Gli effetti di stabilizzazione del regime di prezzo di entrata nel settore ortofrutticolo europeo

Le politiche europee che regolamentano l’importazione di frutta e verdura fresca (F&V) è piuttosto complessa e varia a seconda dei prodotti, partner paesi, e stagionalità. Vi sono diverse ragioni che motivano tale complessità, legata all’importanza sul panorama internazionale dell’UE, allo stesso tempo il più grande importatore al mondo e uno dei il produttore più rilevanti. Pertanto, il regime di importazione di F&V persegue diversi obiettivi, talvolta conflittuali: la stabilizzazione dei redditi dei produttori, la possibilità di fornire F&V ai consumatori dell’Unione europea a prezzi ragionevoli, l’integrazione del regime d’importazione nello scenario mondiale delle politiche commerciali.

Uno degli aspetti più controversi del regime di importazione è sicuramente il sistema dei prezzi di entrata (EPS), introdotto nel 1995 dopo la firma dell’Uruguay Round. L’EPS è applicato solo ad un numero limitato di prodotti che sono i più rilevanti per i produttori europei, mentre le importazioni di frutta e verdura non interessati dall’EPS sono solo soggette a dazi. Gli effetti di stabilizzazione del EPS, nel senso di ridurre la variabilità del prezzo interno, dovrebbero derivare dalla riduzione delle importazioni di un paese partner i cui prezzi d’importazione o, più esattamente, un indice costruito su di esso, chiamato Valore forfettario all’importazione (SIV), siano al di sotto
la voce prezzo limite (TEP). Poiché gli effetti della EPS sui flussi di importazione nell’UE di F&V sono ancora oggi non sufficientemente studiati ed è ancora dibattuto il destino dell’EPS, è importante analizzare se l’EPS contribuisce alla stabilizzazione dei prezzi all’interno dell’UE, l’obiettivo principale del EPS. Articoli recenti di Garcia Alvarez-Coque et al. (2009, 2010) mostrano come la rimozione del EPS, o la riduzione della tariffa specifica, avrebbe un impatto modesto sui prezzi dei prodotti all’interno dell’UE.

L’articolo di Cioffi et al. (2011) evidenzia come l’efficacia delle EPS nell’isolare il mercato interno dell’Unione europea di frutta e verdura da importazioni a basso prezzo non è verificata in tutti i casi. Inoltre l’effetto di stabilizzazione, così come l’effetto di sostegno dei prezzi interni all’UE, risultano piuttosto modesti. In particolare, l’articolo analizza gli effetti di stabilizzazione della politica commerciale, vigente per il settore ortofrutticolo europeo, basata sul sistema dei prezzi di entrata (EPS). L’ analisi è stata effettuata sui prezzi UE di pomodori e limoni e quelli delle importazioni da alcuni dei principali paesi concorrenti dell’Unione europea: Marocco, Argentina e Turchia.

Il modello utilizzato è un modello vettoriale autoregressivo a soglia (TVAR) in cui la “variabile soglia” è l’indicatore I(·) che assume valore 1 quando il SIV supera il 92% del TEP e valore 0 in caso contrario, P e SIV sono, rispettivamente, il prezzo del mercato europeo di riferimento, ed il SIV del Paese e prodotto considerato. Analiticamente, il modello è come segue:

in cui l’apice si riferisce al regime (I o II) ed i pedici alla i-esima equazione (1 o 2) ed al numero di ritardi (i in questo specifico caso). Il modello mostra che i prezzi si comportano diversamente quando i prezzi all’importazione sono sopra/sotto il prezzo di entrata in vigore. In tal modo l’articolo ha permesso di evidenziare i casi per i quali sembra raggiunto l’effetto di isolamento di EPS e la conseguente la stabilizzazione degli effetti.

Referenza: Cioffi A., Santeramo F.G., Vitale C.D. (2011). The price stabilization effects of the EU entry price scheme for fruit and vegetables. Agricultural Economics. DOI: 10.1111/j.1574-0862.2010.00526.x

Link all’articolo: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1574-0862.2010.00526.x/abstract

Link al working paper (scaricabile): http://ideas.repec.org/p/pra/mprapa/24828.html

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la RAI ci frega anche sul metodo di pagamento del canone?

opinione personale: la Rai non è in grado oramai da moltissimo tempo di offrire un servizio pubblico degno di questo nome, costretta com’è a soggiacere a alle richieste dei partiti e dei gruppi di potere cui i partiti obbediscono…

opinione personale: le produzioni della Rai non sono minimamente in grado di competere con le produzioni di altre emittenti pubbliche (vedi BBC)

dato di fatto: la Rai è scorretta (e forse commette un reato) nel modo in cui presenta il bollettino per il pagamento del canone…

in che modo? Dallo scorso 31 marzo le Poste sono impegnate, dopo accordo con l’Antitrust, ad inserire sui bollettini postali per il pagamento del cosiddetto canone Rai, anche le apposite caselle per l’indicazione del numero IBAN; in questo modo la concorrenza sarebbe salva, perché l’utente non sarebbe obbligato a pagare l’imposta solo attraverso le Poste, al costo di euro 1,10 euro per il pagamento allo sportello (più il tempo per fare la fila) e a 1 euro per il pagamento sul conto postale on line o 2 euro con carta di credito, che diventano 2% dell’importo quando si versano più di 100,00 euro. Il pagamento potrebbe essere effettuato anche attraverso la propria banca, alle condizioni del proprio rapporto che, spesso, prevede un certo numero di operazioni gratuite.

Fatta la norma, trovato l’inganno! la Rai invia a casa dei contribuenti il bollettino delle Poste, ma sulle caselle dell’Iban non si può scrivere nulla in quanto ci sono degli asterischi.

Non solo, ma se si va sul sito della Rai, sono indicati numerosi metodi di pagamento (poste, tabaccherie, carte di credito addebito bancario), alcuni sono anche gratuiti, ma diamine, l’IBAN con cui poter effettuare il pagamento non viene indicato (Canone RAI: modalità di pagamento)

eppure Poste Italiane, a seguito di una istruttoria dell’Antitrust per abuso di posizione domninate nel settore dei servizi di incasso e pagamento, sin  dal 31 marzo 2010 offre la possiblità di inserire nei bollettini il codice Iban… su richiesta del beneficiario del pagamento… la Rai in questo caso

la inadempienza è da impuatare quindi alla Rai o alla Agenzia delle Entrate che gestisce per conto della Rai la riscossione del canone (infatti neanche sul loro sito ho trovato indicazioni sull’IBAN da utilizzare, se qualcuno riuscirà a trovarlo verrà ringraziato da molte persone…)

e pensare che esiste anche un sito da cui è possibile associare ad ogni conto corrente postale il relativo IBAN (http://www.blia.it/utili/calcolocin/poste.php)

c’è chi non accetta questa ennesima vessazione e, risalendo all’IBAN del conto cui andrebbe a finire il suo pagamento del canone, ha deciso di pagare tramite bonifico e ingaggiar battaglia (legale) quando qualcuno ingiustamente e incautamente lo accuserà di aver evaso il canone (http://www.finanzaonline.com/forum/banking-online-c-c-e-mutui/1263140-bonifico-bancario-per-pagamento-canone-rai.html#post27722366)

io, per conto mio, ritengo che la Rai abbia da tempo smesso di assolvere al suo ruolo di pubblico servizio, motivo per cui mi sono informato su come fare a disdire il pagamento del canone, a norma di legge e documentandomi su quello che la Rai o chi per lei può e non può fare a seguito della disdetta del canone (disdire il canone RAI)

fonti:

[ADUC] Imposta Rai. Chi sta fregando la concorrenza sulle forme di pagamento? Denuncia all’Antitrust

[Agenzia delle Entrate] ricerca: canone rai

[ADUC] speciale canone RAI

[TUTTOGRATIS] disidre il canone RAI

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STORICO ISRAELIANO AFFERMA: IL POPOLO EBRAICO E' UN'INVENZIONE

Gli antisionisti lo hanno sempre sostenuto. Gli ebrei non sono un popolo ma una religione. Gli ebrei che sono ‘tornati’ in Israele non discendono dagli ebrei di Palestina ma dai Kazari. I palestinesi discendono dagli ebrei di Palestina. Ora anche un libro dello storico ebraico Shlomo Zand sostiene e documento queste posizioni. La recensione è di un altro storico ebraico, Tom Segev [foto].Mauro Manno

The Slate Magazine, the Fray Kausfiles, 29/02/2008

Una invenzione chiamata “il popolo ebraico”

Tom Segev

http://fray.slate.com/discuss/forums/thread/914934.aspx

La Dichiarazione di Indipendenza di Israele afferma che il popolo ebraico proviene dalla Terra di Israele e che fu esiliato dalla sua patria. Ad ogni scolaro israeliano si insegna che ciò accadde durante il dominio romano, nell’anno 70 d.C.

