere Sheikh Munis di Nablus, mirata all’arresto di Abed el-Qadr, un attivista delle Brigate al-Aqsa.
L’operazione si è poi chiusa con un nulla di fatto (el-Qadr, infatti, ha pensato bene di non farsi trovare…), ma i soldatini di Tsahal – per non restare con le mani in mano – hanno provveduto a demolirne la casa, e per evitare fastidiose sassaiole o, peggio, pericolosi agguati, hanno ritenuto di piazzare come scudo, davanti alla jeep, due ragazzini palestinesi (presumibilmente di 14-15 anni) che avevano avuto la sfortuna di passare da lì in quel momento.
Va ricordato, per l’ennesima volta, come il diritto internazionale umanitario proibisca esplicitamente che i civili – e ancor di più i minori di 15 anni – vengano costretti a prender parte o a svolgere compiti connessi a operazioni militari ovvero, come è accaduto in questo caso, che vengano utilizzati per rendere certe aree o certi punti immuni da attacchi (articolo 28 della IV Convenzione di Ginevra).
Ma, al di là delle considerazioni di carattere giuridico, rende davvero stupefatti e inorriditi come dei soldati di un esercito che si autodefinisce “morale” pensino di utilizzare dei ragazzini come scudi per proteggersi da eventuali attacchi del “nemico”, come se si trattasse di un comportamento assolutamente lecito e normale, magari persino “etico”.
O che dei soldati “valorosi” vadano in cerca di militanti palestinesi, casa per casa, facendosi precedere da una ragazzina palestinese di 11 anni, tremante e terrorizzata.
Va da sé che questa è la logica conseguenza del fatto che gli alti comandi dell’Idf, nonostante le prescrizioni del diritto umanitario e le ripetute pronunce dell’Alta Corte israeliana, continuino a tollerare pratiche abiette e immorali come quella in discussione, tanto che i soldati all’interno del veicolo blindato si sono lasciati tranquillamente filmare e addirittura intervistare dal pacifista autore del filmato, evidentemente consci dell’assoluta impunità garantita loro.
In realtà, a seguito della diffusione del video, il comandante della missione è stato sospeso da “ogni attività operativa”, secondo quanto risulta da un comunicato ufficiale dell’esercito israeliano, ma non pare trattarsi di una gran punizione a fronte di quello che le norme definiscono come un chiaro crimine di guerra.
Ma ciò che stupisce ancora di più è il totale silenzio e l’acquiescenza della pubblica opinione israeliana, che pure viene messa a conoscenza regolarmente di questo come degli altri crimini di guerra quotidianamente commessi da Tsahal nei Territori palestinesi.
Così come addolora e indigna che buona parte degli ebrei della diaspora arrivi addirittura a comprendere, e talvolta anche a giustificare, questi vili e crudeli comportamenti.
Mentre non stupisce ormai più di tanto l’atteggiamento della comunità internazionale, e in specie dei governi dell’occidente “civilizzato”, che già da tempo hanno abbandonato ogni minima parvenza di “honest brokers” nel conflitto israelo-palestinese, schierandosi completamente e acriticamente al fianco di Israele.
Certo, si potrà anche sostenere, e i sionisti lo fanno regolarmente, che appare ingiusto questo accanimento contro i poveri soldatini israeliani, quando gli eserciti di tutto il mondo commettono crimini e atrocità di ogni sorta, perché ognuno di noi non guarda in casa propria?
E questo, ahimé, è anche vero, considerato che ogni occupazione militare – anche se travestita da “missione di pace” – porta con sé inevitabilmente il suo carico di crimini, di abusi, di vittime innocenti, e noi italiani non siamo certamente immuni da ciò.
Ma i soldati della Nato, e i nostri soldati, quando vogliono proteggere i propri blindati dagli rpg del “nemico” o dai possibili agguati a base di mine disseminate lungo la strada sono usi utilizzare blindature aggiuntive, e non gli verrebbe certamente in mente di utilizzare a tale scopo dei civili, tanto meno dei bambini, e c’è una bella differenza!
Differenza di comportamento che rappresenta uno dei più chiari indici del degrado morale causato dalla pluridecennale occupazione di Gaza e della Cisgiordania, che può portare un Israeliano a considerare i giovani palestinesi alla stessa stregua di un sacchetto di sabbia o di una barriera di cemento, buono al massimo a garantire la propria preziosa incolumità.
Vichi
Fonte: http://palestinanews.blogspot.com/
Link: http://palestinanews.blogspot.com/2007/04/una-prassi-criminale.html




