Il diritto relegato in una “gabbia” ecco il testamento di Bush

Aprile 13, 2008 · Filed Under Stati Uniti d'America, che schifo · 1 Comment 

Torture atroci, pessime condizioni igieniche e detenuti in cella senza prove
Insieme agli orrori di Abu Ghraib, “Gitmo” è stata la più grave sconfitta civile degli Usa

Il diritto relegato in una “gabbia”
ecco il testamento di Bush

di VITTORIO ZUCCONI

<B>Il diritto relegato in una Il presidente Usa George W. Bush

WASHINGTON - Dopo sei anni di esistenza, dalla creazione nel 2002, e dopo 775 prigionieri passati nelle sue stie da polli senza incriminazione né accuse formali, il campo di concentramento per “combattenti nemici” creato da Bush nella base di Guantanamo a Cuba produce finalmente i primi sette processi a sette imputati di terrorismo, con ovvie richieste di pena capitale per sei di loro.

Sei anni per arrivare all’annuncio dei primi processi sono un periodo di tempo straordinariamente lungo, per una giustizia americana che si muove con ben altra celerità. Ma Guantanamo, o Gitmo secondo il solito acronimo militare, non è qualcosa che appartenga alla storia di cui l’America, la nazione dell’Habeas Corpus, dei diritti dell’arrestato e del “Giusto Processo” possa andare orgogliosa. E’ amministrativamente, perché Gitmo è territorio cubano in affitto, e moralmente, un corpo estraneo a quello che il mondo, e ormai una larga maggioranza di americani, vuole considerare l’America.

Insieme con gli orrori del carcere di Abu Ghraib, i tre campi di prigionia costruiti in fretta in questa base dei Marines, Camp Iguana, Camp Delta e Camp X-Ray, ora chiuso, sono stati negli anni della “guerra di civiltà” la più grave sconfitta civile che gli Stati Uniti abbiano dovuto subire, assai più devastante delle aggressioni terroristiche ai propri soldati al fronte. Sono stati il retrobottega maleodorante e settico che ha incrinato la vetrina della retorica, agli occhi di miliardi di persone.

Non soltanto, e non principalmente, per maltrattamenti e disumanizzazioni deliberate dei prigionieri, certamente trattati meglio a Gitmo che in qualsiasi segreta di regimi totalitari od organizzazioni terroriste, ma per l’insulto quotidiano a quei principi di legalità e di costituzionalità che sono, da oltre due secoli, il fondamento di una democrazia che si considera la “città luminosa sulla collina”, secondo la famosa definizione di Ronald Reagan.
Guantanamo, con i suoi prigionieri acciuffati a casaccio, come dimostra il fatto che 450 dei 775 sono stati liberati dopo anni di detenzione nell’assenza di qualsiasi ragione per trattenerli e uno soltanto, un australiano, è stato condannato a nove mesi per “fiancheggiamento”, è stata per questi sei anni la negazione materiale della superiorità morale. È stata la gabbia nella quale la presidenza Bush si è voluta rinchiudere nel panico delle giornate successive alll’11 settembre, per dare a un popolo americano giustamente sconvolto e smarrito la sensazione di una pronta e decisa risposta alla minaccia. Ma una volta aperta la gabbia, questa Presidenza non ha più trovato la maniera per uscirne senza smentire se stessa. E senza violare ogni articolo, emendamento, codice e precedente.

Per questo, dietro l’annuncio formale del Pentagono, che ha la responsabilità del campo e dei processi, c’è il sospetto di un’intenzione politica nella scelta di tempo della Casa Bianca. Il fatto che la richiesta di pena di morte per cinque, tra cui il “cervello” dell’11 settembre, il pakistano Khalid Sheikh Mohammed, arrivi oggi, in piena campagna elettorale, rappresenta, insieme con le quotidiane proclamazioni di mirabili progressi in Iraq, il tentativo un estremo di modificare in meglio il testamento politico che questa Amministrazione sta scrivendo per se stessa.

Ed è ansiosa di produrre qualche risultato tangibile per i sette anni di guerra in Afghanistan, i cinque in Iraq, i quattromila e cinquecento soldati uccisi, i mille miliardi spesi e i sei anni d di Guantanamo. Un trompe l’oeil, un gioco di prestigio per lasciare nel cilindro la sostanza di tutti i problemi intatti al successero, si chiami MacCain, Clinton od Obama.