La nazione rimase fedele alla sua terra, alla quale iniziò a tornare dopo 2 millenni di esilio. Tutto sbagliato, dice lo storico Shlomo Zand, in uno dei libri più affascinanti e stimolanti pubblicati qui (in Israele) da molto tempo a questa parte. Non c’è mai stato un popolo ebraico, solo una religione ebraica, e l’esilio non è mai avvenuto – per cui non si è trattato di un ritorno. Zand rigetta la maggior parte dei racconti biblici riguardanti la formazione di una identità nazionale, incluso il racconto dell’esodo dall’Egitto e, in modo molto convincente, i racconti degli orrori della conquista da parte di Giosué. È tutta invenzione e mito che è servita come scusa per la fondazione dello Stato di Israele, egli assicura.

Secondo Zand, i romani, che di solito non esiliavano intere nazioni, permisero alla maggior parte degli ebrei di restare nel paese. Il numero degli esiliati ammontava al massimo a qualche decina di migliaia. Quando il paese fu conquistato dagli arabi, molti ebrei si convertirono all’Islam e si assimilarono con i conquistatori. Ne consegue che i progenitori degli arabi palestinesi erano ebrei. Zand non ha inventato questa tesi; 30 anni prima della Dichiarazione di Indipendenza, essa fu sostenuta da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi ed altri.

Se la maggioranza degli ebrei non fu esiliata, come è successo allora che tanti di loro si insediarono in quasi ogni paese della terra? Zand afferma che essi emigrarono di propria volontà o, se erano tra gli esiliati di Babilonia, rimasero colà per loro scelta. Contrariamente a quanto si pensa, la religione ebraica ha cercato di indurre persone di altre fedi a convertirsi al giudaismo, il che spiega come è successo che ci siano milioni di ebrei nel mondo. Nel Libro di Ester, per esempio, è scritto: “Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei, perché il timore dei Giudei era piombato su di loro”[1].

Zand cita molti precedenti studi, alcuni dei quali scritti in Israele ma tenuti fuori dal dibattito pubblico dominante. Egli descrive anche, e a lungo, il regno ebraico di Himyar nella penisola arabica meridionale e gli ebrei berberi del Nord Africa. La comunità degli ebrei di Spagna derivava da arabi convertiti al giudaismo che giunsero con le forze che tolsero la Spagna ai cristiani, e da individui di origine europea che si erano convertiti anch’essi al giudaismo.

I primi ebrei di Ashkenaz (Germania) non provenivano dalla Terra di Israele e non giunsero in Europa orientale dalla Germania, ma erano ebrei che si erano convertiti nel regno dei Kazari nel Caucaso. Zand spiega l’origine della cultura Yiddish: non si tratta di un’importazione ebraica dalla Germania, ma del risultato dell’incontro tra i discendenti dei Kazari e i tedeschi che si muovevano verso oriente, alcuni dei quali in veste di mercanti.

Scopriamo così che elementi di vari popoli e razze, dai capelli biondi o scuri, di pelle scura o gialla, divennero ebrei in gran numero. Secondo Zand, i sionisti per la necessità che hanno di inventarsi una eticità comune e una continuità storica, hanno prodotto una lunga serie di invenzioni e finzioni, ricorrendo anche a tesi razziste. Alcune di queste furono elaborate espressamente dalle menti di coloro che promossero il movimento sionista, mentre altre furono presentate come i risultati di studi genetici svolti in Israele.

Il Prof. Zand insegna all’Università di Tel Aviv. Il suo libro, ‘When and How Was the Jewish People Invented’, (Quando è come fu inventato il popolo ebraico), pubblicato in ebraico dalla casa editrice Resling, vuole promuovere l’idea di un Israele come “stato di tutti i suoi cittadini” – ebrei, arabi ed altri – in contrasto con l’attuale dichiarata identità di stato “ ebraico e democratico”. Il racconto di avvenimenti personali, una prolungata discussione teoretica e abbondanti battute sarcastiche non rendono scorrevole il libro, ma i capitoli storici sono ben scritti e riportano numerosi fatti e idee perspicaci che molti israeliani resteranno sorpresi di leggere per la prima volta.

Tradotto dall’inglese da Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica.

fonte: ComeDonChisciotte

per approfondire: Effedieffe.com

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Il solito massacro … della ricerca

Republica oggi (17 Dicembre, 2009) titola:
Pronto il decreto annunciato dal ministro Gelmini a metà novembre
Ma i precari sono delusi: “Si era sempre parlato di 4000 assunzioni”
Ricerca, sbloccati i fondi Mussi
Ma i posti saranno solo 900
Manuela Ghizzoni (Pd): “Non c’è il cofinanziamento, i rettori
sono scoraggiati dai tagli operati dal governo, e temono i costi del turnover”

Nonostante la situazione penosa delle Università italiane, i concorsi bloccati da tempo… il ricambio generazionale pressocchè inesistente….

… il governo continua a tagliare i fondi alla ricerca.
In particolare, dopo aver bloccato i fondi per le assuzioni, ne ha sbloccati meno di un quarto.

Mi chiedo davvero quale futuro avrà l’Italia… stiamo scendendo a picco… e i giovani (quelli bravi!) … cercano all’estero quello che l’Italia gli nega: il lavoro.

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Iniziativa ADI

Riporto di seguito l’email ricevuta dall’ADI. Ritengo doveroso darne più ampia diffusione, con la speranza che sia a tutti chiaro quanto la ricerca sia importante per la crescita di un Paese.

Cara collega, caro collega,

scusaci se ti disturbiamo per qualche istante ma vorremmo condividere con te una nostra idea.

Come saprai, entro la fine di quest’anno devono essere utilizzati i fondi per l’assunzione dei ricercatori: si tratta di 80 milioni di euro che furono messi a disposizione, circa tre anni fa, per avviare il concorso e la conseguente assunzione di circa duemila ricercatori.

Nel corso dell’ultima discussione al Senato, sono stato respinti e poi trasformati in semplici ordini del giorno gli emendamenti (presentati da esponenti della maggioranza, tra cui i Senatori Asciuti, Possa e Valditara) finalizzati a sbloccare questi fondi o quantomeno a posticiparne i termini per l’utilizzazione.

Sappiamo bene che le procedure per il reclutamento richiedono sostanziali ed energiche riforme: al contempo, però, non possiamo non segnalare come la perdita di questi fondi costituirebbe solo l’ultimo segnale di indifferenza e arroganza nei confronti dei tanti che lavorano onestamente e con passione nell’Università.

Sul nostro sito (www.dottorato.it) potrai verificare quanto abbiamo fatto negli ultimi mesi perché sia gli organi istituzionali che la pubblica opinione sia informata di questa ennesima, incredibile vicenda.

Ti chiediamo pochi istanti del tuo tempo: una piccola iniziativa, che speriamo possa ulteriormente evitare che su questa vicenda cali, come al solito quando si parla di Università e ricerca, il silenzio.

Manda anche tu, attraverso il nostro portale una mail al Ministro Gelmini perché ricordi che quei fondi servono per assumere duemila giovani ricercatori e che vanno utilizzati entro dicembre 2010, altrimenti andranno irrimediabilmente perduti.

Confidiamo nella tua collaborazione.

Grazie e a presto!

Segreteria nazionale ADI

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il bombardamento di Bari

Il 2 dicembre 1943 centocinque aerei tedeschi bombardano il porto di Bari, pieno di navi cariche di materiale da guerra; una di bombe all’iprite. Nessuno sa che è un terribile aggressivo chimico. E la gente muore senza sapere perché.

