quasi tutte le ADSL filtrano il P2P
Che i vari provider italiani e nel mondo applicassero dei filtri per impedire o limitare l’utilizzo del P2P lo sapevo da tempo.
Adesso però posso finalmente citare uno studio organico e professionale in cui viene chiarito il punto della situazione in Italia:
il quadro che ne emerge non è affatto dei migliori, infatti oltre alla consueta scarsa trasparenza e mancanza di rispetto per gli utenti d parte di grandi multinazionali e provider, si affianca una carenza normativa (il che è la norma in Italia) che non tutela gli utenti e non specifica chiaramente quali sono i dettagli tecnici che un fornitore di ADSL è tenuto a comunicare.
Tele2 e Wind filtrano il traffico (Michele, te lo avevo detto)
Libero filtra il traffico, per Fastweb alcuni utenti dicono di si altri di no, per Telecom ufficialmente non avviene (ma devo dire che chi sottoscrive un ADSL con Telecom tipicamente non è proprio uno che capisce molto di internet…)
Nel variegato panorama dei provider (perché di provider ce ne sono molti, non solo quelli di cui vediamo la pubblicità in televisione) solo due operatori hanno chiaramente espresso la loro posizione (e quindi cosa si deve aspettare un loro cliente):
- NGI commercializza un’offerta ADSL in cui il P2P è filtrato, ma tale ADSL costa molto di meno ed è appositamente rivolta a quei clienti che vogliono navigare velocemente, non scaricare film o quant’altro, esigenze per le quali NGI fornisce altre offerte tutte molto professionali
- SiPortal dichiara di tutelare (e quindi non filtrare) il traffico P2P degli utenti
in attesa che l’AGCOM riesca a far approvare un regolamento che obblighi gli ISP a rendere esplicito al cliente che servizio effettivamente gli vendono, potete leggere il resoconto della situazione su Punto Informatico
la polizia uccide in aereoporto con un’arma “non letale”
il Taser, la pistola che spara due dardi sulla vittima scaricandogli addosso una violenta scossa elettrica per tramortirlo, usato e abusato negli USA alle forze dell’ordine, ancora oggi definito “arma non letale”, ha fatto ieri una vittima anche in Canada.
Queste armi vengono sempre più spesso date in dotazione alle forze dell’ordine, le quali però sempre più spesso le utilizzano con una leggerezza che ha dello sconvolgente. Non è affatto difficile, tramite una rapida ricerca su google, su youtube o su altri siti di video meno censurati, rendersi conto di come queste armi siano utilizzate da poliziotti e forze dell’ordine su gente disarmata, a volte anche solo per evitare che in una conferenza stampa vengano rivolte delle domande al politico di turno.
Un tempo si addestravano le forze dell’ordine alle tecniche di difesa personale, al dialogo col povero malcapitato che spesso è solo qualcuno che ha perso le staffe (e molte volte avendone tutte le ragioni). Oggi le forze dell’ordine mi sembra stiano diventando (anzi le stanno facendo diventare) un branco di ragazzini ignoranti e esaltati, equipaggiati ed autorizzati a trattare chiunque come un pericoloso criminale.
Almeno tutto questo servisse a garantirci un mondo più sicuro… io invece vedo sempre più affacciarsi scenari orwelliani nel nostro futuro.
P.S.
per vedere un Taser all’azione cliccate qui
il governo approva la censura per internet.. e manca solo l’ok del parlamento perchè diventi legge
La proposta è già stata approvata dal consiglio dei ministri ma non ancora approvato dal parlamento:
La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.
Questa legge non è stata per nulla discussa, nessuno ne è stato informato, gli stessi ministri che l’hanno approvata dichiarano di essere stupiti dal contenuto di questa legge (ma allora che cazzo fanno? non leggono nemmeno i testi delle leggi che votano?)
La notizia non è trapelata grazie ai giornalisti (e quando mai danno una Notizia con la N maiuscola?)
La notizia non l’hanno divulgata i politici (impegnati nelle loro solite attività come partiti democratici o delle libertà, cocaina, puttane, interventi in TV, acquisto di case a prezzi ridicoli, tangenti…)
La notizia è stata divulgata dal Dr. Valentino Spataro, che dal sito Civile.it ha lanciato l’allarme a tutti gli internauti italiani: questa proposta di legge è stata formulata nel consiglio dei ministri in agosto ed è stata approvata il 12 ottobre (se non avevano intenzione di far passare la proposta vigliaccamente e di nascosto, allora in consiglio dei ministri siedono e lavorano dei mentecatti che non sanno neanche cosa approvano).
come dice lo steso dr. Spataro sul suo sito:
“Segnalata la notizia ai professionisti del settore per la conferma, ho cominciato a mandare qualche email a pochi media del web segnalando il mio approfondimento de iure. In 24 ore anche Repubblica ne parla. Dopo 12 ore Grillo, Ansa, Agi e tutti ormai sanno. Ho registrato il video di queste 36 ore. Copiatelo. E’ libero.”
Beppe Grillo ha così commentato la proposta di legge Levi-Prodi:
“Riccardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo. La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro (…) L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete. (…) La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile. Il 99% chiuderebbe.“
In questo modo per poter avere uno spazio web si dovrà avere il beneplacito del ROC.
Cioè ma ci pensate? Già paghiamo per uno spazio web, ora vorrebbero costringerci addirittura a pagare gli extra, senza considerare tutta la censura che ci sarà.
Di seguito il link per firmare una petizione contro questa proposta di legge e il link al filmato dl dr. Spataro in cui viene fatto un resoconto di come questa vicenda sia stata divulgata.
filmato su come la notizia è stata resa pubblica
firma la petizione per salvare internet dalla censura
Viviamo in un mondo…di carta!!!
Credo sia a tutti evidente come oggigiorno siamo sommersi da carta…per pubblicità, appunti, libri, documenti, attestati….!
Siamo letteralmente sommersi, ed il risultato di tale spreco si traduce innanzitutto in problemi di ingombro dello spazio in cui viviamo (scrivanie stracolme, scaffali piani di “scartoffie”…), in sprechi di risorse per stampare continuamente altra carta…ma anche in inquinamento dell’ambiente, devastazione di foreste (non dimentichiamoci mai che un foglio di carta dove ci sono scritte cazzate deriva comunque da foreste ed il processo di riciclaggio è limitato (circa 5-10 volte massimo) e comunque costoso!
Per farla breve, vorrei portare a riflettere su quanta carta sprechiamo ogni giorno…cercando di sensibilizzare tutti noi ad un uso più moderato, per il bene di tutti!
Segnalo alcuni siti che ho trovato in….5 secondi: il problema è così importante che reperire materiale su tale questione è di una facilità estrema. Meno facile è diminuire la mole di carta che consumiamo: almeno però…proviamoci!
Paper Waste Prevention |
Paper waste prevention is the practice of reducing or eliminating paper use so that the potential for paper to be used inefficiently or disposed is prevented in the first place. Printing paper on both sides of the sheet—rather than on one side—is a classic example of paper waste prevention, as it can reduce the need for paper by up to 50 percent.Prevention is the most environmentally preferable means to reduce paper waste. Even if all paper was recycled, there would still be a need for paper to be made from virgin resources, as individual paper fibers can only be recycled a finite number of times (generally 5-10). Paper waste prevention reduces the environmental impacts associated with both paper manufacture (including the demands on our forest resources) and paper recycling. |
dal sito: http://www.ciwmb.ca.gov/Paper/Prevention/
e ancora utili suggerimenti: http://www.deq.state.mi.us/documents/deq-ead-recycle-redofcpw.pdf
http://www.livingthing.net.au/rc/guides/05638_Paperwaste.pdf
libertà di espressione negli USA
scene del genere ci hanno abituato a vederle attribuire all’Unione Sovietica o alla Russia di Putin, invece avvengono nella nazione che si arroga il diritto/dovere di esportare la democrazia e che sta lentamente ma inesorabilmente scivolando verso qualcosa di orribile:
LA PAURA MANGIA L’ANIMA
Nei film di Fassbinder si riempiono continuamente bicchieri ma nessuno beve mai.

Quando vai nel locale dei tuoi colleghi marocchini per invitarli a casa dalla moglie tedesca vedova di polacco, chiedi una birra, la versi in un bicchiere e non bevi manco un sorso.
APROPOSITO
pER QUANTO RIGUARDA IL SOGNO DI UN MONDO DOVE LA BANDA LARGA ARRIVI PURE NELLA CANTINA DEL NONNO.
c’E UNa roba inglese che ti danno un ruter wifi e tu condividi il tua accesso alla rete :
Sarà….Ma si dovrebbero sviluppare metodi per assicurare la sicurezza…
Guardate pure cosa gli fanno passare gli amici di Veronica Mars quando hanno accesso alla rete del vicino: gli sbirri lo arrestano perché ha un sito violento di bobaroli stile COULOBINE (ovvero THE ELEPHANT).
La paura mangia l’anima
Ezra Pound
Un popolo che non s’indebita fa rabbia agli usurai – Ezra Pound
AIDS
Quello che i media non dicono
sulla “peste del nuovo millennio”
di Gian Paolo Vallati
1. Introduzione
2. Perché il virus
3. Esiste davvero il retrovirus Hiv?
4. Quanto sono affidabili i test di sieropositività?
5. Assenza di correlazione tra sieropositività e malattia
6. Cos’è davvero l’AIDS
7. L’infettività e la trasmissione sessuale
8. Previsioni catastrofiche e statistiche fasulle
9. Catastrofe africana?
10. Terapie che uccidono
11. Il bavaglio all’informazione
12. Il grande affare della cattiva scienza
- Bibliografia
1. INTRODUZIONE
Questa è la storia vera ed incredibile di una epidemia inventata. Questa è la storia di un colossale affare in cui multinazionali, ricercatori, associazioni e istituti sanitari senza scrupoli hanno utilizzato il terrorismo sanitario al servizio del loro enorme business. E la storia di come, purtroppo, molti esseri umani inconsapevoli siano finiti nella macina, uccisi dalle stesse “terapie” che dovevano curarli.
“Tutti sono pronti a credere che la CIA menta, che il governo menta, che l’FBI menta, che la Casa Bianca menta. Ma che menta l’Istituto di Sanità no, non è possibile, la Sanità è sacra, tutto ciò che esce dagli Istituti Nazionali di Sanità è parola di Dio. Niente fa differenza, nemmeno la storia di come Gallo scoprì il virus, nemmeno il fatto che sia uno scienziato screditato e condannato per truffa. La strategia dell’establishment è sempre la stessa: ignorare. Meglio non rispondere, vuoi vedere che ci si accorge che c’è qualcosa di strano?” Harvey Bialy, microbiologo. 1
2. PERCHÉ IL VIRUS
Le malattie infettive costituiscono oggi soltanto l’1% di tutte le cause di morte nel mondo occidentale e ormai le grandi epidemie sono per lo più scomparse. Il merito di questa situazione, che spesso viene attribuito alla medicina, è in realtà dovuto al miglioramento delle condizioni igieniche e alimentari. Ci sono numerosi studi a livello statistico ed epidemiologico che dimostrano come molte malattie (tubercolosi, difterite, polmonite, ecc.) cominciarono a declinare ben prima dell’introduzione di cure efficaci. 2
È cosa ben nota, anche ai non addetti ai lavori, che gli esseri umani e gli animali, sani o malati che siano, convivono da sempre con migliaia di microbi, virus e batteri, in gran parte assolutamente innocui. Alcuni sono addirittura utili, come l’escherichia coli, che colonizza l’intestino e aiuta la digestione. Perfino microbi patogeni provocano malattie gravi solo in individui con il sistema immunitario indebolito. Eppure gli scienziati sono sempre ossessivamente alla ricerca di nuovi virus e batteri, nella speranza di attribuire loro la causa di malattie che ritengono altrimenti inspiegabili. Le conseguenze di questa unica direzione di ricerca spesso sono rovinose perché ritardano la comprensione della vera causa e determinano la morte di molte persone. In passato lo scorbuto, la pellagra e il beriberi (solo per citare esempi eclatanti) sono state per lungo tempo attribuite a batteri, benché già allora alcuni ricercatori avessero dimostrato che erano dovute a carenze alimentari. Robert William, scienziato a cui si deve la scoperta della vitamina B1, così ha commentato questo atteggiamento dei cacciatori di microbi: “…la batteriologia era arrivata ad essere la pietra angolare dell’istruzione medica. A tutti i giovani medici era stata talmente istillata l’idea che le malattie erano causate da un’infezione, che ben presto venne accettato come assiomatico il concetto che non poteva esserci altra causa”.3
Ma nonostante tutto questo, la memoria di passate epidemie continua a suscitare angoscia e terrore. Poiché il virus è sempre un ottimo mezzo per creare panico, ci sono motivi molto poco nobili per cui ad ogni ipotetica nuova patologia si attribuisce sempre più spesso una genesi virale. Attraverso la paura infatti si possono convogliare immense somme di denaro e indottrinare la popolazione verso le terapie e i comportamenti voluti.