I processi ai “Gitmo six”, a Khalid, cadranno sicuramente nel grembo del futuro presidente, con tutti i nodi costituzionali che in questi anni si sono aggrovigliati. Non si sa neppure esattamente come dovrebbero funzionare queste commissioni militari che dovranno giudicare gli imputati, quali forme di ricorso e di rappresentanza avranno gli accusati, quali materiali a carico e discarico potranno essere utilizzati, perché nessuna di questa commissioni, create per essere un compromesso fra un tribunale ordinario e una corte marziale, ha mai funzionato finora. E si può contare fin d’ora su raffiche di ricorsi e di petizioni a ogni giudice competente, di nuovo fino alla Corte Suprema,

Ma nessuna delle acrobazie legali o verbali usate finora dalla Casa Bianca per aggirare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra pesa quanto pesa l’impiego della tortura usata per farli confessare. Nessun tribunale americano, neppure negli anni della seconda Guerra Mondiale quando lo Fbi arrestava gli agenti hitleriani in Usa avendo sospeso, come è legittimo fare in tempo di guerra, lo habeas corpus, ha mai accettato confessioni estorte con la tortura e con quella tecnica del “waterboarding”, della simulazione atroce dell’annegamento, che soltanto Bush e i suoi ministri fingono di non considerare tortura. Mentre tale è giudicata, e quindi proibita, dagli stessi manuali militari americani.

Toccherà dunque al repubblicano John MacCain, se vincerà lui, rimangiarsi quello che ha finora sempre sostenuto da veterano delle sevizie vietnamite, che il “waterboarding” è tortura, se vuole celebrare i processi militari o ai democratici Clinton e Obama spiegare che cosa intendano fare di quegli imputati e di quel campo di concentramento nel quale, da sei anni, l’America della “politics of fear”, della strategia della paura, ha rinchiuso e umiliato se stessa.

prego, ammazzateci pure, tanto siamo solo italiani…

Aprile 3, 2008 · Filed Under Italia, Stati Uniti d'America, che schifo · Comment 

in casa nostra dei militari stranieri hanno ammazzato 19 civili, tra i quali tre italiani

i morti non sono stati un “effetto collaterale”, non erano terroristi o attivisti politici o ambientalisti o gay o chissà cos’altro

i morti erano persone normalissime  che non pensavano di fare qualcosa di pericoloso prendendo una funivia

l’italia non è un paese in guerra, non ha importato la democrazia dagli Stati Uniti, non ha il petrolio…

eppure in italia un qualsiasi soldato americano può decidere di passare con il suo aereo militare  dovunque, anche sotto i tralicci di una funivia, mettendo così a repentaglio la vita dialtre persone

in italia un americano lop uò fare perchè  perchè non verrà giudicato da un tribunale italiano ma da uno americano

lo può fare perché l’italia non chiederà che gli assassini siano processati per omicidio, ma si accontenterà di vederli radiare con disonore dall’esercito

l ‘accordo però l’talia lo farà di nascosto, sotto banco, perché la gente non deve sapere quanto poco valgono le nostre vite rispetto alla fedeltà agli Stati Uniti

ma i due marines scacciati con disonore dall’esercito, questi due assassini, secondo voi accetteranno di essere puniti per l’assassinio di 19 persone? accetteranno di espiare questo loro assassinio con la perdita dei privilegi economici che sono riconosciuti ai militari?

no,i due marines si ricorderanno di essere americani e si accorgeranno che le persone morte invece non lo sono, che loro erano soldati americani quando hanno ammazzato e che quindi non possono essere puniti per questo

e allora i due marines, spalleggiati da un generale dri marines, quindi dal corpo dei marines stesso, chiederanno che sia annullata la sentenza con cui venivano scacciati con disonore, in modo da poter usufruire di tutti i privilegi economici cui hanno diritto

e l’italia? non protesta?

no, non protesta, perché l’accordo sulla punizione da infliggere era segreto, come senza pudore hanno dichiarato i due assassini Richard Ashby e Joseph Schweitzer

voi avreste avuto il coraggio di spiegare ai familiari delle vittime che i due assassini non sarebbero finiti in carcere per via di un accordo segreto?

la notizia è tratta da “Cermis, patto segreto dietro il processo”

per chi non ricorda cos’è la strage del Cermis:

dimettersi: Italia vs USA

Marzo 25, 2008 · Filed Under Italia, Stati Uniti d'America · Comment 

il governatore si è dimesso.

“Chiedo scusa a tutti i cittadini di New York che hanno creduto in me e alla mia famiglia, che mi è stata vicina finora” ha detto Spitzer. “Ho sbagliato, mi dispiace di avervi deluso ma credo che ogni figura pubblica debba pagare le conseguenze delle sue azioni”. “Provo profondo rimorso”, ha aggiunto, “sono umano e ho sbagliato. La lezione che si può trarre è quella di cercare di migliorare e farò di tutto per farlo” (da repubblica.it)

che cosa può essere accaduto di tanto grave da far dimettere il governatore dello stato di New York?

rifiuti che sommergono la grande mela?

beccato a incassare e distribuire mazzette?

sotto processo per qualche reato di corruzione?

ma signori!

no…

Secondo quanto rivelato dal New York Times, a incastrare il politico sarebbe un’intercettazione telefonica dell’Fbi, durante la quale si sente il governatore di New York organizzare un incontro con una squillo ‘di lusso’ nella stanza 871 dell’hotel “Mayflower” di Washington il 13 febbraio scorso. (sempre da repubblica.it).