Il sole è tramontato da due ore. Nel cielo sereno solo una piccola falce di luna a sudovest, sopra il Salento. L’aria è chiara e luminosa sul mare calmo. Il porto di Bari è pieno di luci, sulle navi e sulla banchine; è illuminato a giorno come se la guerra non ci fosse e non ci fosse il pericolo dei bombardamenti tedeschi. Eppure nel primo pomeriggio si è sentito volare alto un aereo; a lungo, avanti e indietro; il centro radar lo ha identificato come un ricognitore Messerschmitt 210 della Lutwaffe; è passato anche ieri e l’altro ieri.

Alle 19.25 suonano le sirene dell’allarme aereo. Tutte le luci si spengono. Un rombo di aerei arriva da nordest e alle 19.30 ecco le prime bombe e le prime esplosioni, mentre candelotti illuminanti appesi a piccoli paracadute scendono lentamente e illuminano il porto e le quaranta grandi navi da carico alla fonda, in gran parte della classe “Liberty” (1); molte sono piene di munizioni; una, l’americana John Harvey, è piena di bombe all’iprite, il “gas mostarda” (2), e nessuno lo sa. Comincia così l’unico episodio di guerra chimica della seconda guerra mondiale; un disastro le cui conseguenze si faranno sentire per più di mezzo secolo (3).

Con l’arrivo degli eserciti alleati, che lentamente risalgono la penisola, il porto di Bari è diventato il nodo principale dell’organizzazione logistica dell’8a armata inglese sul fronte adriatico e la base di rifornimento di carburante della 15a Air Force, che ha il suo Comando nell’aeroporto di Manfredonia: 600 mila litri di carburante alla settimana, che una rete di oleodotti porta anche agli aeroporti di Foggia, Gioia del Colle e Grottaglie. Da questi aeroporti partono gli aerei che bombardano non solo l’Italia del centro e del nord ancora occupata dai tedeschi ma anche la Germania. Comandante è il generale James Doolittle, l’artefice del bombardamento di Tokyo del 18 aprile 1942 (4).

Gli aerei tedeschi in arrivo sono più di cento, quasi tutti Junkers 88, i bimotori da bombardamento più diffusi; alcuni sono partiti dall’aeroporto di Ronchi dei Legionari, vicino a Monfalcone, gli altri da due aeroporti in Grecia, vicino ad Atene; l’appuntamento, alle 19.25, è stato sul mare, trenta miglia a nordest di Bari. Alle 19.30 sono sulla città.

“Le navi, specie quelle che erano lungo il molo foraneo di levante“ scriverà Augusto Carbonara, uno che era in città e vide scardinata dal bombardamento la finestra della sua camera da letto (5), “furono sorprese d’infilata dalle bombe tedesche. Erano tanto vicine che le bomba cadute in acqua furono molto poche. Alcune navi bruciavano, altre affondavano, altre, incendiate, rotti gli ormeggi, andavano alla deriva, avvicinandosi alle navi non colpite. Le navi che nella stiva trasportavano esplosivi dapprima si incendiarono e poi finirono per deflagrare e colpire tutto il porto e anche molte case della città vecchia. I vetri delle abitazioni di mezza Bari andarono in frantumi”.
La sorpresa dell’attacco e l’ignoranza del carico della Harvey causano i danni più gravi. La maggior parte dei marinai è in franchigia. Cinema e teatri – il Piccinini, il Petruzzelli, l’Oriente, il Margherita, il Kursaal – sono aperti e pieni di inglesi e americani; al Margherita, ribattezzato Garrison Theatre, si proietta Springtime in the rockies con Betty Grable e John Payne. I militari più alti in grado stanno al vicino Barion, trasformato in circolo ufficiali.

Gli italiani no. “Al momento dell’attacco, dal comandante agli ufficiali, ai marinai” racconterà Oberdan Fraddosio, che quel giorno era l’ufficiale di guardia (6) “eravamo tutti in Capitaneria o sul posto di manovra delle ostruzioni retali alla testata del molo foraneo di levante. Non esistevano rifugi antiaerei. Non esistevano mezzi di protezione personale che non fossero vecchie maschere antigas inutilizzabili e inutilizzate. Perfino gli elmetti erano in numero inadeguato. Tutti rimasero ai loro posti fino alla fine dell’incursione”. Il porto, come altre basi navali ha all’imboccatura una rete che viene aperta per un tratto al passaggio di una nave. “Il Comandante” racconterà ancora Fraddosio “mi ordinò di eseguire una ricognizione nel bacino portuale portandomi fino alle ostruzioni. Nel percorrere le acque del bacino passammo molto vicini a navi che bruciavano e sulle quali esplodevano ancora le cariche dei cannoncini e delle mitragliere. Dovevamo tenerci sopravvento per evitare di essere avvolti dal fumo denso e acre degli incendi”.

il bombardamento del porto di Bari

Quello che sembra fumo non è soltanto il fumo degli incendi; è anche il vapore dell’iprite. “Tra le navi” racconterà ancora Augusto Carbonara “fu colpita e incendiata anche la John Harvey, quella che, con altro materiale esplosivo, trasportava le cento tonnellate di bombe con l’iprite (7). I marinai rimasti a bordo tentarono con ogni mezzo di domare il fuoco, ma inutilmente, e dopo mezz’ora l’incendio si propagò alla stiva. Non ci volle molto che la nave saltasse in aria con tutto il suo carico e tutti gli uomini, compresi quei pochi che conoscevano la verità sul carico. Da quel momento cominciò l’inferno”. “La maledetta mustard” dirà ancora Carbonara “si mescolò alla nafta venuta fuori dalle petroliere affondate e formò un velo mortale su tutta la superficie del porto. Coloro che dalle altre navi si lanciavano in acqua furono ben presto zuppi della maleodorante sostanza. I vapori dell’iprite si spargevano intanto su tutto il porto; bruciavano la pelle e intossicavano i polmoni dei sopravvissuti”. A notte (solo alle 23 le sirene hanno dato il cessato allarme) si contano le navi affondate; sono 17: cinque americane, quattro inglesi, tre norvegesi, tre italiane (Barletta, Frosinone, Cassala), due polacche; sette le navi gravemente danneggiate. Il calcolo del materiale perduto sarà fatto nei prossimi giorni: non meno di quarantamila tonnellate. E i morti, i feriti?

“All’ospedale neozelandese (che aveva trovato posto nel non ancora finito Policlinico della città)” scriverà Carbonara “cominciarono ad arrivare i primi feriti. Molti, più che colpiti dalle esplosioni, erano provati dall’effetto del gas vescicante. Ma non si sapeva che fosse stato il gas a provocare tali effetti, perché, sul momento, nessuno lo intuì. Non vi erano vestiti di ricambio e pertanto non fu possibile cambiare d’abito i soldati che erano caduti nelle acque del porto. Chi non poté cambiarsi di sua iniziativa rimase quindi con gli abiti zuppi d’iprite, che non solo agì sulla pelle, ma fu assunta attraverso le vie respiratorie.
“I primi inspiegabili collassi si ebbero dopo cinque o sei ore dalla contaminazione. Dopo, seguirono le prime morti, quasi improvvise, di gente che qualche minuto prima sembrava stesse per riprendersi. Tutti avevano la pelle piena di vesciche. Sulle ascelle, l’inguine e i genitali le pelle si staccava come avviene per le ustioni più gravi”. Soltanto domani qualcuno dei medici comincerà a intuire qualcosa. Un capitano della sanità si recherà dalle autorità alleate per chiedere l’esatto contenuto delle navi colpite. Si telegraferà negli Stati Uniti, da dove le navi erano partite, ma nessuno darà o vorrà dare una risposta; e anche in futuro la risposta non arriverà mai (8). Quante le vittime? Sarà impossibile calcolarne il numero; sicuramente intorno a un migliaio tra civili e militari. Oltre ai morti per le bombe e per i crolli, oltre ottocento militari saranno ricoverati per ustioni o ferite; di essi 617 a causa dell’iprite. A Bari ne moriranno 84 e molti in altri ospedali, sia italiani sia in Africa del nord e negli Stati Uniti dove verranno trasportati. I civili saranno almeno 250. Nella città vecchia sono crollate alcune vecchie case e una di esse, non ricostruita, creerà una piazzetta al fianco della sacrestia della cattedrale. Nella parte nuova della città crollano tre edifici; due tra via Andrea e via Roberto, vicino alla chiesa di San Ferdinando, un terzo in via Crisanzio nei pressi della manifattura dei tabacchi.
“Ma se il bombardamento” racconta Paolo de Palma (9), un altro che era a Bari in quel giorno, “non si trasformò in un vero e proprio massacro per i cittadini baresi lo si deve al vento che si mise a spirare verso levante, evitando così un pericolo devastante. Forse fu San Nicola che volle ancora una volta tutelare la sua città”. E’ un fatto che in tutti i posti di mare una brezza, la sera, spira dal mare (che si raffredda più rapidamente) verso la terra (che rimane per un po’ più calda); e quindi, a Bari, da levante verso ponente. Questa sera la brezza è spirata da ponente verso levante e ha portato in alto mare i gas venefici dell’iprite (10).