Così, allo stesso modo, comincia l’incredibile storia dell’Aids.

una delle numerose riproduzioni di fantasia che vengono spacciate per “retrovirus HIV”, che in realtà non è mai stato realmente isolato nè fotografato
3. ESISTE DAVVERO IL RETROVIRUS HIV?
Non esiste un documento scientifico ufficiale che provi che il cosiddetto HIV, ammesso che esista, provochi l’Aids. A dispetto di ciò che viene costantemente propagandato, il virus della immunodeficienza umana HIV non è stato mai isolato e fotografato. Le recenti scoperte derivate dal Progetto Genoma Umano hanno peraltro messo in grave crisi il concetto stesso di retrovirus.
COME NASCE IL PROBLEMA HIV
Nell’aprile del 1984 il dottor Robert Gallo annunciò in una conferenza alla stampa internazionale di aver scoperto un nuovo retrovirus che aveva chiamato HTLV-III (oggi conosciuto come HIV), e questo era “la probabile causa dell’AIDS”. Lo stesso giorno Gallo presentò il brevetto per un test di anticorpi, ora generalmente riportato come “il test dell’AIDS”. L’annuncio prese di sorpresa persino gli scienziati presenti tra il pubblico. Gallo aveva scavalcato una parte essenziale del processo scientifico: non aveva pubblicato i risultati delle sue ricerche in nessuna pubblicazione medica o scientifica, né li aveva sottoposti al normale processo di revisione tra colleghi prima di essere annunciati al pubblico. Quando alla fine la “prova di Gallo” fu pubblicata settimane più tardi, vennero fuori numerosi problemi. Le procedure di laboratorio che Gallo e i suoi collaboratori utilizzavano per provare l’isolamento vennero osservate soltanto nel 36% dei suoi pazienti di Aids, e soltanto 88% era positivo al test “degli anticorpi HIV”. Inoltre, per assicurare che soltanto i pazienti in AIDS e non l’intero gruppo di controllo risultasse positivo al test degli anticorpi, egli aveva diluito il sangue 500 volte. A diluizioni minori troppi soggetti sani del gruppo di controllo risultavano positivi al test. Questi fatti dovrebbero essere sufficienti a gettare seri dubbi sulle affermazioni di Gallo che egli avrebbe scoperto un nuovo retrovirus come “probabile causa dell’AIDS”. Grazie a questa “scoperta”, Gallo oggi percepisce l’1% dei proventi mondiali derivati dai test HIV. Tutta la carriera di Gallo è costellata di episodi che di scientifico hanno molto poco. Un eccellente elenco di quanto corrotta, ingannevole (e probabilmente perfino criminale) è stata la sua ricerca, può essere trovato nel libro “Science Fiction”, di John Crewdson, un giornalista scientifico del Chicago Tribune. In realtà, tutto quello che aveva scoperto Gallo era una attività enzimatica che lui attribuiva al presunto retrovirus, e le fotografie che mostrò erano di particelle simil-virali senza nessuna prova che fossero virus.4
A tutt’oggi il vero virus non ancora stato isolato, e le foto che vengono spesso mostrate sulle copertine dei giornali sono sempre e soltanto realizzazioni grafiche di fantasia. Eppure, grazie a quella famosa conferenza stampa, da quel momento tutto il mondo ha cominciato a credere che l’Aids fosse dovuto ad un virus. Così è nato il problema HIV e così dal 1984 ad oggi sono stati pubblicati più di 10.000 studi sull’HIV, ma nessuno di questi ha potuto dimostrare in maniera plausibile o provare in modo concreto che l’HIV causi l’AIDS. A tutt’oggi non esiste un documento scientifico ufficiale che fornisca una prova definitiva.
KARY MULLIS
Il premio Nobel Kary Mullis, inventore della PCR (Polymerase Chain Reaction), ha cercato invano per anni questo fondamentale documento. Di conseguenza ad ogni occasione, congresso scientifico, conferenza, seminario o incontro ha interpellato svariati virologi ed epidemiologi su dove trovare il riferimento bibliografico che spiegasse come l’HIV provochi l’AIDS. Ma nessuno dei colleghi è mai stato in grado di precisarlo. E neanche Montagnier e Gallo (considerati i massimi esperti mondiali di Aids) sono stati in grado di fornirglielo. Perché non esiste.5
LA “PROVA” FORNITA DAL NIAID
Per mettere una toppa a questa grave carenza, nel 1994 l’Ufficio di Comunicazione del NIAID/NIH, National Institute of Allergy and Infectious Diseases /National Institute of Health, realizzò un documento intitolato : ” La Prova che l’HIV è causa dell’Aids”. È il documento più completo che si conosca che tenta di rispondere all’affermazione che l’HIV non è la causa dell’Aids. Ma questo elaborato, che viene spesso citato come prova definitiva, di fatto non è documento scientifico, come hanno dimostrato in una puntuale confutazione alcuni ricercatori internazionali.6 Oltre ad essere un documento anonimo, è infatti seriamente screditato dal mancato rispetto degli standard scientifici e fallisce nel fornire una prova credibile a sostegno del suo assunto fondamentale. Si tratta quindi soltanto dell’ennesimo strumento di propaganda.
UNO SCIENZIATO CONTRO: PETER DUESBERG
Peter Duesberg, membro della prestigiosa National Academy of Science, è docente di biologia molecolare e cellulare presso la University of California a Berkeley, oltre ad essere un pioniere nella ricerca dei retrovirus e il primo scienziato ad aver isolato un gene del cancro. È uno dei pionieri più prestigiosi tra i dissidenti della ricerca. Gli ingenti finanziamenti di cui disponeva come ricercatore di fama mondiale gli sono stati drasticamente ridotti quando ha cominciato a mettere in dubbio il dogma Hiv- Aids e la teoria della trasmissione sessuale del morbo. Il primo marzo 1987 sulla prestigiosa rivista Cancer Research comparve un suo articolo in cui affermava che non vi erano prove convincenti del fatto che un retrovirus come l’HIV sia in grado di causare l’AIDS. Da allora Peter Duesberg è uno degli uomini più discussi d’America. Le sue ipotesi e le sue affermazioni sono state di volta in volta definite ‘irresponsabili’, ‘pericolose’, ‘immorali’, ‘dannose’ e perfino ‘criminali’. Per alcuni Duesberg è una ‘minaccia pubblica’, per altri invece un ‘novello Galileo’ in lotta contro l’ottusità dominante. Secondo il direttore dell’autorevole periodico medico The Lancet, Duesberg è “probabilmente lo scienziato vivente più diffamato in assoluto”, per altri addirittura “il Nelson Mandela dell’AIDS, colui che guida la lotta contro l’Apartheid dell’HIV”. Nonostante le sue previsioni trovino sempre più conferme a livello epidemiologico, oggi è stato emarginato da una comunità scientifica che ha tutto l’interesse a perseguire una strada ricchissima di finanziamenti. Le sue tesi non sono ancora state confutate, mentre alle sue domande ed obiezioni si è risposto che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” (Nature, 1993)
INNOCUITA’ DEI RETROVIRUS
Dal 1970, anno in cui si ipotizzò l’esistenza dei retrovirus, ne sono stati individuati ed isolati circa 200, tutti assolutamente innocui. Tutti meno quello HIV, che oltre ad essere assolutamente terribile è anche l’unico mai realmente isolato.
PROGETTO GENOMA E RETROVIRUS
Ma sin dal 2001, anno in cui sono arrivati i risultati del Progetto per la mappatura del Genoma Umano è stato chiaro che stava per essere irrimediabilmente buttato a mare il concetto stesso di “retrovirus”. Per comprendere a fondo la questione è necessaria una breve digressione di storia della biologia. La visone accettata sin dagli anni ‘50 era che il DNA trascrive le informazioni al RNA, (e mai il processo inverso) attraverso una relazione gerarchica rappresentata dal flusso unidirezionale DNA -> RNA -> proteine. Il RNA (acido ribonucleico), era quindi considerato l’umile messaggero del DNA (acido desossiribonucleico), che governava invece la cellula. Questo era il dato fondante del cosiddetto “Dogma Centrale della Genetica Molecolare”, su cui si è basata tutta la biologia dagli anni cinquanta in poi. Il concetto di “retrovirus” prese forma quando nel 1970 fu scoperto, in estratti di certe cellule, un enzima (denominato poi “transcriptasi inversa”) capace di convertire la molecola di RNA in DNA. I ricercatori, insomma, verificarono che alcuni RNA trascrivevano se stessi “all’inverso” al DNA. Ma (in ossequio al Dogma Centrale) si dissero che qualsiasi cosa causa la trascrizione dal RNA al DNA è da considerarsi eccezionale e deve essere una sorta di contaminazione virale (da cui il termine “retrovirus”). Dunque, negli anni ‘70, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo la attività transcriptasica inversa venisse rivelata si riteneva che i retrovirus fossero presenti. Questo si dimostrò un grave errore, poiché era già noto agli inizi degli anni ‘80 che la medesima attività enzimatica era presente in tutta la materia vivente provando così che la transcriptasi inversa non aveva niente a che fare con i retrovirus per sé. 7
La questione è stata ben sintetizzata nel 1998 dal virologo Stephen Lanka: “…studiando la biologia evolutiva trovai che ognuno dei nostri genomi, e quelli delle maggiori piante e animali, è il prodotto della cosiddetta trascrizione inversa: RNA che si trascrive nel DNA. [...] L’intero gruppo di virus cui l’HIV apparterrebbe, i retrovirus [...] nei fatti non esiste per nulla”. 8
Ciò nonostante molti scienziati non tennero conto di questa evidenza e continuarono a lavorare alacremente sull’ipotesi oramai falsificata. Ma gli ultimi sviluppi del Progetto Genoma Umano dimostrano ormai inequivocabilmente che il passaggio da RNA a DNA non è affatto una aberrazione, piuttosto è ciò che potrebbe spiegare la complessità umana. Il DNA sarebbe allora come una sorta di libreria dove il RNA va a prendere le informazioni che gli servono per governare la cellula. Il Dogma Centrale è soltanto una costruzione teorica che non ha retto alla prova dei fatti. Queste recenti scoperte segnano la fine del paradigma HIV/AIDS, e spiegano perché la scienza ha fallito la cura della malattia a dispetto di almeno venti anni di sforzi. Perché se l’ HIV è un retrovirus, la teoria virale dell’Aids è priva di fondamento.