non scherziamo.

il governatore dello stato di New York, grande elettore di Hillary Clinton, alla vigilia della grande scelta per il presidente degli Stati Uniti (non quello del Lussemburgo, con tutto il rispetto, degli Stati Uniti…) si dimette. se ne va. non cerca scuse. “ho sbagliato”. non invoca punizioni per la “stampa comunista”, non dice che risponderà “alla sua coscienza” non prova a cambiare le leggi per ottenere prescrizioni o assoluzioni ad personam.

vogliamo volar basso? ricordate Cosimo Mele (ex Udc, il partito di Casini)?

quando beccarono Cosimo Mele con una signora a fare sesso droga e rock&rol Cesa (Udc) propose di istituire una  indennità parlamentare contro le tentazioni.

certo… l´america è uno strano posto, dove puoi mentire sull’Iraq ma non su una fellatio extraconiugale.

in ogni caso credo che piú di un governatore italiano dovrebbe dare un´occhiatina a quello che succede oltreoceano…

fonte: il governatore e lo scandalo

dare un voto all’operato dei poliziotti

Marzo 14, 2008 · Filed Under Stati Uniti d'America, internet · Comment 

immaginate un sito dove potete inserire il vostro giudizio sul modo di comportarsi di ogni poliziotto che voi incontriate.

immaginate di poter andare su questo sito, inserire il nome e cognome di un poliziotto (o il suo numero di tesserino) e di poter esprimere un giudizio su come tale poliziotto si è comportato (denunciare un suo abuso dell’autorità concessagli, elogiarne il comportamento in una data vicessitudine…)

un tale sito esiste, solo negli Stati Uniti però

su RateMyCop i cittadini statunitensi posson esprimere il loro giudizio sugli oltre 140.000 poliziotti che operano nel loro paese.

ma…

ovviamente per ogni iniziativa come questa, che comporta una maggiore presa di coscienza da parte del cittadino, ci sono sempre molti interessi affinché il progetto naufraghi

manco a dirlo sono proprio i poliziotti quelli cui non piace assolutamente questa iniziativa

pur operando nel pieno della legalità e del rispetto per la privacy dei poliziotti e delle ovvie esigenze lavorative (es. gli agenti sotto copertura) questa iniziativa non piace proprio ai poliziotti d’oltreoceano (chissà se ai nostri piacerebbe…)

questo timore di essere giudicati dai propri cittadini (le persone al servizio delle quali lavorano) ha spinto la polizia a esercitare pressioni (illegalmente) sino al risultato che il fornitore del servizio di hosting del sito ha oscurato il sito, adducendo scuse pretestuose come un inesistente uso eccessivo di risorse.

il problema è stato risolto spostando il sito su di un altro fornitore di hosting, con il prevedibile risultato che RateMyCop ha avuto un’enorme pubblicità a causa della vicenda, mentre GoDaddy (il precedente fornitore di Hosting) e la polizia ne escono decisamente male…

l’articolo sulla vicenda lo trovate suPunto Informatico

P.S.

l’unica iniziativa simile in Italia, per quanto ne sappia, è OpenPolis.it, dove però i soggetti sotto osservazione sono i politici

esportiamo democrazia o schiavitù?

Controllate il petrolio e controllerete nazioni intere; controllate il sistema alimentare e controllerete le popolazioni.Henry Kissinger

Dopo essere stato invaso nel 2003, l’Iraq non è stato spogliato dai suoi aggressori solamente della sua sovranità politica, del suo patrimonio archeologico, delle sue risorse petrolifere, ma anche della sua sovranità alimentare.

In violazione della Costituzione Irachena e delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra, che stabiliscono che l’occupante debba rispettare la giurisdizione del paese occupato, l’amministrazione provvisoria di Paul Bremer (ex collaboratore di Kissinger) ha deliberato, prima dell’installazione del governo fantoccio, cento ordinanze scellerate che hanno lo statuto di leggi e che non possono essere abolite né modificate da alcun governo iracheno (articolo 26 della nuova Costituzione). Il paese è così caduto sotto il giogo economico totale dell’Occupante, che aveva deciso di riformare drasticamente la sua economia sul modello economico neo-liberista americano.

L’ordinanza 81 del 26 aprile 2004 ha dato il paese in pasto alle gigantesche necro-imprese che controllano il commercio mondiale dei semi, come la Monsanto (produttrice dell’agente Orange), Syngenta e Dow Chemicals. Essa conduce alla irreversibile distruzione dell’agricoltura irachena. L’Afghanistan aveva subito la stessa sorte nel 2002.