NOTE

(1) Le “Liberty ships” furono uno dei fattori di successo della vittoria alleata. Per sopperire alla carenza di flotta mercantile e alla sua continua decimazione da parte dei sottomarini tedeschi operanti nell’Atlantico, gli Stati Uniti cominciarono a costruire nel 1941, su disegno inglese, questo tipo speciale di navi da carico, che avevano una portata lorda fino a diecimila tonnellate (trasportavano anche carri armati e aerei imballati) e una velocità di undici nodi. La loro peculiarità era di essere costituite da sezioni prefabbricate, prodotte eguali da fabbriche diverse e assemblate in cantiere con saldature elettriche. Occorreva poco tempo per costruire e mettere in mare queste navi; il primato fu di una di esse, costruita in quattro giorni, 15 ore e 30 minuti e allestita in tre giorni. Fra il 1941 e il 1945 di navi Liberty ne furono costruite 2578; anche due-tre al giorno.

(2) L’iprite (un solfuro di cloro-etile) non è un gas ma un liquido di colore bruno giallognolo dall’odore di aglio e senape (di qui l’appellativo di “mostarda”). Penetra in profondità nella cute e agisce anche attraverso gli abiti, il cuoio e la gomma, producendo vesciche e lesioni dolorose; se, vaporizzata da un’esplosione, si diffonde nell’aria, arreca danni gravi all’apparato respiratorio e al sangue. Prende il nome da Ypres, la cittadina del Belgio dove i tedeschi l’usarono per la prima volta nel 1915 durante la prima guerra mondiale. Nel 1925 una conferenza internazionale a Parigi vietò l’uso di quelli che comunemente vengono chiamati “gas asfissianti”, ma riserve di aggressivi chimici, anche più pericolosi dell’iprite, sono possedute da quasi tutti gli eserciti, ufficialmente per eventuali ritorsioni se il nemico li usasse per primo. Così gli americani hanno spiegato – molti anni dopo – il carico di bombe all’iprite a bordo della Harvey. Aggressivi chimici sono stati usati anche dall’Italia contro gli abissini durante la guerra di Etiopia del 1935-1936.

(3) Sembra che resti delle bombe all’iprite della Harvey siano rimasti nei fondali del porto di Bari e trascinati dalle correnti lungo la costa. Casi di leucemia fra i pescatori di Bari e di Molfetta sono stati attribuiti all’iprite del 1943 e molte interrogazioni in questo senso sono state presentate in Parlamento; l’ultima il 30 gennaio 2001 alla Camera dal deputato Delle Vedove. Nello stesso anno un “libro bianco” sullo stesso argomento (“Cinquanta anni di colpevole silenzio”) è stato illustrato da Nichi Vendola.

(4) Ingegnere aeronautico civile prima della guerra, James Doolittle, detto Jimmy, comandò nell’aprile del 1942 i sedici bombardieri americani che, partiti dalla portaerei Enterprise a 1200 chilometri dal Giappone, bombardarono Tokyo, Yokohama, Osaka e Nagoya e poi, consumato il carburante, quindici atterrarono o si schiantarono in terra cinese e uno atterrò a Vladislovak in Unione Sovietica. Il “Doolittle raid” fu il primo attacco aereo americano sul Giappone e risollevò il morale dell’opinione pubblica americana, colpita dall’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.

(5) Augusto Carbonara in www.crbgst@tin.it. Il racconto è anche in www. cronologia.it/biogra2/bari.htm

(6) Oberdan Fraddosio (Bari 1917), Percorsi di pace e di guerra, note autobiografiche. Nel 1956 ha lasciato la Marina ed è diventato funzionario della Camera dei deputati.

(7) Sembra che ciascuna bomba, lunga 120 centimetri e del diametro di venti centimetri, contenesse 31 chili di mustard gelatinosa. Si scoprì poi che fra le bombe sganciate dagli aerei tedeschi c’era anche un tipo nuovo, usato per la prima volta e di fabbricazione italiana: la motobomba FF, un ordigno del peso di 300 chilogrammi e armato di 120 chilogrammi di esplosivo; scendeva frenato da un paracadute e in acqua, spinto da un motore elettrico, diventava una specie di siluro. La sigla FF derivava dal nome dei progettisti, il tenente colonnello Ferri e il colonnello Fiore.

(8) Nel dicembre del 1943 il governo americano inviò a Bari un esperto, il colonnello Stewart Alexander, perché redigesse un rapporto sulle “strane” morti avvenute a Bari. Alexander aveva un eccellente curriculum di studi e nel 1942 fu chiamato a far parte del Quartier generale di Eisenhower come consulente medico per il settore della chimica di guerra. Una prima relazione fu presentata al Quartier generale di Algeri il 27 dicembre 1943 (“Ustioni da gas tossici durante la catastrofe del porto di Bari”). Eisenhower approvò il rapporto e lo fece archiviare, ma Winston Churchill dette disposizioni affinché venisse tolta la parola “iprite” e le ustioni fossero attribuite “ad azione nemica”. In altri rapporti le ustioni furono classificate come “dermatiti” per causa “not yet identified”.

(9) Paolo De Palma (Bari 1923, Roma 2007), La mia vita, la nostra storia. Dal 1961 al 2006 membro del Comitato di presidenza della Fieg (Federazione italiana editori di giornali); dal 1973 al 1992 Amministratore delegato dell’agenzia Ansa.

(10) Disastro a Bari; con questo pertinente titolo (e il sottotitolo: La storia inedita del più grave episodio di guerra chimica nel secondo conflitto mondiale) è uscito nel 1971 a New York (“The Macmillan company”) un libro di Glenn B. Infield, maggiore dell’aviazione americana durante la guerra. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 1977 (seconda edizione nel 2003) da Mario Adda editore, con un saggio introduttivo di Giovanni Assennato, docente della scuola di specializzazione in medicina del lavoro presso l’università di Bari, e di Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Nel saggio si parla di centinaia di casi di intossicazione da iprite sia tra il personale di bonifica dei porti di Bari e di Molfetta, sia tra i pescatori. Tra il 1955 e il 2000 sono state presentate più di duecento denunzie di pescatori per ustioni di varia entità da “gas mostarda”.

articolo di Sergio Lepri
Fonte : http://sergiolepri.it
Link:http://www.sergiolepri.it/1943/021243.pdf

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Qui ad Atene

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

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problema con Eclipse 3.5.1 su Ubuntu 9.10

installando Eclipse 3.5.1 su Ubuntu 9.10 non mi era possibile installare EPIC (plugin per lo sviluppo in perl)

il problema l’ho riscontrato su due computer diversi ma con la stessa accoppiata del titolo…

la soluzione al problema l’ho trovata su Launchpad e consiste nell’installare il pacchetto eclipse-pde…

sudo apt-get install eclipse-pde

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Da Magnanapoli, passando per Globalservice, arrivando ai Mastella

Autore | Roberta Lemma del 22 ottobre 2009

Uno strano suicidio all’anno, un sequestro ogni tanto, uno scandaluccio semestrale, una volta in Sicilia, un’altra volta a Milano, ora si tratta di rifiuti, ora di sanitopoli, poi appaltopoli. Ogni accadimento sembrerebbe un fatto a se stante, cambiano i soggetti delle indagini, cambiano i luoghi.