4. QUANTO SONO AFFIDABILI I TEST SULLA SIEROPOSITIVITÀ?
I test dell’Aids (Elisa e Westernblot) non sono attendibili perché, oltre a non essere precisi, esistono più di sessanta fattori diversi che possono dare dei falsi positivi. I test non sono standardizzati, i risultati variano da laboratorio a laboratorio, le linee guida per la loro interpretazione variano da paese a paese. Inoltre si può risultare positivi al Westernblot e negativi all’Elisa, o viceversa. Due sono le analisi fondamentali per stabilire la sieropositività in una persona: l’Elisa e il Western Blot. Nell’Elisa una miscela di proteine dell’Hiv reagisce con anticorpi nel siero prelevato dal paziente, provocando una variazione di colore nel preparato. Il test Elisa produce fino al 90% di errore in una sola direzione (i negativi li fa diventare positivi, i positivi rimangono tali e quali). Nel WB, le proteine dell’Hiv vengono separate su una striscia di nitrocellulosa. Questo consente una reazione individuale delle singole proteine, che vengono visualizzate con una serie di bande di colore più scuro. L’esame WB viene utilizzato di solito a conferma di un test Elisa positivo, ma risulta altamente impreciso anch’esso.
NON ESISTONO CRITERI STANDARD
Prima del 1987 una sola banda Hiv specifica era considerata come prova di un avvenuto contagio, in seguito si venne a scoprire che il 25% degli individui sani – e non a rischio – presentano bande Hiv specifiche e quindi fu urgente ridefinire un WB positivo aggiungendo bande extra e selezionandone di particolari. Ma anche in tal modo i problemi sono sempre presenti: su 89.547 campioni di sangue analizzati, prelevati da degenti non a rischio ed in maniera anonima in 26 ospedali americani, una percentuale del 21,7% dei maschi e il 7,8% delle femmine risultò positiva al test WB. Quindi la correlazione tra anticorpi Hiv e Aids, comunemente accettata dagli esperti, sembra un’invenzione dell’uomo. L’artificiosità di tale relazione è evidente nel dato di fatto che istituti e nazioni differenti stabiliscono come test di sieropositività serie di bande WB diverse. Questo comporta che in Australia un test richiede quattro bande per essere positivo, mentre negli USA ne sono sufficienti due o tre, che siano o meno le stesse bande richieste in Australia. In Africa, addirittura, basta una sola banda. A conti fatti, una persona esaminata ipoteticamente lo stesso giorno nei tre differenti luoghi, può risultare sieropositiva in un paese e sieronegativa in altri. Il sistema di valutazione varia addirittura da laboratorio a laboratorio di uno stesso stato e, nella medesima sede di analisi, anche da un giorno all’altro si possono riscontrare risultati differenti! Uno documentario che la Meditel Produzioni ha realizzato a Londra per la BBC nell’ottobre 1996 mostrò che un campione di sangue fornito da un volontario fu valutato tre volte positivo e due volte negativo nello spazio di un mese.
I FALSI POSITIVI
A rendere la tragicommedia una vera tragedia è la possibilità che ad una o più bande si possa verificare una falsa reattività. La reazione al test, evidentemente instabile, è spesso associata ad un aumento aspecifico delle immunoglobuline, il che si verifica in molte situazioni, come nel corso di malattie autoimmuni, di infezioni croniche, di malaria, di parassitosi, talvolta anche per motivi banali come una vaccinazione antinfluenzale. Sono stati contati circa 60 fattori estranei all’HIV che possono determinare un test positivo. Secondo gli esperti queste reattività vengono innescate da anticorpi non Hiv (che tutti noi possediamo) reagenti alle proteine Hiv. In parole povere, un anticorpo che reagisce ad una determinata proteina non è necessariamente un anticorpo prodotto dal sistema immunitario come risposta specifica a quella certa proteina. E quindi le popolazioni povere dell’Africa, il continente con il maggior numero di casi di sieropositività, esposte ad una miriade di infezioni e che producono moltitudini di anticorpi, avranno una falsa reattività ai test molto più alta che in altri paesi.
IN DEFINITIVA: NESSUN VALORE AI TEST
La positività ai test ha un valore sostanzialmente nullo perché: o essa è correlata in modo comunque incompleto a molte malattie, sia immunodepressive che non, anche estranee all’AIDS; o essa è però correlata anche ad un ottimo stato di salute, come dimostrano i milioni di sieropositivi, sanissimi da molto tempo; o essa, sicuramente, non dimostra la presenza dell’HIV o di qualsiasi altro virus; o essa, contrariamente a quanto si è voluto dare a credere, non equivale affatto ad una sentenza di morte: anche le disparate sindromi patologiche definite AIDS possono regredire quando l’organismo del paziente non è molto compromesso. Mentre l’utilità dei test è nulla, il loro danno può essere immenso perché: o la comunicazione al paziente del risultato positivo al suo test dell’AIDS provoca quasi sempre un grave trauma psichico e può sconvolgere l’intera vita familiare, lavorativa, affettiva e sociale; qualcuno in passati si è anche suicidato. o non di rado la diagnosi di AIDS basata su questi test spinge i medici e il paziente ad intraprendere una terapia con AZT o altri “anti-retrovirali”, che sono pesantemente tossici e producono effetti molto pericolosi.
5. ASSENZA DI CORRELAZIONE TRA SIEROPOSITIVITÀ E MALATTIA
La grandissima parte dei sieropositivi può vivere una vita assolutamente normale per decine di anni senza riscontrare alcun sintomo di malattia. Alla fine degli anni ‘80 venne creato un clima di terrore sostenendo che i sieropositivi fossero dei condannati a morte, destinati a morire nel giro di 18 mesi. Si dava per scontata la corrispondenza tra sieropositività e malattia conclamata, e che lo sviluppo dell’AIDS per i sieropositivi fosse inevitabile e solo una questione di tempo. In seguito si è riscontrato che soltanto una percentuale molto ridotta di sieropositivi sviluppa la malattia, mentre la gran parte dei cosiddetti “infetti” vive bene e a lungo senza mai riscontrare problemi. Eppure si continuarono a definire “malati asintomatici” le persone sieropositive. Da molti anni ricercatori indipendenti (tra cui il prestigioso Gruppo di Perth, in Australia) sostengono che, poiché non è mai stata scientificamente provata la correlazione tra HIV e AIDS e la reale validità dei test, la cosiddetta sieropositività non significhi assolutamente nulla. HIV:
UNO STRANO TIPO DI VIRUS
Un grosso problema della teoria dell’AIDS è che i ricercatori non sono stati mai in grado di scoprire nelle persone sieropositive una quantità di virus tale da compromettere la salute. Ed un altro fatto clamoroso è che l’HIV non è citotossico; questo significa che quando il virus si moltiplica non distrugge le cellule presenti, come fanno invece altri virus che distruggono le cellule che infettano. L’eminente virologo Peter Duesberg così commenta questo fatto: “il virus infiltra o infetta un numero molto basso di cellule, appena una su 100mila. Per essere nocivo, per uccidere (…) un microbo deve pur fare qualcosa. Altrimenti è come tentare di conquistare la Cina uccidendo tre soldati al giorno”9 Secondo Duesberg l’HIV si comporta come uno dei numerosissimi innocui microbi di transito sempre presenti nel corpo umano. Ed è esso stesso innocuo. Il fatto che milioni di persone abbiano contratto l’Hiv alla nascita eppure siano adulti sani è l’argomento più significativo, secondo Duesberg, contro l’ipotesi Hiv-Aids, perché dimostra che l’Hiv non può essere un agente patogeno letale.
VENTI ANNI DI INCUBAZIONE?
Per giustificare questo comportamento innocuo del HIV si è trovato l’espediente di definirlo un “lentovirus”, cioè un virus che agirebbe sui tempi lunghi. Tutte le malattie infettive virali, salvo rare eccezioni, hanno una incubazione breve, di pochi giorni o settimane. Invece l’incubazione del virus dell’AIDS è stata calcolata inizialmente attorno ai 18 mesi, per aumentare poi di anno in anno, fino a raggiungere nel 1992, i 10/14 anni. Oggi addirittura si sostiene che l’incubazione arrivi a più di 20 anni (cioè si può tranquillamente convivere con l’Hiv per tale periodo senza avere nessun sintomo di malattia).
HIV, IL VIRUS CHE NON C’È
La letteratura medica ha registrato finora più di 5000 casi di AIDS sieronegativi (cioè presentano i sintomi ma non vi è presenza di HIV). Ma una peculiarità delle malattie infettive virali è che hanno una causa unica (il virus), e ovviamente non possono verificarsi in sua assenza. Così non c’è varicella senza il virus della varicella, non c’è morbillo senza il virus del morbillo e così via. Di conseguenza in teoria non può esistere Aids senza la presenza del cosiddetto retrovirus HIV. Eppure…
6. COSA È DAVVERO L’AIDS
L’Aids, più che una malattia specifica, è una definizione che comprende un alto numero di malattie già conosciute. Queste malattie non sono affatto associate sempre ad immunodeficienza, sono definite AIDS solo se associate ad un test positivo.
L’AIDS È UNA CATEGORIA, NON UNA MALATTIA
Nessuna delle diverse malattie che attualmente definiscono l’AIDS è recente e nessuna si manifesta esclusivamente in persone sieropositive. Di fatto AIDS è il nuovo nome che i CDC (Centers for Disease Control)10 americani hanno dato ad un insieme di affezioni comuni più o meno gravi, tra cui micosi, herpes, diarrea, alcune polmoniti, salmonella, tubercolosi. Se una persona ha la tubercolosi e risulta positiva al test allora “ha l’AIDS”. Se invece ha la tubercolosi ed il test è negativo, allora ha “soltanto la tubercolosi”. È addirittura possibile che venga definito malato di Aids, ( sindrome da immunodeficienza acquisita), chi non ha nemmeno presenza di immunodepressione!
LA MALATTIA SI ADATTA ALLA DEFINIZIONE
La definizione di AIDS ha subito varie modificazioni, nel 1986, nel 1987 e nel 1993 e ad ogni revisione il numero delle condizioni patologiche ritenuto correlato all’AIDS viene aumentato: attualmente esse sono ben 29, e tutte già conosciute prima dell’AIDS. Esemplare è il caso dell’ultima revisione: Il 1° gennaio 1993 i CDC decisero di includere nella definizione di AIDS non una malattia, ma una condizione. Chi aveva un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) veniva incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Questa ricorrente variazione ha portato ad una continua dilatazione del numero dei soggetti definiti “malati di AIDS”: se, ad esempio, negli Stati Uniti con la definizione del 1986 potevano essere definiti malati di AIDS mille pazienti, con quella del 1987 sarebbero diventati 1.300 e con quella del 1993 avrebbero raggiunto il numero di 2.275.11
Di recente è stata inclusa nell’elenco una nuova patologia tipicamente femminile, il cancro della cervice. Come ha svelato P. Duesberg: “…la ragione di questa aggiunta è solo politica: è stata dichiaratamente inserita per aumentare il numero delle femmine malate di AIDS, creando così l’illusione che la sindrome si stia diffondendo tra gli eterosessuali”.12
L’AIDS NON È UGUALE IN TUTTO IL MONDO
Anche qui, come per i test di sieropositività, non esiste un criterio universalmente riconosciuto per la definizione della sindrome. La regola per stabilire cosa sia l’AIDS varia da nazione a nazione: la definizione di AIDS negli Stati Uniti è diversa da quella europea che a sua volta è diversa dalla definizione africana. La WHO, ( World Health Organization)13 in Africa utilizza per definire l’AIDS due definizioni nettamente diverse, nessuna delle quali corrisponde ai criteri utilizzati negli USA o nella UE. Generalmente in Africa non si richiede il test HIV, ma è sufficiente che un paziente presenti tre dei principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (è sufficiente un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. E questo, come si vedrà più avanti, spiega la reale consistenza della presunta “catastrofe africana” .