Questa ordinanza, redatta in maniera assai perversa, ha di fatto istituito l’obbligo per i coltivatori iracheni di comprare ogni anno una licenza e le sementi transgeniche dalle multinazionali americane – quando la legislazione irachena proibiva ogni privatizzazione delle risorse biologiche.

L’ordinanza 81 ha reso illegali le antiche tradizioni degli agricoltori di selezionare i semi migliori per riutilizzarli da un anno all’altro e gli scambi tra vicini. (Secondo la FAO, nel 2002, il 97% dei coltivatori iracheni riutilizzavano i loro semi o li acquistavano sul mercato locale). Attraverso gli incroci, lungo le generazioni, avevano creato varietà ibride adatte al duro clima della regione.

Gli agricoltori “colpevoli” di aver seminato semi non acquistati, o il cui campo è stato accidentalmente contaminato, incorrono in pesanti sanzioni, fino a pene detentive, alla distruzione del raccolto, dei loro attrezzi e installazioni!

Il terrorismo alimentare praticato da multinazionali come Monsanto nei paesi che colonizzano ha portato al suicidio decine di migliaia di contadini del Terzo Mondo – rovinati dall’acquisto annuale dei semi transgenici e dei pesticidi, erbicidi e fungicidi estremamente tossici che vi sono necessariamente associati. Così, nel solo anno 2003, 17.000 agricoltori indiani, ai quali le banche avevano rifiutato prestiti per l’acquisto dei semi Monsanto, si sono suicidati.

per leggere l’articolo completo leggi qui

la carne viene fatta anche così

Febbraio 23, 2008 · Filed Under Stati Uniti d'America, che schifo, economia · Comment 

65.000 tonnellate di carne sequestrate negli Stati Uniti

gli animali erano torturati con bastonate, scosse elettriche ed annegamenti con getti di acqua ad altra pressione

gli animali erano talmente terrorizzati da dover essere trascinati al mattatoio con carrelli elevatori, fatti rotolare e feriti con le due forche del muletto

gli animali sono stati trattati in maniera talmente crudele, che le sevizie e le torture inflitte li avrebbero portato alla pazzia, tanto da rendere pericolosa la loro carne per l’alimentazione

che dire, un altro trionfo della nostra società, capace di inventarsi la necessità di dover produrre così tanta carne per diventare sempre più obesi e cardiopatici, lasciando in contropartita miliardi di persone nella fame e povertà

fonte: ecoblog, il video invece lo trovate qui

la fragile economia del dollaro

Febbraio 22, 2008 · Filed Under Stati Uniti d'America, approfondimenti, economia · 1 Comment 

DI MIKE WHITNEY
Global Research

La borsa del petrolio dell’Iran potrebbe travolgere il dollaro

Due settimane fa Bush è stato inviato in missione in Medio Oriente per consegnare «una testa di cavallo». Ricordiamo tutti la scena sconvolgente del film «Il Padrino» di Francis Ford Coppola, quando Luca Brasi va a Hollywood per convincere un produttore di film recalcitrante a prendere suo nipote Don Corleone nel prossimo film. Il grande produttore è infine convinto ad ingaggiare il giovane attore quando si risveglia nel suo letto affianco alla testa mozzata del suo pregiato purosangue. Penso che Bush abbia fatto «un’offerta che non si può rifiutare» di questo stesso genere ai dirigenti dei paesi del Golfo quando si è intrattenuto con loro agli inizi del mese.

I media hanno tentato di descrivere il viaggio di Bush in Medio Oriente come una «missione di pace», ma non si trattava che di una cortina di fumo. Infatti, tre giorni dopo che Bush aveva lasciato Gerusalemme, Israele intensificava le sue operazioni militari nei territori occupati, riprendendo il suo spietato blocco del cibo, dell’acqua, delle medicine e dell’energia, contro il milione e mezzo di abitanti di Gaza. In termini chiari, o Bush ha dato il via libera alle operazioni o le aggressioni israeliane sono uno sberleffo al Presidente degli Stati Uniti.

Allora quale era lo scopo reale del viaggio di Bush? Dopo tutto, non ha alcun interesse alla pace o al rispetto del suo impegno a risolvere la crisi israelo-palestinese. Perché avrà scelto di visitare il Medio Oriente quando il suo secondo mandato presidenziale è agli sgoccioli e non ha alcuna chance di riuscita?

A volte le visite personali sono importanti, in particolar modo quando la natura delle informazioni è così delicata che il messaggio deve essere trasmesso faccia a faccia. In questo caso Bush si è dato la pena di attraversare mezzo mondo per dire ai Sauditi ed ai loro amici degli stati del Golfo che dovevano continuare a legare il loro petrolio al dollaro, se no sarebbero andati «a riposare con i pesci» [altro riferimento al film Il Padrino, ndt]. In questi ultimi due mesi, diversi sceicchi e ministri delle finanze si sono lamentati per la caduta del dollaro e hanno minacciato di rompere con la famosa «indicizzazione con il dollaro» e di optare per un paniere di divise monetarie. Il viaggio di Bush sembra aver ravvivato lo spirito di cooperazione fraterna. Il malcontento è cessato e tutti sono risaliti «a bordo». I dirigenti regionali sembrano oggi molto meno infastiditi dal fatto che l’inflazione intacca le loro economie e non cessa di accrescere i costi della mano d’opera, del del cibo, dell’energia e degli immobili.