Così partono le indagini; una strana segnalazione o intercettazione o coincidenza, nelle migliori delle ipotesi si inizia ad indagare dopo aver ricevuto una vera e propria denuncia. Si indaga e si segue la pista per mesi, quando la pista ‘ scotta ‘ gli inquirenti possono essere trasferiti di colpo, tolti dal caso, depistati, uccisi. Le indagini che riguardano prettamente i legami tra mafia e Stato sono tante ma in effetti possono considerarsi una sola: stessa regia e movente. Che si tratti di tangentopoli, vallettopoli, sanitopoli non conta, che succeda a Milano, Napoli, Roma non cambia: unica regia, stesso movente. Denari e controllo. Una volta si trattava della strage di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Ustica, Moby Prince, di Calvi, di Moro, di Mattei e tanti altri misteri italiani. In questi anni son variati gli ambiti di controllo ma non la vittima prescelta, lo Stato italiano e non la regia e i moventi. Denari e controllo. C’entrano sempre il gioco forza dei servizi segreti, si scovano sempre politici immischiati, si parla sempre di corruzione, assassini, spartizione della cosa pubblica, poteri partitici, le banche come i luoghi fulcro di spartenze, arrivi e spostamenti. Ogni indagine ha questi punti in comune. Indagini lunghissime mai concluse, pagine delicate oggi macerano nell’umido di archivi dimenticati per volere; eliminate le prove e le memorie, sarà impossibile collegare, arrestare, metter fine ad anni di assoluto dominio finanziario e politico.

Oggi si torna a parlare di Nugnes, Giorgio Nugnes cresciuto sulle ginocchia di De Mita, accusato di reati imfamanti, obbligato a stringersi una corda al collo solo perchè, dicevano, ‘ avvisava gli ultrà di Pianura concentrati a lottare contro la discarica, degli spostamenti della polizia mandata a gestire l’ordine pubblico’.

Si torna a parlare dell’inchiesta Magnanapoli, e Globalservice e forse tutto coincide, anche lo strano suicidio di Nugnes. Tutto coincide.

L’inchiesta sulla delibera per il ‘Global service’ del Comune di Napoli nasce a Caserta nell’ambito di un procedimento avviato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere su illeciti di alcuni componenti dell’amministrazione comunale di Orta di Atella. Interessi tra amministratori e imprenditori che hanno al centro l’ex sindaco del comune Angelo Brancaccio, transitato in Consiglio regionale nelle file dei Ds e poi del Pd e arrestato l’anno scorso a maggio. ( 2007)

Dalle intercettazioni telefoniche sulle sue utenze, sono emersi rapporti con l’imprenditore Gaetano Lampitelli, 48 anni, di Succivo, nel napoletano, a sua volta legato da rapporti di affari a Luigi Cirino Pomicino, le cui utenze telefoniche sono state poste sotto sorveglianza, dopo il suo impegno per l’aggiudicazione a Lampitelli di un appalto da oltre 1 milione nell’ambito della cittadella del ‘Polo della Qualità’ a Marcianise. Luigi Cirino Pomicino oggi figura nel management della MG, Guida Monaci insieme ad altri Cirno Pomicino:

Mario Cirino Pomicino S.p.A.

◦Mario Cirino Pomicino Presidente

Luigi Cirino Pomicino Ammin. deleg.

Cristiano Cirino Pomicino Consigliere deleg.

Luigi Cirino Pomicino Direttore gen.

Cristiano Cirino Pomicino Direttore acquisti

Antonio Esposito Direttore amministrativo

Raffaele Sarnataro Direttore comm.le

Antonio Esposito Direttore finanziario

Pasquale Licciardi Direttore personale

Giovanni Palladino Direttore produzione

Luciano Bertolini Direttore R.E.

Sergio Guerriero Direttore sistemi informativi.
( gennaio 2007 )

Nemmeno il sindaco di Ariccia o il direttore della farmacia comunale di Nemi lo sapevano che insieme ad altri piccoli enti sarebbero diventati gli azionisti indiretti di Guida Monaci Spa, società fondata da Tito Monaci nel 1871, poi passata alla famiglia Zapponini. Tutto per effetto di una complessa e un po’ misteriosa operazione finanziaria che vede la Regione impegnata in prima fila. La manovra ha dato una boccata d’ ossigeno ai conti della società di via Salaria, specializzata nella pubblicazione degli elenchi di imprese. Il 25 gennaio si formalizzava l’ ingresso nella Guida Monaci di tre nuovi azionisti: al 6% la Filas, finanziaria della Pisana, controllata attraverso Sviluppo Lazio; all’ 1,5% la Sit, società partecipata fra gli altri dall’ Unione degli industriali di Luigi Abete e dall’ Agenzia sviluppo delle colline romane, che a sua volta raccoglie come soci la Provincia, alcuni soggetti privati e tantissimi piccoli comuni della zona, come Carpineto romano, Artena, Gavignano e altri ancora; all’ 8% è entrata Meliorbanca, istituto privato, che però detiene la quota per conto di investitori non dichiarati. Risultato: la Regione ha versato nelle casse dell’ azienda degli Zapponini 200 mila euro; la Sit 50 mila e Meliorbanca oltre 300 mila. I tre nuovi soci, al tempo stesso, hanno acquisito però il 17% dei debiti di Guida Monaci, che complessivamente al 31 dicembre 2005 ammontavano a oltre 4,16 milioni di euro.

Guida Monaci negli ultimi anni si era trovata a fare fronte con la concorrenza di diversi operatori, italiani e stranieri, che si erano lanciati nel settore degli elenchi telefonici. E molte delle informazioni che un tempo erano disponibili solo sui pesantissimi volumi cartacei, oggi sono reperibili gratuitamente su Internet. Inoltre i tagli imposti a ministeri e enti pubblici dalle ultime Finanziarie avevano ridotto le spese per la pubblicità. La Guida Monaci perdeva molti clienti nel variegato mondo delle partecipazioni statali. L’ azienda utilizzò anche la cassa integrazione per tagliare il costo del lavoro. Ma per investire in nuovi prodotti, Guida Monaci aveva bisogno di liquidità. Così, dopo aver incassato nel 2005 qualche decina di migliaia di euro di contributi pubblici, la società romana tornava a bussare alle porte della Regione. E proprio mentre Piero Marrazzo stava cercando di metter d’ accordo le forze della maggioranza sul piano di tagli alla rete delle società e delle partecipazioni dismettendo enti e aziende inutili, la Filas decideva di acquisire la quota di Guida Monaci.

Cosa spinse la Regione a correre in soccorso della Guida Monaci? Mistero.

Per legge, la Filas poteva acquisire quote di aziende private solo «per consentire la creazione di nuove imprese e la realizzazione di programmi di sviluppo nei settori delle tecnologie innovative». E l’ attività della Guida Monaci, avviata nel 1871, non rientrava nell’ ambito del settore «delle nuove tecnologie». Ma l’ assegno da 200 mila euro ormai era stato staccato. Oggi la Mario Cirino Pomicino spa produce Ghisa e controlla la Guida Monaci assieme a Luigi Cirno Pomicino immischiato nell’inchiesta Global Service.

Dopo esser riuscito ad aggiudicarsi l’appalto per oltre 1 milione di euro a Lampitelli per la cittadella del Polo delle Qualità nel Marcianise Pomicino deve trasferire la sua azienda ad Arzano e si rivolge a vari imprenditori per trovare un sito adatto. Uno degli imprenditori in questione era Alfredo Romeo, l’uomo che curava il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli. Da qui le intercettazioni sulle sue utenze e la nascita di diversi filoni di indagine per i magistrati napoletani, uno dei quali trasmesso a Roma per i rapporti tra l’imprenditore e appartenenti all’ordine giudiziario di Napoli.
Alfredo Romeo, avvocato e imprenditore italiano campano, fondatore della società Romeo Immobiliare, a capo di un gruppo di società che fattura 161 milioni di euro nel campo della gestione dei patrimoni immobiliari. È il fondatore e amministratore del Gruppo Romeo. Il gruppo ha un valore della produzione di circa 161 milioni di euro, e impiega oltre 280 persone, ha sedi a Roma, Napoli e Milano e l’insieme del patrimoni immobiliari affidato in tutta Italia per la gestione di servizi è di 48 miliardi di euro circa.