7. L’INFETTIVITA’ E LA TRASMISSIONE SESSUALE
Il virologo Peter Duesberg è assolutamente convinto che l’Hiv non sia infettivo. Nel suo libro ” Inventing the Aids virus” (1996), tra l’altro afferma: “Negli ultimi 14 anni oltre 500.000 pazienti di Aids sono stati curati da un sistema sanitario che comprende cinque milioni di medici, infermieri e ricercatori nessuno dei quali è stato vaccinato contro l’HIV. (…) quattordici anni dopo non c’è neanche un caso nella letteratura scientifica di un operatore sanitario che abbia presumibilmente contratto l’AIDS da un malato. Proviamo ad immaginare come sarebbe la situazione se 500.000 malati di colera, epatite, sifilide, influenza o rabbia fossero stati curati per 14 anni da personale medico e paramedico privo di vaccini e farmaci adeguati… migliaia avrebbero contratto quelle malattie.” A distanza di quasi dieci anni dall’uscita del libro le cose non sono affatto cambiate. Questo, secondo Duesberg, significa una sola cosa: “l’AIDS non è infettivo”.
LA TRASMISSIONE SESSUALE
“Basta un solo rapporto!”. Per anni questo è stato il terribile ammonimento che tutti i mezzi di comunicazione hanno continuamente diffuso. Ed invece la trasmissione sessuale, che secondo gli “esperti” sarebbe il veicolo principale della diffusione del virus, si è dimostrata essere estremamente inefficace, dipendendo anche da più mille rapporti sessuali a soggetto per una reale possibilità di contagio. Nel 1997 un gruppo di studiosi statunitensi14 ha pubblicato i risultati di dieci anni di studi sulla trasmissibilità dell’Hiv tra eterosessuali nel nord della California. Lo studio ha stabilito che la trasmissione da maschio a femmina è estremamente bassa, approssimativamente lo 0.0009 per contatto sessuale, e approssimativamente otto volte minore è la trasmissione da femmina a maschio. Questo significa che una femmina dovrebbe avere almeno 3330 rapporti sessuali per raggiungere il 95% di probabilità di infezione.
Quindi, con la frequenza ipotetica di un rapporto sessuale al giorno, ci vorrebbero 2 anni e due mesi per avere il 50% di possibilità di infezione, e 9 anni per raggiungere il 95%. Nel caso inverso, da femmina sieropositiva a maschio, la trasmissione dell’Hiv richiederebbe almeno 27.000 rapporti sessuali per arrivare al 95% di probabilità di trasmissione (cioè 74 anni di rapporti sessuali giornalieri!). Se davvero la diffusione del virus fosse dovuta al sesso, l’Hiv sarebbe scomparso da tempo. Ed infatti, nonostante l’allarmismo, l’AIDS è rimasto confinato a gruppi in cui sono presenti fattori di rischio ben precisi: a) tossicodipendenti: (circa il 32% dei malati in USA e il 60% in Italia) si tratta di individui che oltre a subire gli effetti negativi dell’eroina, della cocaina, dell’alcool, delle anfetamine e di altre sostanze psicotrope (molte droghe hanno effetto depressivo sul sistema immunitario), si alimentano in maniera scorretta ed insufficiente e sono colpiti in modo più o meno continuo da infezioni multiple. In queste condizioni di vita l’immunodepressione è garantita. b) omosessuali maschi: (circa il 62% in USA e il 48% in Europa) il problema riguarda soprattutto gli utilizzatori sistematici di droghe multiple, cocaina, ecstasy, alcool, poppers e nitriti assunti per via inalatoria a forti dosi (i nitriti sono sostanze molto reattive, causano immunodepressione, e vengono utilizzati per il loro effetto afrodisiaco e rilassante per la muscolatura sfinterica). c) emofiliaci e politrasfusi (circa l’1% in USA e il 3% in Europa). I carichi di proteine estranee sono essi stessi immunodepressivi sia in emofiliaci sieropositivi che sieronegativi.15
8. PREVISIONI CATASTROFICHE E STATISTICHE FASULLE
“Entro il 1996, dai 3 ai 5 milioni di statunitensi risulteranno positivi all’HIV e un milione morirà di AIDS” (Antony Fauci, direttore del NIAID – New York Times 14.1.86) “Entro il 1990 un eterosessuale su cinque sarà morto di AIDS” (Oprah Winfrey, The myth of hetherosexual AIDS, 1987) Da anni ormai l’Aids è in costante decremento ed è rimasta una malattia marginale, a dispetto di tutte le previsioni catastrofiche diffuse negli anni scorsi. Come mai allora tutti i mezzi di informazione continuano a diffondere statistiche sempre più allarmanti? È possibile solo a costo di barare sui dati reali, con alcuni piccoli ma efficaci trucchi. Il primo è quello di presentare i dati cumulativi invece che suddividerli correttamente anno per anno. È evidente che se si sommano i dati di venti anni di rilevazioni il numero dei malati conclamati e dei sieropositivi sembra essere sempre in costante aumento. Il secondo è quello di ampliare (arbitrariamente) di quando in quando il numero delle patologie che vengono correlate alla sindrome. Così dal 1° gennaio 1993 chi ha un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) viene incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Il terzo trucco, il più puerile ma il più utilizzato, è quello di presentare le “stime degli esperti” al posto dei dati effettivamente riscontrati. Le stime, oltre ad essere assolutamente opinabili, sono sempre al servizio del terrorismo mediatico: secondo le stime che venivano presentate dieci anni fa (con previsioni di aumento esponenziale anno per anno) oggi la metà della popolazione italiana avrebbe dovuto essere sieropositiva! La realtà è molto diversa: nel 2004 i sieropositivi in totale sono circa 130.000, che rappresentano meno dello 0,003% della popolazione italiana, mentre i casi di Aids conclamato totali dal 1982 ad oggi sono stati complessivamente 53.686.16
LE STATISTICHE AFRICANE
Ma la situazione più inverosimile riguarda l’Africa ed il Terzo Mondo: da molti anni vengono diffuse cifre catastrofiche da parte dell’UNAIDS, l’organizzazione del WHO che si occupa di Aids, che dimostrerebbero una crescita impressionante dell’epidemia. Alla fine del 2004, nel documento denominato “AIDS Epidemic Update 2004″ si è arrivati alla ragguardevole cifra di “39,4 milioni di persone che vivono con l’Hiv – ( ma che potrebbero variare da 35,9 milioni a 44,3 milioni – sic) con un numero di morti di pari 3,1 milioni (ma che potrebbe variare da 2,8 a 3,5 milioni – sic ). Quando si analizza con attenzione questo documento dell’UNAIDS ci si accorge che si tratta soltanto di “…stime basate sulle migliori informazioni ottenibili” (sic). Molte pagine del documento si diffondono su temi come la difesa delle donne dall’Aids (e perché non degli uomini?) o sulla presunta diffusione del morbo in Asia, ma nulla di più su come si arrivi a queste cifre. Null’altro viene detto sul metodo di indagine utilizzato per stabilire i dati (peraltro così incerti). Eppure si tratta del documento ufficiale della massima organizzazione mondiale sull’Aids e su di esso si basa tutta l’informazione che viene diffusa dai media. Nel 1998 la pluripremiata giornalista inglese Joan Shenton, realizzando vari programmi tv sul tema, aveva esaminato criticamente questo sistema di calcolo: “Nei primi anni ‘90, il Programma Globale sull’AIDS del WHO (che più tardi venne sostituito dall’UNAIDS) dava impiego fino a 3.000 persone. Essi fornivano continuamente dati molto gonfiati alla stampa, e i rappresentanti ufficiali cominciarono a riportare questi casi stimati di Aids negli incontri pubblici per battere cassa coi finanziamenti, facendo sparire silenziosamente i dati realmente riportati. Mettemmo alla prova questi dati in un meeting alla London School of Hygiene and Tropical Medicine nel 1993, e ci fu una imbarazzata ammissione che quello che loro presentavano come dato di fatto, altro non era che un lavoro di supposizione” (…) “In altre parole, gli africani possono tranquillamente andare a dormire con la consapevolezza che i presunti milioni di conterranei, donne e bambini ammalati di Hiv-Aids sono semplici “calcoli” fatti da un “programma al microcomputer” che usa un “modello di database” preparato dallo screditato e ormai defunto Programma Globale sull’AIDS del WHO. Per fortuna la realtà sul territorio non conferma nemmeno lontanamente l’immagine dell’epidemia”17. Infatti il WHO, attraverso il W.E.R. Weekly Epidemilogical Report, un bollettino settimanale poco pubblicizzato, fino al 2002 diffondeva anche il numero dei casi effettivamente registrati. Così si può verificare che nel 1995, a fronte dei 4,5 milioni di sieropositivi stimati, quelli realmente accertati erano invece 422.735, meno del 10%! Mentre, ad esempio, i casi di AIDS effettivamente registrati in Africa nei dodici mesi dal 1999 al 2000 sono 81.565.18 Davvero poca cosa se si pensa che in Africa vivono 800 milioni di persone e ne muoiono più di 10 milioni all’anno, di cui un milione per malaria. Che abbia ragione il prof. Lugi De Marchi, psicologo clinico e sociale, quando afferma che queste stime vengano ottenute “con quel particolare metodo di calcolo chiamato dati in libertà”?19
Dal 2003 però il WHO diffonde solo le stime, senza fare più menzione dei casi realmente accertati. Viene il sospetto che la discrepanza tra casi veri e stimati sia talmente alta anche oggi che non sia più conveniente pubblicizzare i dati reali per chi ha fatto della lotta all’Aids il proprio business.
9. CATASTROFE AFRICANA?
L’ultimo dato sui casi realmente accertati di AIDS in Africa è stato diffuso dal WHO nel 2002: corrisponde a 1.111.663 casi totali cumulativi (dall’inizio dell’epidemia ad oggi).20 Ben lontana dalle stime fornite, questa cifra rappresenta comunque un numero consistente di esseri umani. Ci sarebbe da preoccuparsi, se non sapessimo come si arriva in realtà ad ottenere la cifra suddetta.
COME SI DIVENTA CASI DI AIDS IN AFRICA
Come già riferito, l’Aids in Africa non è quasi mai diagnosticata con il test dell’HIV (troppo costosi e non sempre disponibili) ma in base a sintomi clinici. È sufficiente che un paziente presenti tre principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (anche un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. Questo in pratica significa che gli africani che soffrono di malattie da sempre presenti in quelle zone ora sono classificati come vittime dell’AIDS. Così in Africa le statistiche sull’Aids possono essere gonfiate artificiosamente da una definizione capace di raggruppare sotto il suo largo ombrello malattie antiche (come febbre, diarrea, tubercolosi o malaria) cambiandone il nome. Ma le cause di malattia in Africa continuano ad essere la crescente povertà, la malnutrizione, l’inquinamento dell’acqua, la mancanza di igiene. Nei paesi del Terzo mondo si continua, purtroppo, a morire per gli stessi tragici motivi per cui si muore da sempre. Soltanto che ora la maggior parte di questi decessi sono rubricati come AIDS. Per questi problemi storici non viene invocato nessun massiccio aiuto internazionale, preferendo spingere quei programmi “umanitari” che mirano ad assoggettare quante più persone possibile ai farmaci e ai test delle multinazionali occidentali.
IL RAPPORTO KRYNEN
Due leader d’un gigantesco programma francese di volontariato sull’AIDS, i coniugi Krynen, dopo cinque anni di permanenza nel presunto epicentro dell’epidemia africana con un’equipe di 150 medici e paramedici europei, hanno smontato totalmente i dati della finta epidemia: “In Africa, politici, operatori sanitari e utenti dei servizi hanno tutto l’interesse a gonfiare i dati della malattia per il semplice fatto che, per chi si occupa di Aids, sono disponibili enormi fondi internazionali”. E continuavano, con un pizzico di humor nero: “Se in Africa sei un semplice affamato, nessuno si occupa di te, ma se sei un malato di Aids 750 organizzazioni assistenziali occidentali e le Nazioni Unite sono pronte a coprirti di cibo e pacchi-dono (…) Il giorno in cui non ci sarà più l’Aids se ne andrà il benessere”21.