L’agenzia di stampa Reuters lo riassume così :

«Dopo una raffica di disaccordi pubblici sulla riforma monetaria l’anno scorso, le banche centrali del Golfo tentano di fare fronte comune vantando l’indicizzazione come fonte di stabilità e minimizzando la debolezza del dollaro come un fenomeno passeggero».

Si direbbe che Bush addolcisca le cose.

In queste due ultime settimane, i dirigenti del Golfo hanno osservato con nervosismo la Federal Reserve ribassare mostruosamente i tassi d’interesse di 125 punti di base. I ribassi erodono costantemente il capitale di 1 trilione di $ (mille miliardi) che gli sceicchi hanno investito nei buoni del tesoro e nei titoli USA.

«L’inflazione in Arabia Saudita e nell’Oman è al suo livello più alto da 16 anni. L’inflazione è salita ad un tetto raggiunto 19 anni fa negli Emirati Arabi uniti. I responsabili politici del Golfo sono pronti ad intervenire direttamente nel mercato dei prestiti, dei beni immobili e dei prodotti per compensare la riduzione dei tassi». (Reuters)

Il valore dei beni immobili è salito a razzo. Negli Emirati Arabi Uniti, il valore delle proprietà commerciali è raddoppiato dall’inizio del 2007. La bomba inflazionista ha costretto altri paesi del Golfo a versare aiuti alimentari alle loro popolazioni e ad «un aumento del 70% dei salari per alcuni impiegati del governo federale degli Emirati Arabi Uniti».

I lavoratori emigrati malcontenti hanno recentemente manifestato violentemente a Dubai, esigendo d’essere indennizzati equamente per il forte aumento dei prezzi. Il valore del riyal, la moneta dell’Arabia Saudita, ha raggiunto il suo livello più alto da 21 anni a questa parte.

Gli agenti di cambio si attendono un altro aumento dell’8% del dirham e del riyal entro il mese di aprile prossimo e predicono che i tassi d’interesse obbligheranno le banche centrali degli stati del Golfo a convertirsi all’euro o ad un paniere di divise monetarie della regione. Tuttavia, sino ad ora i fedeli principi sauditi non hanno cessato di sostenere il dollaro.

Difendere l’egemonia del dollaro

Qual è l’importanza quindi di continuare a valutare il petrolio in dollari? Gli Stati Uniti farebbero la guerra per difendere lo statuto di «moneta di riserva» mondiale del dollaro? La risposta a questa domanda potrebbe arrivare questa settimana, poichè la tanto attesa Borsa del Petrolio iraniano deve aprire tra il 1° e l’11 febbraio. Secondo Davoud Danesh-Jafari, il ministro delle finanze iraniano, «tutti i preparativi sono stati fatti per lanciare la borsa; si aprirà durante i dieci giorni della festa dell’Alba» (le cerimonie che commemorano la vittoria della Rivoluzione islamica del 1979 in Iran). Questa borsa è considerata come una minaccia diretta contro il dominio mondiale del dollaro, poichè esigerà che «il petrolio, i prodotti petrolchimici ed il gas iraniano» siano scambiati contro monete diverse dal dollaro USA. (Press TV, Iran) [La notizia originale citata è questa, l'annuncio ufficiale dell'apertura è stato dato il 17 Febbraio. N.d.r]

Il sistema del petrodollaro non è diverso dal sistema dello standard aureo. Oggi questa divisa è semplicemente garanzia di una fonte di energia vitale da cui dipende ogni società industrializzata: il petrolio. Se il dollaro non fosse più l’unica moneta utilizzata nella vendita del petrolio, non sarebbe più di fatto la moneta di riserva mondiale e gli Stati Uniti sarebbero costretti a ridurre massicciamente il loro deficit commerciale, a ricostruire le loro capacità industriali e a ridivenire un paese esportatore. La sola alternativa è di creare una cerchia di regimi clienti, che reprimano le aspirazioni collettive dei loro popoli al fine di poter seguire scrupolosamente le direttive di Washington.

In quanto a sapere se l’amministrazione Bush comincerebbe una guerra per difendere l’egemonia del dollaro, è una domanda che bisognerebbe rivolgere a Saddam Hussein. L’Iraq fu invaso proprio sei mesi dopo la conversione di Saddam all’euro. Il messaggio è chiaro, l’Impero difenderà la sua moneta.