Oggi il Gruppo fondato da Alfredo Romeo ha come attività principale la gestione e valorizzazione di patrimoni immobiliari Il settore immobiliare è rappresentato dalla Romeo Gestioni S.p.A. e dalla Romeo Immobiliare S.r.L.

Il settore alberghiero è rappresentato dalla Romeo Alberghi S.r.L.

Il settore legale è rappresentato dalla Romeo Legal S.r.L. che eroga servizi integrati di gestione, pianificazione ed organizzazione di tutte le attività di assistenza tecnico-legale e giuridico-amministrativa ad Enti pubblici e privati – imprese – avvocati.

Alfredo Romeo è vicepresidente di Assoimobiliare (associazione dell’industria Immobiliare), partner di Nomisma e del quotidiano Europa, nonché delle edizioni l’Indipendente.

Attraverso il suo Gruppo è Affidatario del Patrimonio Immobiliare del Comune di Napoli, poi dal 1997 della gestione degli immobili del Comune di Roma, con incarico rinnovato nel 2005, presente nella gestione del patrimonio immobiliare anche di altre città come Milano e Venezia, nonché del Vaticano. Implicato in Tangentopoli nel 1993, fu condannato a 4 anni di reclusione. La pena fu poi dimezzata e infine cadde in prescrizione.
L’imprenditore è sotto processo ed è stato per quasi tre mesi in stato di custodia cautelare nell’ambito di un’inchiesta della procura di Napoli, Global Service che ha coinvolto anche magistrati, deputati campani (Italo Bocchino e Renzo Lusetti) ed assessori del comune di Napoli, tra cui l’ex deputato Giuseppe Gambale per associazione a delinquere, corruzione, turbativa d’asta. L’imprenditore allo stato ha negato ogni addebito.
Alfredo Romeo e il suo segreto vincente, lo stesso segreto che ha fatto vincenti uomini del calibro di Berlusconi.
La sua azienda operativa, la Romeo Gestioni, è infatti una vera e propria miniera d’oro che macina anno dopo anno, imperturbabile a ogni evento, quantità formidabili di utili.

Ne ha prodotti per oltre 28 milioni nel 2007; 23 li ha sfornati con il bilancio del 2006. E con una precisione millimetrica ha fatto altrettanto gli anni precedenti. E così negli ultimi 5 anni quell’attività di manutenzione e gestione di case, palazzi e strade del patrimonio pubblico di mezz’Italia ha consentito all’imprenditore casertano di portare nelle casse della sua azienda oltre 110 milioni di euro. Pagate le tasse s’intende, poiché a livello operativo la montagna di soldi accumulata varrebbe il doppio. Quei 25 milioni, euro più euro meno, che ogni anno entrano nelle sue tasche, sono prodotti su ricavi non così eclatanti. I soldi che incassa dai committenti (per lo più pubblici) valgono ogni anno tra i 130 e i 145 milioni di euro, che non è gran cosa. Se poi aggiungiamo la grande abilità (sic!) di Romeo nella gestione del costo del lavoro (a cui va solo il 7-8% del fatturato prodotto) e ovviamente dei servizi prestati, ecco il segreto del successo. Valutato sotto quest’aspetto, Romeo è l’imprenditore più ricco d’Italia. Non c’è azienda nel nostro Paese che possa vantare così alti livelli di profittabilità. Basti pensare che una società come l’Eni ha trasformato in utili netti solo l’11% dei suoi ricavi del 2007. O la Geox , una delle realtà più solida e ricche, non è andata al di là, sempre nel 2007, del 16%. Romeo vola, invece con quel tasso del 20% e più di utili netti sui suoi (pochi) ricavi. Tanta liquidità gli consente di non avere nessun debito con le banche. E di patrimonio accumulato ne ha a iosa: oltre 70 milioni di euro, oltre a tenere in libretti bancari e postali una sessantina di milioni pronti all’uso. Ma tanta magnificenza non può essere dovuta solo alla bravura. Il suo arresto e le intercettazioni mostrano che il vero segreto erano, molto probabilmente, gli appalti “confezionati su misura” per le sue tasche. In un giro inequivocabile di conflitto d’interesse. Le commesse record: come il maxi-appalto per la manutenzione delle strade della Capitale: 580 milioni per 9 anni, quando a Bologna o a Firenze si paga per lo stesso servizio quindici volte meno. Un abisso.
O la gestione che dura da molti anni del patrimonio immobiliare del Comune di Napoli. Un servizio che ha reso alla collettività la miseria di soli 13 milioni di euro su un “pacchettone “di case e uffici che di milioni ne valgono oltre 2.000. Chiunque ,viste le cifre, avrebbe saputo far rendere quelle case assai di più.
Il filone nell’ambito del quale furono eseguite 12 ordinanze di custodia cautelare è quello relativo ai rapporti tra Romeo e amministratori pubblici napoletani e campani, nonché politici di livello nazionale, come Renzo Lusetti e Italo Bocchino, indagati, per l’illecita e sistematica aggiudicazione di appalti di servizi pubblici. Nell’ambito di questo filone esiste un ulteriore costola stralciata, che riguarda infiltrazioni dei clan nella realizzazione dei lavori pubblici per la bonifica del bacino del fiume Sarno. Mai realizzata ma che anzi oggi e sotto l’attenta lente degli inquirenti che indagano sullo sversamento, nel fiume, di rifiuti tossici.
Da intercettazioni della Direzione investigativa antimafia sulle utenze del provveditore alle opere pubbliche di Napoli Mauro Mautone, emersero contatti con Romeo e le due indagini vennero unificate.
Proprio qui vennero alla luce gli elementi sul diretto coinvolgimento degli uffici tecnici di Romeo nella stesura della delibera per il ‘Global service’. In pratica, i pm Vincenzo D’Onofrio e Raffaello Falcone, dicevano che Romeo aveva organizzato un ‘comitato d’affari’ nel quale vi erano vari tecnici e professionisti, ma anche assessori e pubblici funzionari che in cambio di posti di lavoro, incarichi, consulenze o denaro, gli assicuravano l’aggiudicazione di appalti con gare cucite su misura tanto da essere redatte dal suo staff. Oltre le intercettazioni, nell’indagine ci furono riscontri documentali e testimoniali. A limare i testi dei capitolati, poi di fatto scritti nelle delibere, era la più stretta collaboratrice di Romeo, Paola Grittani, arrestata insieme a Guido Russo, anche lui arrestato, docente universitario e presidente dell’Arpa, ma in realtà, per i pm, una sorta di dipendente dell’imprenditore. Inoltre parlamentari Bocchino e Lusetti rispettivamente di An e del Pd, in alcune conversazioni telefoniche espressero il primo soddisfazione per il ritiro degli emendamenti più problematici al testo della delibera, il secondo sostegno concreto a Romeo per una decisione del Tar che riguardava un suo concorrente. Nell’inchiesta finirono gli appalti per la refezione scolastica in città, servizi di pulizia per l’amministrazione provinciale. Le accuse mosse agli arrestati, associazione a delinquere, turbativa d’asta, corruzione, abuso d’ufficio.
Oggi il gruppo Romeo gestisce gli immobile e altro del:

  • Comune di Napoli
  • Comune di Roma
  • Comune di Milano
  • Ministero dell’Economia
  • Consip Global Service
  • Consip Catasto stradale
  • Consip facility uffici
  • Consip impianti sanità
  • Agenzia del demanio
  • BNL fondi Immobiliari
  • Inps

Esperienze Pregresse del Gruppo Romeo:

  • Comune di Pozzuoli
  • Comune di Firenze
  • City global Valmontone
  • Università di Bari
  • Palazzo delle Finanze
  • Iacp di Latina

Altre gestioni significative del Gruppo:

  • INPDAP: Servizio integrato di gestione del patrimonio immobiliare
  • Unicredit: Gestione integrata delle attività di manutenzione
  • Comune di Venezia: Servizi di gestione tecnica e manutenzione del patrimonio immobiliare
  • Agenzia Romana per la preparazione del Giubileo: Servizi di censimento del patrimonio immobiliare
  • Comune di Volla: Servizi di gestione dell’inventario del patrimonio mobiliare ed immobiliare
  • IACP – Salerno: progettazione e realizzazione del Sistema Informativo
  • IACP – Roma: Servizio di recupero crediti maturati nei confronti dei conduttori e/o occupanti gli immobili ad uso diverso da quello di abitazione
  • IACP – Bari: Servizi di ricognizione e regolarizzazione del patrimonio immobiliare
  • IACP – Caserta: progettazione e realizzazione del Sistema Informativo
  • Regione Campania: Servizio di censimento, inventario e catalogazione dei beni culturali
  • INARCASSA: Servizi di ricognizione e schedatura del patrimonio immobiliare
  • Comune di Roma: progettazione e realizzazione del sistema informativo per la gestione del patrimonio immobiliare
  • A.M.A.N: . Sistema Informativo Cartografico per il censimento e la gestione delle reti idriche.
  • Comune di Napoli progettazione e fornitura, di un Sistema informativo integrato per la gestione del personale dipendente
  • IACP – Lecce: progettazione e fornitura con formula “chiavi in mano” del sistema informativo integrato

Ma quale potere si muoveva e si muove dietro Alfredo Romeo? Non si sa, sappiamo solo che l’imprenditore è di Caserta, ma forse nemmeno quest’altra coincidenza basta.

29 novembre 2008, un suicidio.

L’ex assessore del Pd alla Protezione Civile e ai Cimiteri del Comune di Napoli si suicida impiccandosi in un sottoscala nella su casa di Pianura, aveva 48 anni.

Era coinvolto nell’inchiesta della procura partenopea sugli scontri avvenuti nel quartiere di Pianura, nel gennaio scorso, durante le manifestazioni anti discarica, Nugnes era stato sottoposto agli arresti domiciliari il 6 ottobre scorso, misura in seguito sostituita dal divieto di dimora nel quartiere Pianura.

Il 20 ottobre si dimise dal suo incarico, contestualmente all’espulsione dal partito.

Era accusato di aver contribuito all’organizzazione delle proteste, poi degenerate in vari episodi di violenza, che nel gennaio scorso divamparono nel quartiere Pianura contro la riapertura della locale discarica. Accusato di usare il suo ruolo istituzionale per informare i manifestanti sugli spostamenti della polizia, Nugnes avrebbe dato un contributo rilevante alla realizzazione dei blocchi stradali da parte degli ultrà contrari alla discarica.

Le indagini si basavano su telefonate intercettate tra lo stesso Nugnes e il consigliere di An Marco Nonno, anche lui arrestato nella stessa inchiesta. L’assessore lo avrebbe avvertito dell’arrivo della polizia nel quartiere, dove i dimostranti avevano ostruito l’accesso alla ex discarica. In successive interviste, Nugnes aveva spiegato di averlo fatto pensando così di poter dare una mano alla gente di Pianura, la sua gente.

Un assessore contrario alla realizzazione di una discarica nel centro cittadino della sua città, a tal punto di schierarsi con i manifestanti, basta per giungere ad un suicidio? Tralasciando il fatto che è ingiusto e illegale aprire discariche nei centri cittadini o nelle loro immediate vicinanze, basta per decidere di uccidersi? Diplomato all’Isef, aveva lavorato dal 1986 al 1992 al Commissariato di Governo per la ricostruzione post-terremoto, occupandosi di Quarto e Pozzuoli. Nel 1994 era stato eletto per la Dc al consiglio comunale. Dal 1997 al 2000 era stato capogruppo del Ppi. Rieletto, dal 2001 al 2003 era stato presidente della Commissione bilancio, e poi, dal 2003 al 2006 capogruppo della Margherita. Nel maggio 2006 alle elezioni comunale raccolse cinquemila preferenze e fu nominato assessore alla protezione civile, ai cimiteri, ed, inizialmente, alla manutenzione stradale, dal sindaco Rosa Russo Iervolino.

Nugnes per un certo periodo quindi si occupò anche della manutenzione stradale del comune di Napoli e se Alfredo Romeo aveva il monopolio sulla manutenzione questo significava che Nugnes ebbe a che fare con Romeo o chi per lui e che quindi sono ipotezzabili ben altri scenari a spiegare la sua tragica morte. Ma questo collegamento venne occultato e reso pubblico solo in secondo momento. Perché è bene dirlo che non esistono soltanto magistrati e giudici ‘ comunisti ‘ ma anche pm al servizio del potere opposto! Nugnes viene ufficialmente indagato per gli scontri della discarica di Pianura, infangato, allontanato, scacciato come un lebbroso, il capro espiatorio perfetto per depistare e allontanare sospetti e indagini.
Il pm napoletano Antonello Ardituro, nell’udienza preliminare per gli scontri scaturiti dalla protesta contro la discarica di Pianura, non ha risparmiato la memoria di Giorgio Nugnes.

Nell’ultimo anno di vita era un uomo braccato, non dai clan camorristici, ma dalla giustizia. Tutti indagavano su di lui: sei magistrati della Direzione distrettuale antimafia, Digos, Nucleo provinciale dei carabinieri, Dia, persino gli 007 dell’Aisi (l’ex Sisde). Il suo nome era in quattro inchieste: due riguardavano Pianura, altre due la Globalservice. Sentitosi sotto assedio, Nugnes, aveva provato a difendersi. Per esempio aveva studiato con attenzione l’elenco delle chiamate che lo accusavano di aver organizzato la resistenza di Pianura nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2008. Per i pm telefonate inequivocabili che lo schiacciavano alle sue responsabilità. Ma Nugnes era convinto che ne mancasse una di chiamata, la 1378, diretta a una giornalista del Mattino. Il compito di selezionare le conversazioni da inviare in procura era stato affidato al capocentro della Direzione investigativa antimafia Adolfo Grauso. Che non potè mai rispondere ai giornalisti in quanto venne trasferito all’ufficio napoletano dell’Aisi. Nelle ultime ore di vita Nugnes aveva detto di sentirsi perseguitato dai nostri 007.

I primi che chiesero di mettere sotto controllo le utenze di Nugnes furono i pubblici ministeri Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli e Vincenzo D’Onofrio che indagavano sull’inchiesta “Magnanapoli”, appalti e politica, anno 2007.

I reati ipotizzati in quel momento, turbativa d’asta e associazione per delinquere (aggravati dall’agevolazione della camorra).

Il procedimento era a carico di Mario Mautone, provveditore ai lavori pubblici di Campania e Molise (all’epoca il suo “superiore” è Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture), ma visto che nel mirino c’era “la definizione dell’appalto di manutenzione ordinaria del Comune di Napoli”, sotto inchiesta finisce pure Nugnes, assessore con deleghe alla difesa del suolo, alla protezione civile, alle fogne e alle strade di cui Romeo aveva ( ha??) il monopolio.

Il 30 marzo 2006 il sindaco Rosa Russo Iervolino aveva provato ad accelerare la pratica (con l’aperto sostegno di Nugnes, all’epoca capogruppo della Margherita), ma non era riuscita a indire la gara prima delle elezioni, anche a causa dell’opposizione del capogruppo di An Pietro Diodato che aveva paventato, in una riunione parzialmente segretata del consiglio, un concorso pilotato a favore dell’imprenditore Alfredo Romeo, il nuovo “re di Napoli”. Il 7 luglio 2006 Diodato viene ascoltato dal pm Giancarlo Novelli: è la prima inchiesta che, indirettamente, riguarda Nugnes. Il quale nel frattempo diventa assessore e firma la delibera sulla gara che il consiglio comunale approva il 3 aprile 2007. I magistrati chiedono di intercettarlo il 17 dicembre 2007 “con il sistema Mito”. Il 2 e il 3 gennaio 2008 la sua voce finisce nelle cuffie degli uomini della Dia mentre dà indicazione degli spostamenti dei blindati delle forze dell’ordine al consigliere comunale di An Marco Nonno, impegnato nella resistenza di Pianura; nei giorni successivi la trascrizione delle sue chiamate viene inviata al pm Milita che sta indagando sugli incidenti, ma non solo.