HARVEY BIALY
Il microbiologo Harvey Bialy ha trascorso otto anni nel continente africano per compiere ricerche scientifiche. In una intervista intitolata significativamente “L’epidemia di AIDS in Africa: un mito tragico” sostiene che non vi è assolutamente nessuna prova convincente che L’Africa si trova nel mezzo di una nuova epidemia di immunodeficienza infettiva, e che sono stai gli ingenti fondi internazionali disponibili per la ricerca AIDS/Hiv ad incentivare medici e politici a riclassificare come Aids malattie tradizionalmente presenti nel continente22.
ENORMI RISORSE A DISPOSIZIONE
Per lo studio e la prevenzione dell’AIDS in Africa sono già stanziate risorse enormi rispetto a quelle destinate ad altre malattie veramente pericolose, come la malaria, che nell’Africa sub-sahariana uccide più di un milione di persone all’anno. Il Governo dell’Uganda, che ha potuto investire nel 1993 solo 57.000 dollari nella prevenzione e nel trattamento della malaria, ha ricevuto invece ben 6 milioni di dollari per la lotta contro l’AIDS. Così la presunta “catastrofe” diventa il grande business del secolo ed oggi esistono migliaia di organizzazioni non governative che operano in Africa nel campo dell’Aids: soltanto in Uganda se ne contano più di 700.
MADRI AFRICANE SIEROPOSITIVE
I progetti più recenti delle numerose associazioni che prosperano con la lotta all’AIDS in Africa si stanno ponendo l’obiettivo di sottoporre al test Hiv quante più persone possibile. Ma, come già abbiamo avuto modo di chiarire, particolari malattie da sempre presenti nel continente africano possono causare frequentemente una falsa reazione di positività al test Hiv. E perfino la condizione di gravidanza è tra le prime cause (anche in occidente) di falsa positività. A cosa serva allora questo screening di massa, oltre che ad incrementare a dismisura gli introiti delle multinazionali farmaceutiche produttrici del kit, è difficile comprenderlo. Questo non ha scoraggiato le cosiddette “associazioni umanitarie” dall’utilizzare il terrorismo mediatico per reclamare fondi. Una recente, massiccia (e costosa) campagna pubblicitaria della italiana CESVI invitava a donare soldi affermando che “…in Africa una madre su tre è sieropositiva”.
IL CASO DEL PRESIDENTE SUDAFRICANO MBEKI
Nel 2000 cinque multinazionali farmaceutiche, sotto l’apparente veste di un progetto umanitario, proposero di abbassare i prezzi dell’AZT e di farmaci analoghi per utilizzarli massicciamente su donne incinte e neonati nei paesi del terzo mondo, per la cura e la profilassi della “infezione da HIV”. Nello stesso anno, alla vigilia del Congresso mondiale sull’AIDS, il presidente sudafricano Mbeki, preoccupato della manovra delle multinazionali, convocò una conferenza di specialisti internazionali per un dibattito aperto sugli effetti tossici dell’AZT e sulle alternative terapeutiche di trattamento dell’AIDS. Tanto bastò a scatenare nei giorni successivi il linciaggio da parte della stampa internazionale. Mbeki venne definito un “pazzo” e un “criminale”. Venne accusato di oscurantismo e superstizione e perfino di attentare alla vita delle popolazioni africane. The Observer, tra gli altri, arrivò a scrivere: “Mbeki lascia morire nel dolore i bambini malati di AIDS”. Eppure tra gli scienziati che aveva invitato alla conferenza c’erano premi Nobel, membri di Accademie delle Scienze, professori emeriti delle diverse discipline scientifiche. Quello che il presidente Mbeki proponeva era soltanto un libero dibattito, un confronto su dati reali, la verifica dell’efficacia di tali farmaci e sulla ben nota gravità degli effetti collaterali. Non accettando supinamente che la popolazione sudafricana venisse sottoposta a dei trattamenti di scarsissima efficacia e di altissima tossicità23, la sua colpa, in sostanza, era quella di aver sfidato il potere dell’uomo bianco e di non essersi piegato agli interessi delle multinazionali farmaceutiche. Per pagare queste cosiddette “cure e profilassi” si prospettava tra l’altro un indebitamento del Sudafrica di un miliardo di dollari verso la Banca Mondiale. La conferenza fu, come temuto dagli “ortodossi”, un momento di reale informazione, che permise a tutti gli scienziati dissidenti di esporre le loro tesi e mettere in grave crisi il dogma Hiv-Aids. E di fermare l’utilizzo dell’AZT nei paesi africani. Ma ancora oggi, nonostante le sue resistenze si siano rivelate oltremodo sagge e ragionevoli, il linciaggio mediatico nei confronti di Mbeki continua.
10. TERAPIE CHE UCCIDONO
Grazie al terrore creato intorno alla malattia sin dal suo apparire, è stato possibile far accettare la somministrazione di farmaci altamente tossici, che hanno portato benefici solo alle multinazionali che li producono. Nessuno dei sieropositivi rimasti sani per molti anni ha assunto questi farmaci (se non per sospenderli presto), mentre chi li ha presi per lunghi periodi sta male o è morto. Il famoso cestista Magic Johnson, e molti altri come lui che hanno rifiutato di curarsi con l’AZT e i farmaci retrovirali, sta benone, nonostante sia stato dato per spacciato vari anni fa.
L’AZT
Sintetizzato sin dal 1964 come farmaco antitumorale, l’AZT rimase accantonato per 20 anni poiché si constatò sperimentalmente che le cavie leucemiche trattate morivano in numero maggiore di quelle non trattate. Data la sua elevatissima tossicità è impiegato come base per il veleno per topi! Ma nel 1984 la Wellcome, società che lo produce, lo tirò fuori di nuovo e, grazie al terrore ormai dilagante, riuscì a farlo approvare in gran fretta come farmaco anti-HIV. Molti scienziati del gruppo dei “dissidenti” sin dall’inizio della “epidemia” hanno lanciato l’allarme contro il suo uso, che è molto più pericoloso della sindrome stessa. Ben sei studi indipendenti hanno provato una tossicità del farmaco 1000 volte superiore a quella dichiarata dalla Wellcome. Il più grande studio mai effettuato sul farmaco, per numero di pazienti e durata, fu il “Concorde Trial”, i cui risultati nel 1994 dimostrarono inequivocabilmente che tra i pazienti trattati non si verificava nessun beneficio, ed anzi si constatava un numero maggiore di decessi rispetto ai pazienti non trattati.24 Tra le conseguenza della somministrazione di AZT ci sono: distruzione del sistema immunitario, distruzione del midollo osseo, distruzione dei tessuti e della flora batterica intestinale, linfoma, atrofia dei muscoli, danni al fegato, al pancreas, alla pelle e al sistema nervoso. Se una persona sana venisse sottoposta ad un trattamento continuativo con AZT in pochi mesi subirebbe effetti devastanti, simili a quelli dell’AIDS conclamato, fino ad arrivare ad un tasso di mortalità prossimo al 100%. Eppure, grazie alla strategia del terrore, questo farmaco così tossico, cancerogeno e privo di effetti benefici continua ad essere somministrato. Così la Wellcome (casa farmaceutica produttrice) ne ha venduto 0.9 tonnellate nel 1987, è passata a 44.7 tonnellate nel 1992, ed il suo profitto lordo cresce in maniera esponenziale di anno in anno.
GLI INIBITORI DELLA PROTEASI
Definiti miracolosi dai media, in realtà i benefici clinici di questi farmaci non sono a tutt’oggi ancora stati provati. Mentre la lista degli effetti collaterali aumenta progressivamente, insieme al numero di insuccessi – che vanno dalle deformità fisiche alle morti improvvise – testimoniando una realtà completamente diversa. E lo stesso scienziato che li ha ideati, il dott. David Rasnik, sostiene che ci sono forti dubbi sull’efficacia clinica di tali farmaci25.
IL COCKTAIL HAART
Per evitare questi effetti devastanti, in tempi più recenti si è suggerito di utilizzare l’azione combinata di più farmaci a dosaggi più bassi (il cocktail HAART). Questo ha portato ad ampliare in maniera considerevole il numero dei pazienti, o dei cosiddetti “malati asintomatici” che possono essere a lungo sottoposti a tali “terapie”. Con vantaggi evidenti per le case farmaceutiche che invece di farsi concorrenza possono spartirsi una torta ancora più grande, coinvolgendo nella cura anche persone che stanno benissimo.
11. IL BAVAGLIO ALL’INFORMAZIONE
Tutte queste cose, benché sconosciute al grande pubblico, sono ben note nell’ambito degli addetti ai lavori. Ma una cortina di ferro è stata messa a protezione del castello per non farle conoscere alle masse, che devono continuare ad essere indottrinate verso il dogma ufficiale. Così, quei pochi e valorosi giornalisti che hanno provato a dare voce agli scienziati del dissenso ben presto hanno dovuto fare i conti con una censura feroce, che ha pochi eguali nel mondo contemporaneo. Celia Faber, giornalista statunitense, è stata tra le prime ad affrontare l’AIDS dal punto di vista “eretico”. In un’intervista a Massimiano Bucchi ha dichiarato di avere incontrato “…difficoltà pazzesche. (…) hanno cercato di farmi fuori in tutti i modi. La mia carriera giornalistica è stata duramente segnata da questa storia. Ho avuto minacce da Act Up 26 , ci sono stati articoli terribilmente offensivi nei miei confronti da parte del “Native” 27 . Fin dall’inizio i boss dei NIH28 mi hanno detto chiaramente che mi avrebbero impedito di intervistare i loro ricercatori per via di quello che avevo scritto”29. Neville Hodgkinson è giornalista del Times ed esperto scientifico del Sunday Times. Dopo i primi articoli in cui fu sostenitore della teoria dominante, enfatizzando i rischi della diffusione del virus, si rese conto che le statistiche reali mostravano “…che non c’era traccia dell’esplosione dell’Aids che era stata annunciata”. Così cominciò a considerare il punto di vista di Duesberg e dei vari dissidenti. Scrisse un lungo articolo che riportava le ipotesi di questo gruppo di scienziati: ” riuscimmo ad inserire un richiamo in prima pagina e di nuovo le reazioni furono isteriche (…) nessun argomento scientifico, solo cose del tipo «perché infastidite i vostri lettori con teorie non dimostrate quando c’è una grande emergenza in corso per la salute pubblica» – ma nulla che rispondesse alle osservazioni dettagliate che Duesberg e gli altri facevano”. Sulla base delle successive esperienze di censura e attacchi personali oggi Hodgkinson dichiara: ” Non credevo che si potesse essere così odiati solo per aver scritto delle cose o aver riportato le opinioni di scienziati che fino al giorno prima tutti ritenevano dei luminari. (…) Ad un convegno dove la mia casa editrice aveva chiesto l’autorizzazione per presentare il libro, uno scienziato si è fermato al nostro tavolo e ha detto ad un collega che lo accompagnava « se vedi in giro copie di questo libro in libreria o altrove, prendilo in mano e sputaci dentro in modo che nessun altro possa acquistarlo o leggerlo ». Non pensavo che degli scienziati, delle persone che dovrebbero essere aperte al confronto e alla libera espressione, potessero arrivare a tanto”.30
John Maddox, direttore di “Nature”, rivista scientifica custode dell’ortodossia, nel 1991 fece intravedere piccoli spiragli di apertura verso il gruppo dei dissidenti riunito sotto l’etichetta “Rethinking Aids”, pubblicando un articolo intitolato “La ricerca sull’aids messa sottosopra”31, in cui si facevano piccole concessioni alle ragioni degli “eretici”. Le reazioni degli scienziati ortodossi furono durissime, e benché nessuno portasse argomenti scientifici ma solo i consueti anatemi terroristici e invettive personali, Maddox si trovò costretto, nei mesi successivi, a rimangiarsi tutto, fino ad affermare che non bisognava più dare spazio alle opinioni di Duesberg (principale esponente del gruppo “Rethinking Aids”). Sulla questione due sedicenti scienziati italiani scrissero un articolo sulla stessa rivista sostenendo che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” .32
Da quel momento è scattata la censura sulle riviste scientifiche per ogni punto di vista alternativo (pur se documentatissimo e difficilmente confutabile). Semplicemente ogni ipotesi alternativa non doveva esistere. Oggi, anche se le previsioni dei dissidenti sono sempre più confermate, quasi tutta la stampa sembra essere allineata al dogma dominante. Ai pochi giornali e giornalisti che accettano le teorie alternative sull’Aids, l’unica possibilità rimasta è quella del silenzio, e non fungere da cassa di risonanza per le ormai screditate tesi dell’establishment medico dominante.