Ugualmente, l’Iran ha rimpiazzato il dollaro nel 2007 e ha richiesto che il Giappone paghi le sue enormi fatture d’energia in yen. La «conversione» ha irritato l’amministrazione Bush e d’allora l’Iran è il bersaglio dell’aggressività degli Stati Uniti. Infatti, anche se 16 agenzie d’informazione degli Stati Uniti hanno pubblicato un rapporto (NIE) dicendo che l’Iran non sta sviluppando armi nucleari e anche se l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica constata che l’Iran adempie ai suoi obblighi rispetto al Trattato di non-proliferazione nucleare (TNP), un attacco preventivo degli Stati Uniti contro l’Iran sembra sempre probabile.

E anche se i media occidentali minimizzano ormai le prospettive di una nuova guerra nella regione, Israele sta prendendo precauzioni e ciò suggerisce che l’idea non è poi così campata in aria. «Israele chiede che dei rifugi antibomba siano installati allo scopo di preparare il pubblico ad un’altra guerra che, questa volta, vedrà piovere missili». (Press TV, Iran)

«La prossima guerra conoscerà un ricorso massivo alle armi balistiche contro l’insieme del territorio israeliano» ha affermato Udi Shani, un generale a riposo. (Global Research)

La Russia, che pensa che le possibilità di un conflitto nel Golfo vadano in crescendo, ha risposto con l’invio di una forza navale nel Mediterraneo e nell’Atlantico del Nord.

Secondo un articolo apparso in inglese sul sito Global Research:

«La nave ammiraglia della flotta del Mar Nero della Russia, l’incrociatore lancia-missili Moskva ha raggiunto la flotta da guerra russa nel Mediterraneo il 18 gennaio per partecipare alle manovre in corso… L’operazione attuale è la prima operazione in grande scala della Marina russa nell’Atlantico negli ultimi 15 anni. Tutte le navi e gli aerei da combattimento trasportano munizioni da combattimento».

Anche la Francia pianifica manovre militari nello Stretto di Ormuz. L’operazione «Bouclier du Golfe 01» [Scudo del Golfo 01, ndt]) avrà luogo al largo delle coste dell’Iran e impiegherà migliaia di soldati in operazioni armate interforze che includeranno – tra l’altro – simulazioni di attacchi a piattaforme petrolifere».

Secondo il ministro della Difesa francese, «le esercitazioni che si svolgeranno dal 23 febbraio al 5 marzo vedranno la partecipazione di 1500 soldati francesi, 2500 degli Emirati e 1300 del Qatar. Queste manovre avranno luogo su terra, in mare ed in aria». E secondo il tenente-colonnello Fusalba, «circa una mezza dozzina di navi da guerra, 40 aerei e decine di veicoli blindati prenderanno parte alle esercitazioni militari». (Defense News)

Inoltre, nell’ultima settimana, tre dei principali cavi sottomarini che assicurano il traffico Internet sono stati rotti nel Golfo Persico e i tre quarti delle comunicazioni internazionali tra l’Europa ed il Medio Oriente sono state interrotte. Una gran parte del Medio Oriente è piombata nell’ignoranza [Vedi qui, qui e qui N.d.r.].

E’ puramente una coincidenza o c’è qualcos’altro sotto la superficie?

Ian Brockwell, dell’ «American Chronicle» ha detto:

«Nell’ipotesi che la rottura dei cavi non sia frutto del caso, ci dobbiamo chiedere chi farebbe una cosa del genere e perché. Evidentemente l’Iran, che è stato il più colpito, non avrebbe avuto interessi in una tale azione e potrebbe essere il bersaglio dei responsabili. Si tratta del preludio di un attacco o di un test per un attacco futuro? Le comunicazioni sono sempre state un fattore importante dell’azione militare e la rottura dei cavi potrebbe ridurre la capacità difensiva dell’Iran». (American Chronicle) [In realtà, come spiegato negli articoli e relativi commenti indicati sopra, l'Iran sarebbe stato colpito solo marginalmente dall'interruzione delle comunicazioni N.d.r.]

Malgrado l’assenza di copertura mediatica, nel Golfo le tensioni salgono e le probabilità di un attacco da parte degli Stati Uniti contro l’Iran rimangono molto elevate. Bush è convinto del fatto che se non affronta l’Iran, allora non lo farà nessuno. Crede anche che, se non difenderà militarmente il dollaro, l’unica superpotenza mondiale che sono gli stati Uniti apparterrà presto al passato. Ora, il vero problema è sapere se Bush si renderà conto che gli Stati Uniti sono già irrimediabilmente impantanati in due conflitti «non vincibili» o se ancora una volta «ascolterà i suoi visceri» e ci trascinerà in un nuovo rovinoso conflitto nella regione.