Inizia a questo punto forse la parte più sorprendente e meno esplorata della vicenda. Infatti la sera del 5 gennaio proprio Milita (prima di ricevere le carte dai colleghi) richiede di intercettare i telefoni di sette persone, sotto indagine per un presunto “traffico illecito di rifiuti aggravato dalla metodologia mafiosa e associazione per delinquere di stampo mafioso”. La stessa che c’è oggi e che ha fatto aprire altrettante indagini su altrettanti uomini politici di spicco nella Napoli che conta e non solo e che oggi rivedono i Mastella e i Bassolino nuovamente in prima pagina.

Al centro dell’inchiesta c’è ancora una volta la discarica di Pianura e in particolare l’area, di proprietà della Elektrika srl, individuata dal commissario di governo per una discarica provvisoria. Secondo il magistrato, coadiuvato nelle indagini dai carabinieri, dietro agli incidenti c’era un affare saltato. Scrive Milita: L’ideatore di tali disordini sarebbe un “socio occulto” di Elektrica. Già sottoposto a sorveglianza speciale e libertà vigilata, avrebbe precedenti per “associazione per delinquere, estorsione, tentato omicidio, porto abusivo d’arma e danneggiamento”; secondo gli inquirenti sarebbe stato anche “affiliato alla Nuova camorra organizzata del noto Raffaele Cutolo”. L’uomo “agirebbe con il sostegno (…) del consigliere regionale di An Pietro Diodato”. Sorpresa: mentre la Dia intercettava Nugnes, Milita metteva sul banco degli imputati proprio il suo accusatore. Ecco la motivazione: “Dapprima si esprimeva favorevolmente per la riapertura del sito, mutando successivamente opinione allorquando si conclamava che il provvedimento antimafia interdittivo, emesso nei confronti della società Elektrica avrebbe probabilmente potuto determinare la mancata erogazione di alcun indennizzo o compenso per l’uso dell’invaso”.

Dopo ciò, a Milita arrivavano le trascrizioni delle intercettazioni della Dia e il magistrato si concentrava su Nugnes, definendolo “uno degli organizzatori degli atti violenti”; il 7 gennaio chiederà al gip l’autorizzazione a intercettarlo.

E Diodato? “Io dell’inchiesta su di me non so nulla” diceva l’interessato a Panorama, “ma, come si evince da quelle telefonate, io sono la vittima, Nugnes e il mio collega di partito Nonno mi volevano vedere ‘politicamente’ morto”. Diodato non si fermò (stava indagando sull’acquisto dei palazzi che ospitavano il consiglio comunale e la giunta regionale, di proprietà della Pirelli, costati circa 80 milioni di euro) e in una nota scriveva: “Nugnes era convinto di meritare un assessorato (e lo meritava) per l’esperienza acquisita e il consenso elettorale espresso, ma gli sono state date deleghe pesanti, alcune delle quali (strade, fogne), nonostante il predecessore fosse stato confermato in giunta. Non è da escludere che sia stato usato. Lui si fidava del sindaco, con cui aveva un rapporto filiale”. Quella “cara Rosetta” (Russo Iervolino) a cui un Nugnes distrutto inviava la lettera di dimissioni da assessore il 17 ottobre 2008. L’ultimo atto politico prima di morire. Travolto dall’assalto di magistrati che si sentirono in missione in una città dove regnava e regna “lo spregio del principio del bene comune”. Come del resto in tutta Italia. Giorgio Nugnes perseguitato dai servizi segreti e siccome sono ‘ segreti ‘ arrivare a loro è missione per Superman che invece della kryptonite troverà per nemico Echelon, l’occhio invisibile che guarda, sente e tocca tutto senza esser visto. Ma l’indagine non viene archiviata, avanza a fatica, intralciata, spostata di sede, dimenticata e poi ripresa.

( accadeva nel dicembre 2008 )

Comunicato Stampa ufficiale diramato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia- firmato in calce dal Procuratore del capoluogo partenopeo Giovandomenico Lepore.

“Oggi non è un bel giorno per Napoli”. E’ quanto dichiarato durante l’incontro con i giornalisti dal Procuratore del capoluogo partenopeo Giandomenico Lepore in merito all’inchiesta su Global Service . “Non ci sono trionfalismi da fare”, ha proseguito Lepore che non ha voluto né telecamere né microfoni per evitare che questa inchiesta si spettacolarizzasse troppo perché “la vicenda vede coinvolto pure Giorgio Nugnes (ex assessore del Comune di Napoli, ndr) che è morto tragicamente”. In merito al ventilato coinvolgimento di membri dell’amministrazione provinciale di Napoli, Lepore ha confermato che alcuni consiglieri provinciali sono stati ascoltati e saranno ascoltati nei prossimi giorni come persone informate sui fatti in merito ad una gara di appalto della Provincia di Napoli vinta dalla Global Service. Non solo tangenti in denaro, ma anche promesse di far carriera nel mondo politico nazionale.

Questo quello che, secondo i magistrati di Napoli, elargiva l’imprenditore Alfredo Romeo a chi gli garantiva una corsia preferenziale per le sue imprese in gara per vincere degli appalti. “Scambio di denaro – hanno precisato ai giornalisti il procuratore capo Giandomenico Lepore e il coordinatore della Dda Franco Roberti – ma anche altri benefici come lo sviluppo di carriere politiche per taluni assessori rampanti come passare dalle istituzioni locali a quelle nazionali” grazie ai rapporti molto stretti con alcuni parlamentari. Non solo politici, ma anche qualche magistrato era “al servizio” dell’imprenditore Alfredo Romeo. E’ stato lo stesso coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti, a dichiararlo. “Non sarei onesto se non ammettessi che, così come c’è il coinvolgimento di alcuni politici, c’è anche qualche magistrato vicino a Romeo”, ha spiegato Roberti. Per il procuratore aggiunto, questo stralcio di inchiesta sull’imprenditore Romeo sarà affidato per competenza “all’ordine giudiziario di Roma”. Altri particolari sono emersi anche sul ruolo del parlamentare piddino Renzo Lusetti.

L’imprenditore napoletano Alfredo Romeo riceveva “l’illecito sostegno” di Lusetti, per la realizzazione di alcuni appalti sia a Napoli che a Roma. Secondo i pm, Lusetti sarebbe intervenuto “presso esponenti del Consiglio di Stato” per sostenere Romeo “nell’atto di appello interposto contro una decisione del Tar favorevole a un’impresa concorrente”. Ancora più subdolo era il ruolo dell’alleanzino Bocchino. “Siamo un sodalizio”. Così il deputato e vice capogruppo alla Camera del Pdl Italo Bocchino durante una delle intercettazioni telefoniche che fanno parte del fascicolo d’inchiesta della Procura di Napoli sulla Global Service. “…Quindi, poi, ormai… siamo una cosa… quindi… consolidata, un sodalizio… una cosa… solida una fusione dei due gruppi quindi…”, affermava Bocchino per rassicurare i suoi sodali sull’esito del ritiro degli emendamenti più “fastidiosi” proposti dal gruppo di An in consiglio comunale a Napoli con riferimento alla delibera avente ad oggetto il progetto Global Service. Secondo i magistrati partenopei, dalle indagini è emersa “l’unicità” del complesso “sistema illecito ideato e realizzato” da Romeo e “l’interagire delle relazioni delinquenziali” tra tutti i protagonisti delle singole vicende contestate diversificate tra loro per la “pluralità di appalti”, ma “riconducibili a un unitario disegno criminale, in quell’ottica di continuità e stabile comunanza e reciprocità di interessi” che lega tra loro molti degli indagati quali “componenti di una struttura organizzata unitaria”.

18 dicembre 2008 ( fate attenzione sempre alle date )

fonte:

  1. http://www.thepopuli.it/2009/10/magnanapoli-globalservice-mastella/
  2. http://www.thepopuli.it/2009/10/magnanapoli-globalservice-mastella-alfredo-romeo/
  3. http://www.thepopuli.it/2009/10/magnanapoli-globalservice-mastella-giorgio-nugnes/
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il premier è sopra agli altri

“Il premier non è ‘primus inter pares’ come vuole la tradizione liberale, ma ‘primus super pares” – Gaetano Pecorella, avvocato di Silvio Belusconi

fonte: la Repubblica

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