12. IL GRANDE AFFARE DELLA CATTIVA SCIENZA
La vicenda dell’AIDS è davvero speciale perché mai nella storia della medicina così tanto denaro è stato riversato su una singola malattia. Di anno in anno le somme raccolte per la lotta all’AIDS si moltiplicano, fino ad arrivare alla cifra di 6,1 miliardi di dollari solo nel 2004. 33 34.
Con 100 miliardi di dollari già spesi nei soli Stati Uniti, è la più grossa impresa industriale, vicina a quella del dipartimento della Difesa. La vendita dei test HIV è diventata una fonte di immensi guadagni. Molti scienziati coinvolti nella ricerca sull’AIDS possiedono società che vendono test e hanno milioni di dollari in partecipazioni societarie. L’AIDS per questi individui è un affare estremamente remunerativo. I ricercatori e i medici che hanno carriere e stipendi legati al virus sono circa 100.000, in buona parte americani. I bilanci delle multinazionali del farmaco si accrescono di alcuni miliardi di dollari all’anno con la vendita dei farmaci antiretrovirali e dei test HIV. Organismi come USAID (U.S. Agency International Development), UNAIDS (United Nations AIDS program), WHO, ricevono stanziamenti annuali di centinaia e centinaia di milioni di dollari per combattere l’AIDS. Più di 1000 organizzazioni umanitarie raccolgono in totale centinaia di milioni di dollari all’anno per aiutare i malati di AIDS. Il problema non è quindi la crescita dell’AIDS, ma, per quanto paradossale e grottesco possa apparire, l’esatto contrario, la sua eventuale scomparsa. Sono ormai così imponenti gli interessi economici politici e burocratici legati al virus HIV che la sua morte prematura potrebbe sconvolgere parecchi equilibri. Così è una tragica ironia che proprio David Rasnik, scienziato che ha ideato gli inibitori della proteasi usati per la cura dell’AIDS, abbia dichiarato nel 1997: “Come scienziato che ha studiato l’AIDS per 16 anni, ho stabilito che l’AIDS ha poco a che fare con la scienza e che, fondamentalmente, non è nemmeno una questione medica. L’AIDS è un fenomeno sociologico tenuto in vita dalla paura, creato da una sorta di “maccartismo medico” che ha violato e mandato in rovina tutte le regole della scienza e che ha imposto a quella fascia di pubblico più vulnerabile una miscela di credenze e pseudoscienza” E la giornalista Joan Shenton ne ha spiegato i motivi : ” Quello che ho imparato in questi anni è che la comunità scientifica non è più libera. Oggi la scienza può essere comprata e le voci individuali di dissenso facilmente ridotte al silenzio a causa delle enormi somme di denaro convogliate nel proteggere l’ipotesi prevalente, per quanto sbagliata possa essere. La politica, il potere e il denaro dominano il campo della ricerca scientifica cosi estesamente che non è più possibile sottoporre a verifica una ipotesi divenuta dogma.” Su questo aspetto della cattiva scienza dell’AIDS malata di denaro, ci piace chiudere col sarcastico commento del premio Nobel Kary Mullis : “Un altro segmento della nostra società così pluralista – chiamiamoli medici/scienziati reduci dalla guerra perduta contro il cancro, o semplicemente sciacalli professionisti – ha scoperto che funzionava. Funzionava per loro. Stanno ancora pagandosi le loro BMW nuove con i nostri soldi”
***
L’Autore desidera ringraziare tutti i ricercatori che hanno messo a disposizione il frutto del loro lavoro, (in particolar modo il virologo triestino Fabio Franchi) e che spesso hanno visto le loro carriere troncate dalle loro affermazioni.
COPYRIGHT – Il presente scritto è riproducibile in rete, in tutto o in parte, purchè non venga modificato e ne vengano sempre citati la fonte e l’Autore.
RIFERIMENTI
1 Intervista a Luca Rossi in “Sex Virus” – Feltrinelli
2 cfr. tra gli altri : T. McKeown – The Role of Medicine. Dream, mirage or nemesis? 1976,
T. P. Magill -The immunologist and the evil spirits – 1955 Journal of Immunology,
3 riportato in “Inventing the Aids Virus” Peter Dueberg – 1996
4 E. Papadopulos- Eleopulos et al. “Has Gallo proven the role of HIV in AIDS?” 1993
5 Cfr. “Ballando nudi nel campo della mente” di K.B. Mullis – Baldini e Castoldi, 2000.
6 “Rebuttal to the NIAID/NIH document” – Robert Johnston – co-fondatore di HEAL – Toronto; Mattew Irvin – co-fondatore di HEAL – Washington DC; David Crowe – presidente di Alberta Reappraising Aids Society
7 F. Franchi, “Alla ricerca del virus HIV”, in Leadership Medica – 1997
8 Intervista a Stephen Lanka, di M. G. Conlan in Zengers Magazine – San Diego – October 1998
9 “Does HIV cause Aids? The Duesberg critique” – K.L. Billingsley, in Heterodoxy, febb. 1993
10 ” Centers for Disease Control” Centri per il controllo delle malattie
11 F. Franchi, L. De Marchi “AIDS, la grande truffa” – ed. Seam 1996
12 “Inventing the AIDS virus”, P. Duesberg – 1996
13 World Health Organization – Organizzazione Mondiale della Sanità
14 Padian et al. – 1997
15 “AIDS, la grande truffa”, cit.
16 Aggiornamento 2004; Commissione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS – Ministero della Salute
17 “Are 26 million Africans dying of AIDS?” – Joan Shenton 1998
18 W.E.R. n. 47 -26 november 1999, e W.E.R. n. 47 – 24 november 2000
19 F. Franchi, L. De Marchi “AIDS, la grande truffa” – ed. Seam 1996
20 – W.H.O. Weekly Epidemiological Report – n. 49, 6 dicembre 2002
21 riportato in “AIDS, la grande truffa”, cit.
22 “How Africa became the victim of a non-existent epidemic of Hiv/Aids” – intervista di N. Hodgkinson
23 che proprio per questo motivo in Occidente stanno per essere accantonati
24 Concorde Coordinating Comittee, in Lancet, n. 343, 1994
25 Physician Desk Reference, 1994
26 Organizzazione gay negli U.S.A.
27 Giornale gay di New York
28 National Instutute of Healt
29 M. Bucchi – La scienza imbavagliata – ed. Limina 1998
30 riportato in “La scienza imbavagliata”, cit.
31 in “Nature”, 353, 1991
32 L. Checo Bianchi e G.B. Rossi in Nature, 362, 1993
33 dato fornito dal WHO, in ” AIDS Epidemic Update 2004″
34 Kary Mullis, “Il caso non è chiuso” – in “Ballando nudi nel campo della mente”, cit.
Teorie alternative sull’AIDS – bibiliografia ragionata
o INVENTING THE AIDS VIRUS (AIDS il virus inventato) Peter H. Duesberg – Ed. Baldini & Castaldi
Peter Duesberg è docente di biologia molecolare e cellulare presso la University of California a Berkeley, oltre ad essere un pioniere nella ricerca dei retrovirus e il primo scienziato ad aver isolato un gene del cancro. Gli ingenti finanziamenti di cui disponeva come ricercatore di fama mondiale gli sono stati drasticamente ridotti quando ha cominciato a mettere in dubbio il dogma Hiv-Aids e la teoria della trasmissione sessuale del morbo. Nonostante le sue previsioni trovino sempre più conferme a livello epidemiologico, è stato emarginato da una comunità scientifica che ha tutto l’interesse a perseguire una strada ricchissima di finanziamenti. Le sue tesi non sono ancora state confutate, mentre alle sue domande ed obiezioni si è risposto che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” (Nature, 1993)
o AIDS: e se fosse tutto sbagliato? Christine Maggiore – MACRO edizioni
Christine Maggiore ha pensato che la sua vita fosse finita quando risultò sieropositiva al test dell’HIV. Ha scritto questo libro per ridare speranza ad altri sieropositivi e spiegare tutte le mistificazioni connesse all’Aids, prima tra tutte quella che definisce la sieropositività come primo stadio di una malattia mortale. Indagando in maniera sistematica ha inoltre scoperto la grande inaffidabilità dei test hiv. Si è rifiutata di curarsi con i metodi ufficiali, preferendo una visione alternativa ed olistica. Oggi, a distanza di molti anni, è perfettamente sana e ha un figlio altrettanto sano.
o La rivoluzione silenziosa della medicina del cancro e dell’AIDS Heinrich Kremer – Macro Edizioni
Con questo libro il dott. Kremer, medico di fama internazionale, propone la sua tesi sull’HIV, e lo fa in modo scientificamente verificabile. Egli ritiene sbagliata l’opinione “scientifica” secondo la quale un virus misterioso, fino ad ora non isolato da nessuno, causa la malattia denominata AIDS, e in questo suo lavoro dimostra la inaffidabilità di queste tesi.
o BALLANDO NUDI NEL CAMPO DELLA MENTE Kary Mullis, – 2000, Baldini & Castoldi
Uno scienziato geniale quanto atipico: il Nobel, conquistato in età relativamente giovane, gli ha consentito di dedicarsi con maggiore assiduità al suo hobby preferito, il surf tra le onde dell’oceano. Tra i vari capitoli del suo libro c’è l’appassionata difesa di Peter Duesberg nella lotta contro l’establishment dell’Aids.
o LA SCIENZA IMBAVAGLIATA Eresia e censura nel caso AIDS Massimiano Bucchi – Edizioni Limina
Cosa è successo a tutti quegli scienziati (tra cui alcuni premi Nobel, grandi virologi internazionali, ricercatori di fama mondiale) che hanno provato a dissentire sull’ipotesi dominante nel campo dell’aids? In questo scorrevole pamphlet Bucchi ci racconta come chiunque abbia dissentito, sottolineato contraddizioni e palesi falsità, sia stato messo all’indice, privato della parola, licenziato, emarginato, ricorrendo spesso all’insulto personale, alle minacce, all’isteria. E come i media abbiano ampiamente avallato questo sistema di censura della verità.
Fonte: http://pensierolaterale.blog.com
Link: http://pensierolaterale.blog.com/Aids/
“Pubblicare serve per vincere i concorsi? Un’analisi sui concorsi a cattedra degli economisti agrari” (di Alessandro Corsi, da Agriregionieuropa, rivista online)
Ho ritenuto opportuno dare una diffusione maggiore a questo articolo per stimolare la riflessione, profonda, sui meccanismi accademici per fare (o “far fare”) carriera. Non commento, anzi lascio a ciascuno la “libera” riflessione (almeno quello!)