Titolo originale: “Fragile Dollar Hegemony: Iran’s Oil Bourse could Topple the Dollar”

Fonte:http://www.globalresearch.ca/
Link
04.02.2008

Traduzione di BIANCAROSA ROMANO per www.comedonchisciotte.org

enjoy capitalism

USA dollari, guerre e petrolio

Febbraio 14, 2008 · Filed Under Stati Uniti d'America, approfondimenti, economia, multinazionali · Comment 

DI FRK
Umanità Nova

Il prezzo della benzina è aumentato, lo dice anche la televisione, quindi dev’essere vero.
Ancora di più è aumentato il prezzo del diesel, e questo la televisione non lo dice, perché dovrebbe spiegare la discrezionalità delle compagnie petrolifere nel fissare il prezzo dei carburanti ed il fatto che, essendoci ormai più auto diesel che non a benzina, hanno tutto l’interesse a farlo pagare di più della benzina, indipendentemente dai minori costi di produzione.

Il petrolio poi, è quasi arrivato a 100 dollari al barile. Cifra che, per una strana coincidenza del caso e degli interessi dell’amministrazione statunitense, era quella auspicata da Bin Laden in un video diffuso dopo gli attentati dell’undici settembre 2001, quando il petrolio costava meno di 20 dollari al barile.

Già, che strano modo di misurare il petrolio, quello dei barili. Che vengono graficamente ed iconograficamente rappresentati come bidoni, mentre in origine erano barili veri e propri, fatti di doghe di legno. Abbondavano in Pennsylvania dove venivano usati per immagazzinare whisky e, siccome erano a buon prezzo, furono usati dal “colonnello” (titolo assolutamente falso) Drake per stoccare il petrolio che aveva trovato in uno dei primi pozzi statunitensi.

Un barile contiene convenzionalmente 42 galloni (circa 159 litri). Il che significa che, anche a 100 dollari il barile, un litro di petrolio costa circa 42 centesimi di euro, poco più dell’acqua minerale che si compra al supermercato. Incidentalmente rileviamo che l’acqua minerale è imbottigliata nella plastica ricavata dal petrolio stesso (solo per fabbricare le bottiglie di plastica per l’acqua, non biodegradabili, si utilizzano circa 1,5 milioni di barili l’anno). Il petrolio è come il maiale: non si butta niente, anche se sporca un po’ di più! Dal petrolio si ricavano GPL, benzina, cherosene, gasolio, bitume, asfalto ed una miriade di altre cose, tra cui la già citata plastica (che assorbe il 4% del consumo mondiale di petrolio).

Quando si ragiona sugli usi del petrolio viene spontaneo pensare: per forza che costa così tanto, è una risorsa limitata e c’è una domanda crescente. Peccato però che il meccanismo di determinazione del prezzo non funzioni così. Anche perché, visto che nel 1999 costava 10 dollari al barile, vorrebbe dire che si sono esauriti, in otto anni, tutti i giacimenti del mondo.
Il prezzo dell’oro nero (che poi nero non è, visto che è verde o, al massimo, marrone scuro) varia in relazione alla qualità del greggio, determinata da due caratteristiche: il contenuto in zolfo (per il quale si distingue tra dolce ed acido) e la densità (secondo cui si distingue in pesante, medio e leggero).
Un petrolio più leggero e con meno zolfo costa più di un petrolio più pesante ad alto contenuto di zolfo, visto che quest’ultimo ha bisogno di maggiori lavorazioni.

Ogni area geografica produce il suo tipo di petrolio (per alcune aree si tratta di una miscela tra il petrolio di giacimenti vicini con caratteristiche affini): c’è l’Ural russo, l’Arabian arabo, il Maya messicano, il Dubai degli Emirati, e così via. Il prezzo del petrolio però viene fatto nelle borse mondiali e siccome le piazze finanziarie più importanti del pianeta sono Wall Street (a New York) e il London Stock Exchange (a Londra) è lì che ci sono i mercanti che fanno il prezzo del petrolio. Per farlo utilizzano i tipi di petrolio estratti in quei paesi: il WTI (West Texas Intermediate) negli USA e il Brent inglese del Mare del Nord.
Entrambi questi greggi vengono quotati in dollari, che è la moneta di regolazione di tutte le transazioni petrolifere. Per questo motivo si è creata la situazione per cui vengono trattati quotidianamente, sul mercato londinese, quantitativi di “Brent” superiori di 1.000 volte la produzione massima di tutti i pozzi del Mare del Nord. E si è creata la situazione per cui due tipi di petrolio (il Brent e il WTI) che rappresentano meno dell’1% del petrolio estratto nel mondo determinano il prezzo del 99% degli altri greggi.
Se poi si approfondisce il meccanismo di funzionamento del mercato dei “futures”, dove, con scarse disponibilità di moneta, si spostano grandi quantità di merci “di carta”, si capisce che il mercato del petrolio, più che dalla domanda e dall’offerta dipende dalle disponibilità finanziarie e dalle scelte delle corporation e del governo USA (che stampa i dollari con cui viene pagato).