Concorsi e carriere nell’Università
Nel mese di aprile del 2006 è stato emanato un decreto legislativo che riordina il reclutamento dei professori universitari, cambiando il sistema vigente dal 1999. Si torna a concorsi nazionali, con un numero di idonei superiore a quello dei posti a concorso; vengono elette per raggruppamento disciplinare liste di 15 commissari, fra i quali vengono estratte a sorte le commissioni di 5 membri. Servirà allo scopo di migliorare il reclutamento e i meccanismi di carriera, che sono sotto accusa, con molteplici denunce sui giornali di casi discutibili, ed anche numerosi concorsi sotto inchiesta della magistratura?
Innanzitutto, a cosa servono i concorsi universitari? C’è uno scopo ovvio, quello di reclutare le persone che devono insegnare e fare ricerca. Ma ce n’è un secondo, meno evidente a prima vista: fornire incentivi ai professori e ai ricercatori. Nell’Università non c’è una struttura gerarchica di gestione del personale docente, né potrebbe esserci, perché farebbe venir meno quel principio della libertà di ricerca che costituisce un meccanismo prezioso per favorire le nuove scoperte e l’esplorazione di campi nuovi (la didattica è un discorso diverso: fatta salva la libertà sui contenuti dell’insegnamento, non ci sarebbero controindicazioni a sottoporre i docenti ad una “disciplina” che li spinga a fornire un buon servizio agli studenti). Né ci sono incentivi monetari alla ricerca (almeno in Italia): gli stipendi sono basati sull’anzianità nel ruolo, non sulla qualità del lavoro svolto.
Ne segue che l’avanzamento nella carriera, da ricercatore a professore associato e poi a professore ordinario, è l’unico meccanismo incentivante presente nell’Università italiana, non solo in termini di stipendio, ma anche di prestigio. Diventa quindi decisiva la gestione dei concorsi, cioè la definizione dei requisiti necessari per superarli. Poiché le commissioni di concorso sono elette dai docenti delle discipline, è all’interno di queste che si formano, nei fatti, i criteri di valutazione
Il valore delle pubblicazioni
La legge, sia quella precedente che quella attuale, fissa i criteri di valutazione in termini generali: fra questi, l’originalità della produzione scientifica e la rilevanza scientifica della collocazione editoriale delle pubblicazioni e la loro diffusione all’interno della comunità scientifica. La norma relativa alla collocazione editoriale delle pubblicazioni corrisponde ad un criterio largamente accettato nel mondo scientifico a livello internazionale: una pubblicazione “vale” tanto di più quanto più è prestigiosa la rivista dove è pubblicata.
La ragione è da ricercare in un meccanismo di domanda e offerta che si autoalimenta: le riviste scientifiche domandano articoli; i ricercatori offrono articoli nei quali presentano la propria produzione scientifica. Tutte le riviste devono “riempire” i numeri con un certo numero di articoli. Le più prestigiose ricevono proposte per un maggior numero di articoli fra i quali possono attingere, pubblicando i migliori, scelti attraverso una selezione accuratissima fra quelli proposti. Questo determina un maggiore prestigio, che alimenta a sua volta una maggiore offerta da parte dei ricercatori alle riviste più prestigiose.
Questo meccanismo spiega anche perché le riviste internazionali siano in generale ritenute di maggior prestigio di quelle nazionali: c’è una maggior offerta di articoli in inglese che in italiano, e quindi una maggior possibilità di selezione degli articoli ricevuti da parte di quelle internazionali. La valutazione degli articoli da parte delle riviste scientifiche avviene generalmente con il sistema della revisione anonima (blind review): l’articolo ricevuto da una rivista viene inviato a due-tre revisori anonimi, che lo valutano e ne consigliano al direttore l’accettazione o meno, suggeriscono modifiche o richiedono chiarimenti. I revisori sono scelti dal direttore fra esperti dell’argomento. Il fatto che i revisori non conoscano l’autore dell’articolo e che questo non conosca i revisori tende a evitare conflitti di interessi (un revisore che boccia un articolo di un rivale accademico, un autore che si “vendica” di una revisione negativa). Anche la scelta dei revisori contribuisce alla qualità delle riviste e, di nuovo, l’ampiezza delle possibilità di scelta è maggiore per le riviste internazionali.
Con il tempo, in molti campi scientifici si sono adottate delle procedure per “quantificare” l’importanza delle riviste scientifiche e quindi, indirettamente, il valore degli articoli pubblicati. Il più diffuso è quello dell’impact factor (IF), sviluppato dall’ISI (Institute for Scientific Information [link]), che rapporta il numero di citazioni ricevute dagli articoli pubblicati su una rivista con il numero di articoli pubblicati sulla stessa. In questo caso, il principio è che una rivista o un articolo molto citati su altre riviste o nei libri, sono da considerare importanti per la disciplina e per il suo sviluppo (1). Al di là dello strumento specifico di misurazione, è comunque il principio che conta, cioè la capacità di articoli e libri di incidere sulla discussione scientifica e sull’avanzamento della disciplina.
I dati sulle pubblicazioni degli economisti agrari italiani
Come si diceva, ogni disciplina interpreta questi principi e quindi, implicitamente, definisce gli incentivi al suo interno, stabilendo quali siano le caratteristiche desiderabili, cioè quelle che fanno “far carriera”. Ci proponiamo qui allora di esaminare quali sono i requisiti che emergono per il gruppo degli economisti agrari italiani, attraverso l’esame dei concorsi di prima fascia (professori ordinari), cioè il gradino massimo della carriera universitaria.
Dal 1999 (istituzione delle norme sui concorsi con commissioni locali) ad oggi si sono conclusi 31 concorsi per professori di prima fascia del gruppo AGR/01 (Economia e estimo rurale) al quale appartengono gli economisti agrari.
Ogni concorso, che si svolgeva su base locale con un commissario designato dalla sede e quattro eletti a livello nazionale, si concludeva con la proclamazione di idonei (tre nei primi concorsi, due successivamente e, più recentemente, uno); i vincitori complessivamente sono stati 76 (si veda il sito relativo del Ministero: [link]), un numero sufficiente perché i risultati di un’analisi abbiano validità statistica. Per 8 concorsi, il verbale non è più o non è mai stato disponibile su Internet, e quindi sono noti solo i nomi dei vincitori, ma non degli altri concorrenti.
L’analisi che segue è basata sulla produzione scientifica rilevabile pubblicamente, o dalle principali riviste scientifiche italiane del settore, o da banche dati bibliografiche. Poiché non si disponeva, salvo in alcuni casi, dei dati sulle caratteristiche personali dei candidati, quali anzianità in ruolo, dottorati, ecc., non si è potuto condurre un’analisi più approfondita, come quella condotta da Checchi (1999) e Perotti (2002); l’analisi non è stata neppure condotta a partire dalle pubblicazioni che hanno un impact factor, perché il numero di economisti agrari con pubblicazioni di questo tipo è molto basso. Attualmente, infatti, solo il 13,5% dei professori ordinari italiani ha almeno una pubblicazione con IF (un dato di per sé comunque non particolarmente confortante), e le comparazioni avrebbero quindi scarso significato.
Sono state presi in considerazione 3 dati:
- Econlit. Il primo dato riguarda il numero di pubblicazioni registrate su Econlit [link], che è la più importante base dati bibliografica internazionale riguardante l’economia. Non è specializzata in economia agraria ed ha una prevalenza di letteratura anglosassone, anche se volumi e riviste italiane sono presenti (recentemente, anche la Rivista di Economia Agraria). Sono registrati sia articoli su riviste, sia volumi o articoli contenuti in volumi; non tutte le pubblicazioni elencate sono sottoposte a revisione anonima. La copertura temporale è a partire dal 1969. Per ogni economista agrario vincitore o partecipante ai concorsi da professore ordinario sono state conteggiate tutte le pubblicazioni fino all’anno di concorso incluso (il che può portare ad una sovrastima del numero di pubblicazioni al momento del concorso, dato che spesso gli articoli vengono pubblicati con ritardo rispetto all’anno indicato).
- Rea_Rpa_Qa. Poiché è stato spesso obiettato che le banche dati ISI o Econlit soffrono di una “distorsione anglosassone” e non rispecchiano l’attività di ricerca su base nazionale e locale, il secondo indicatore è costituito dal numero di pubblicazioni su riviste scientifiche italiane del settore. Sono state considerate le tre principali riviste scientifiche italiane, che utilizzano tutte il sistema dei revisori anonimi: Rivista di Economia Agraria, Rivista di Politica Agraria (ora Politica Agricola Internazionale), QA-Questione Agraria. In questo caso la copertura è a partire dal 1981 compreso, fino all’anno di concorso incluso; non sono state tuttavia incluse le recensioni e i rapporti su conferenze e in gruppi di studio, le prime peraltro escluse anche dalla banca dati Econlit.
- CABI. Il terzo dato consiste nel numero di pubblicazioni registrate su CABI, che è una delle più importanti banche dati bibliografiche riguardanti l’agricoltura, e ha una sezione “Agricultural economics and rural sociology” nella quale, in particolare, è stata condotta la ricerca. CABI ha una copertura molto più vasta del settore economico-agrario rispetto ad Econlit, anche dal punto di vista geografico, e include in campo italiano, oltre alle riviste scientifiche prima menzionate, anche pubblicazioni su riviste divulgative, quali Terra e Vita, Informatore Agrario, e simili, riviste che non prevedono, di norma, revisori anonimi. In questo senso, la presenza su CABI è un criterio meno selettivo di quello della presenza fra gli altri due tipi di pubblicazioni. La copertura è a partire dal 1973; anche in questo caso sono state conteggiate tutte le pubblicazioni fino all’anno di concorso incluso.
Serve aver pubblicato per “fare carriera”?
Una prima analisi riguarda tutti i 31 concorsi svolti, sulla base della produzione scientifica dei 76 vincitori rilevabile pubblicamente, cioè sulla scorta dei tre dati sopra menzionati. Questa analisi cerca di rispondere alle domande: quali sono le caratteristiche della produzione scientifica dei vincitori? Quali sono i “requisiti minimi” per poter vincere un concorso da ordinario in economia agraria?
Il numero medio di pubblicazioni dei vincitori è il seguente: Econlit: 1,1; Rea_Rpa_Qa: 2,7; CABI: 6,7.
Oltre al dato medio, risulta però rilevante anche la distribuzione di frequenza dei vincitori per numero di pubblicazioni, riportato nella tabella 1. Da essa risultano alcuni elementi:
- la forte disomogeneità di produzione scientifica (così come misurata) tra i vincitori: per Econlit si va da nessuna a 11 pubblicazioni; per CABI da nessuna a 27; per Rea_Rpa_Qa da nessuna a 18;
- la presenza di una forte percentuale di vincitori con nessuna pubblicazione rilevata nelle banche dati considerate: il 56,6% dei vincitori non ha pubblicazioni in Econlit, il 17,1% non ne ha in Rea_Rpa_Qa, ed il 2,6% non ne ha in CABI;
- la forte concentrazione della distribuzione nelle classi più basse. Ad esempio, 40 dei 76 vincitori avevano 5 pubblicazioni CABI o meno; 16 vincitori non avevano nessuna pubblicazione sulle principali riviste scientifiche italiane, ed altri 21 ne avevano solo una. Sei vincitori non avevano nessuna pubblicazione né in Econlit né sulle riviste scientifiche italiane e solo una in CABI;
- i picchi (ovvero la moda) delle distribuzioni sono pari a 1 per CABI e Rea_Rpa_Qa, a 0 per Econlit.
Tabella 1 – Numero di pubblicazioni dei vincitori di concorsi di 1° fascia 1999-2006

Si possono trarre a questo punto alcune conclusioni:
- il numero medio di pubblicazioni dei vincitori è piuttosto basso;
- le caratteristiche dei vincitori in termini di pubblicazioni sono fortemente eterogenee, cioè si può vincere sia con molte pubblicazioni sia con poche;
- non sembra esistere una “soglia minima” di pubblicazioni per avere successo nei concorsi o, per meglio dire, questa soglia è su livelli molto bassi (soprattutto tenendo conto che si tratta di concorsi da professore ordinario).
- se ne deduce quindi che l’andamento dei concorsi non può costituire un incentivo a pubblicare molto e su riviste qualificate, soprattutto perché non esiste un “livello minimo” indispensabile per superare il concorso.
Meglio i vincitori o i perdenti?
Ci si può chiedere a questo punto se “pubblicare tanto e bene”, pur non essendo una condizione necessaria per vincere un concorso, sia almeno una condizione sufficiente: cioè se chi pubblica di più e su riviste più qualificate riesca comunque a vincere. Per rispondere a questo tipo di domanda occorre condurre una analisi di tipo comparativo, fra i vincitori e gli altri concorrenti. Questa si può effettuare solo sui concorsi di cui sono disponibili i verbali (23 concorsi, per 56 vincitori), dato che per gli altri non sono noti tutti i concorrenti.
Da questa analisi risulta che:
- il 74,1% dei vincitori è risultato tale in concorsi in cui almeno un concorrente perdente (cioè, non risultato idoneo) aveva più pubblicazioni Econlit;
- l’85,2% dei vincitori è risultato tale in concorsi in cui almeno un concorrente perdente aveva più pubblicazioni CABI;
- il 90,7% dei vincitori è risultato tale in concorsi in cui almeno un concorrente perdente aveva più pubblicazioni scientifiche italiane; – l’85,2% dei vincitori è risultato tale in concorsi in cui almeno un concorrente perdente aveva un numero almeno doppio di pubblicazioni scientifiche italiane.
Ovviamente, non necessariamente queste condizioni si verificavano congiuntamente, per cui ci sono vincitori che, pur avendo meno pubblicazioni in una categoria, ne avevano di più in un’altra. Tuttavia per 42 vincitori (75%) esistevano altri concorrenti perdenti con un maggior numero di pubblicazioni di tutti i tre tipi. In 12 concorsi (52,2%), per un totale di 29 vincitori (51,8%), nessuno dei vincitori aveva più pubblicazioni di tutti i tre tipi, rispetto ad altri concorrenti perdenti. In media, ogni vincitore aveva:
- 3,0 concorrenti perdenti con un maggior numero di pubblicazioni Econlit;
- 4,3 concorrenti perdenti con un maggior numero di pubblicazioni CABI;
- 4,8 concorrenti perdenti con un maggior numero di pubblicazioni Rea_Rpa_Qa;
- 4,2 concorrenti perdenti con un numero almeno doppio di pubblicazioni Rea_Rpa_Qa.
Si tenga conto che, in media, per ogni concorso vi erano 8,7 concorrenti.
Un’analisi statistica più elaborata, attraverso un modello probit (2), mostra che né le pubblicazioni Econlit né quelle CABI hanno un effetto statisticamente significativo sulla probabilità di successo ai concorsi; viceversa, le pubblicazioni scientifiche italiane hanno sì un effetto statisticamente significativo, ma paradossalmente negativo: per ogni pubblicazione in più di questo tipo, un concorrente medio avrebbe il 5,5% di probabilità in meno di risultare idoneo.
Anche questa analisi porta quindi ad una conclusione non confortante, vale a dire che “pubblicare tanto e bene” non basta, anzi addirittura sembrerebbe nuocere, per vincere i concorsi da professore ordinario.
Come incentivare la ricerca scientifica
Più che analizzare le circostanze che hanno portato a questo risultato, occorre discutere quali sono i possibili rimedi (sempre che si condivida l’obiettivo generale che i ricercatori italiani in economia agraria pubblichino il più possibile su riviste scientifiche di prestigio, e che la loro produzione scientifica si diffonda nel mondo scientifico nazionale e internazionale).
Il primo riguarda l’università italiana in generale, ed è l’introduzione di meccanismi di incentivazione della produzione scientifica. Fino a non molto tempo fa, la produzione scientifica non era soggetta di fatto a nessun controllo, ed era affidata alla buona volontà dei singoli. Solo da pochi anni sono stati messi in atto meccanismi di valutazione delle Università, e una parte (in verità piccola) dei fondi che queste ricevono dal Ministero dell’Università e della Ricerca dipende anche dalla loro produzione scientifica. Se questo meccanismo si propagherà verso “il basso” fino a far dipendere anche una parte dei finanziamenti alle Facoltà e ai Dipartimenti dalla valutazione della produzione scientifica, si creerà un forte incentivo a reclutare e a far avanzare di carriera persone con una buona produzione scientifica; l’interesse delle singole sedi si sposterà dalla “protezione” dei propri candidati alla formazione di candidati in grado di “portare finanziamento” alla sede.
Il secondo rimedio è l’autodisciplina di gruppo: la capacità cioè della comunità accademica di accettare e mettere in atto regole di reclutamento generali e condivise che premino i comportamenti virtuosi, per evitare che la ricerca di vantaggi individuali dei singoli danneggi la reputazione del gruppo. Sotto questo aspetto, è positivo che la Società Italiana di Economia Agraria (SIDEA) abbia recentemente istituito un gruppo di lavoro sulla valutazione e il reclutamento, col compito di elaborare regole comuni in questo campo. Occorre però notare che già nel 1998 la SIDEA aveva proposto “requisiti minimi” dei candidati per accedere ai diversi livelli di carriera (3); ma le commissioni non sono obbligate a seguirle, e in effetti, nei concorsi analizzati, solo in rari casi venivano rispettati (4).
Occorre quindi che le regole scelte collettivamente siano rafforzate attraverso meccanismi di trasparenza: ad esempio, chi si candida a commissario può dichiarare il suo impegno a seguire queste regole; i verbali dei concorsi possono essere pubblicati su un sito web; i candidati ai concorsi possono pubblicare l’elenco dei loro titoli su un sito web; si può cioè cercare di rendere operante un controllo sociale collettivo sul funzionamento dei concorsi, basato sulla sanzione morale nei confronti di chi non rispetti alcune generali regole di riferimento.
Per concludere ritornando al quesito iniziale (se le nuove normative porteranno un miglioramento) la risposta non può che essere all’insegna di un certo scetticismo. Anche se i concorsi nazionali consentono una maggiore visibilità dei risultati e quindi un maggiore controllo collettivo, va comunque ricordato che erano in vigore prima dell’ultimo sistema, con risultati a loro volta discutibili: il problema vero non è l’ingegneria dei concorsi, ma l’istituzione di meccanismi incentivanti ai comportamenti virtuosi. Diceva un economista (Robertson, 1956) che l’economista risparmia su una risorsa scarsa, l’amore: si potrebbe aggiungere che è necessario anche risparmiare sull’etica, cioè che è sempre meglio affidarsi a meccanismi che spingano le persone a comportarsi bene perché è nel loro interesse, piuttosto che fare affidamento solo sulla loro (pur fondamentale) onestà personale.
Note
(1) L’uso dell’IF per la valutazione della ricerca è sempre più diffuso nel mondo scientifico. Non è tuttavia esente da critiche: la sua validità come strumento di valutazione della produttività scientifica è infatti tanto maggiore quanto più si riferisce ad insiemi di persone piuttosto che a singoli, o a insiemi di articoli piuttosto cha a singoli articoli. Ad esempio, Oswald (2007) mostra che analizzando le citazioni ricevute da articoli pubblicati 25 anni fa da riviste economiche con differenti IF, le citazioni medie delle riviste rispettavano la loro classificazione, ma singoli articoli pubblicati su riviste meno prestigiose avevano ricevuto più citazioni di alcuni articoli pubblicati sulle migliori riviste. Per una analisi delle differenze fra scienze sociali e scienze esatte nella valutazione tramite IF si può anche vedere Hicks (2006). Resta il fatto che a tutt’oggi, la considerazione della collocazione editoriale e delle citazioni ricevute rappresentano il criterio meno arbitrario di valutazione.
(2) Si tratta di un modello statistico che stima la probabilità di successo (nel nostro caso, la probabilità di vincere il concorso) in funzione di variabili esplicative (nel nostro caso, il numero di pubblicazioni dei tre tipi).
(3) Per i posti di professore ordinario, almeno venti pubblicazioni, di cui non meno della metà avrebbero dovuto avere caratteristiche di originalità teorico-metodologica nell’ambito di problematiche specifiche delle materie economico-estimative. Delle restanti pubblicazioni, almeno una avrebbe dovuto avere carattere monografico e costituire una specifica ricerca del candidato con caratteristiche non meramente compilative.
(4) Solo il 5,3% dei vincitori aveva almeno 20 pubblicazioni CABI, e solo una uguale percentuale aveva almeno 10 pubblicazioni Rea_Rpa_QA.
Riferimenti bibliografici
- Checchi D., “Tenure. An appraisal of a national selection process for associate professorship, Giornale degli Economisti e Annali di Economia 2/1999 (versione italiana “Un posto a vita. Analisi di un concorso nazionale a professore universitario di seconda fascia”, disponibile a: [pdf])
- Gagliarducci S., Ichino A., Peri G., Perotti R., Lo splendido isolamento dell’Università italiana, lavoro preparato per la Conferenza “Oltre il declino” organizzato dalla Fondazione Rodolfo De Benedetti, Roma, 22/2/2005, disponibile a: [link]
- Hicks D., The Dangers of Partial Bibliometric Evaluation in the Social Sciences, Economia Politica, n. 2, 2006
- Oswald A.J., An Examination of the Reliability of Prestigious Scholarly Journals: Evidence and Implications for Decision-Makers, Economica, 2007, 74, 21–31
- Perotti R. The Italian University System: Rules vs. Incentives, Paper presented at the first conference on Monitoring Italy, ISAE, Roma, January 2002, disponibile a: [link]
- Robertson D. H., “What Does the Economist Economize?” in Economic Commentaries, London: Staples Press Limited, 1956
Link dell’articolo: http://agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=190
Clemente Mastella
Clemente Mastella, attuale Ministro di Grazia e Giustizia, nonché Sindaco di Ceppaloni, avente diritto quindi a doppio stipendio e relativi doppi benefici, nasce professionalmente come giornalista. Ma come inizia la carriera di costui? Semplice: Mastella stesso racconta come l’assunzione alla Rai sarebbe stata agevolata da una raccomandazione del potentissimo democristiano Ciriaco De Mita, tanto che ne seguirono ben 3 giorni di sciopero della redazione locale. In vista delle elezioni politiche del 1976, come sempre racconta lui stesso, nelle pause pranzo dei dipendenti della Rai, chiedeva “ai centralinisti di telefonare nei comuni del mio collegio elettorale. Mi facevo introdurre come direttore della Rai e segnalavo questo nostro bravo giovane da votare: Clemente Mastella. Funzionò”. Mastella fu quindi eletto deputato, nelle fila della Democrazia Cristiana. E dopodiché non ha più tolto il sedere da una poltrona. Molto discussi sono i trascorsi rapporti di amicizia con l’ex-presidente del consiglio comunale di Villabate e condannato per mafia Francesco Campanella. Rapporti tanto stretti che Mastella fu testimone delle nozze di Campanella. Alle stesse nozze fu testimone anche il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. All’inizio del febbraio 2007 viene raggiunto da un avviso di garanzia da parte della Procura della Repubblica di Napoli. L’ipotesi formulata dagli inquirenti è quella di concorso in bancarotta fraudolenta per il fallimento del Napoli Calcio, dichiarato nel 2004 con sentenza del Tribunale di Napoli. L’iscrizione nel registro degli indagati rappresenta un fatto dovuto, dal momento che, all’epoca della commissione dei presunti illeciti (2002), Mastella era membro a tutti gli effetti del consiglio di amministrazione della Società di cui era, tra l’altro, vicepresidente. Interpellato al riguardo, Mastella si è ovviamente chiamato fuori dal crac della squadra, sostenendo di non aver mai partecipato direttamente alla gestione della Società.
fonte Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Clemente_Mastella