L’utilizzo del dollaro come unità di valore dei barili di petrolio ed il controllo del prezzo al barile attraverso i mercati finanziari sono gli ultimi strumenti rimasti al governo USA per il controllo del mercato petrolifero mondiale. Le famigerate “sette sorelle”, le compagnie petrolifere occidentali che facevano il bello ed il cattivo tempo sui mercati, ormai controllano meno del 6% della produzione di petrolio, che è, invece, saldamente in mano alle compagnie nazionali degli stati produttori.
Questa situazione ha però consentito agli USA di risolvere un loro problema ancora più grande.

Gli USA infatti vivono, dal punto di vista economico, con una spada di Damocle sulla testa. Siccome gli statunitensi hanno delocalizzato molte produzioni hanno un gigantesco deficit commerciale, cioè importano molte più cose di quante ne esportino. Normalmente uno stato in queste condizioni svaluta la propria moneta, facendo così salire il costo dei beni importati e diminuendo il costo delle merci esportate, fino a raggiungere un nuovo equilibrio della bilancia commerciale. Per poter svalutare la moneta il modo più classico è la riduzione dei tassi d’interesse. La diminuzione dei tassi d’interessi USA serve anche al sistema finanziario statunitense a salvarsi dalla bancarotta derivante dalla crisi dei mutui, utilizzati negli scorsi anni per consentire l’acquisto di merci a debito da parte delle famiglie americane che oggi non sanno come restituire i soldi presi in prestito.
Ma gli USA hanno anche un altro problema. Hanno una spesa pubblica, che va a finanziare il complesso militare ed industriale, enorme.

Visto che non hanno possibilità di tagliare la spesa sociale (per la semplice ragione che è ridotta a meno del minimo), l’unico modo che avrebbero per mantenere in equilibrio il bilancio dello stato sarebbe quello di aumentare le tasse, argomento improponibile agli statunitensi che si recano a votare. Il risultato è il più grosso debito statale del mondo. Per finanziare il debito uno stato normale è costretto ad emettere obbligazioni e titoli di stato; e se ne emette tanti è costretto ad offrire tassi d’interesse elevati per attrarre capitali dall’estero.
Insomma l’esatto opposto di quello che dovrebbe fare per ridurre il deficit commerciale.
Visto che gli USA non sono uno stato come gli altri hanno trovato una soluzione per salvare capra e cavoli. Invece di finanziare il deficit statale emettendo titoli di stato, lo finanziano stampando dollari, il resto del mondo è costretto ad acquistare dollari per pagare le forniture di petrolio e, così facendo, assorbe la massa monetaria emessa in eccesso e gli USA non rimangono avvinti dalla spirale inflazionistica che, altrimenti, si sarebbe creata.
Inoltre le forniture di petrolio effettuate direttamente agli USA (consumano il 24% di quello che viene estratto al mondo) sono pagate direttamente in titoli di stato, che i possessori non rivendono, neanche in parte, per timore che un crollo dei loro corsi possa svalutare tutto il loro patrimonio.

Risolto in questo modo il finanziamento del deficit dello stato la Federal Reserve (la banca centrale USA) può tenere bassi i tassi d’interesse e svalutare il dollaro per cercare di riequilibrare la bilancia commerciale.
Questo schema però ha bisogno di prezzi del petrolio sempre crescenti, per cui non può durare in eterno.
Per soddisfare le esigenze di bilancio degli USA e della famiglia Bush (che, di mestiere, fanno i petrolieri) ci vorrà, prima o poi, un’altra guerra, magari contro l’Iran che sta cercando di usare l’Euro al posto del Dollaro per vendere il proprio petrolio, o contro il Venezuela che, disponendo di ingenti capitali grazie all’aumento del prezzo del greggio, sta sostituendo gli USA come prestatore di capitali agli altri stati del Sud America.

FRK
Fonte: http://isole.ecn.org
Link: http://isole.ecn.org/uenne/archivio/archivio2008/un01/art5094.html
Umanità Nova, n.1 del 13 gennaio 2008, anno 88

obesi per un infausto destino…

Febbraio 12, 2008 · Filed Under Stati Uniti d'America, immagini · Comment 

Lo hanno scritto sull’American Journal of Clinical Nutrition:ciccio.jpg

l’obesità è dovuta in massima parte ai geni.

“La ricerca inchioda la genetica alle sue responsabilità anche sul fronte chili di troppo: le differenze nell’indice di massa corporea e nel girovita sono infatti al 77% imputabili ai geni

(…)

“E’ sbagliato - afferma - dare tutta la colpa ai genitori se un bambino è grasso: è infatti più probabile che ciò sia legato alla sua predisposizione genetica. Questo non vuol dire che chi è geneticamente predisposto diventerà sicuramente obeso, ma senz’altro corre maggiori rischi di diventarlo”

/ RaiNews

Evvai, distrutto un altro luogo comune sulla ciccia.

fonte: obesi per caso

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